Uomini di Dio


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    "Uomini di Dio" mette in scena la vicenda, reale, di una piccola comunità di monaci trappisti, nell'Algeria lacerata dal colpo di stato e dalle bande armate negli anni '90. Lo stile del film – assolutamente asciugato di ogni retorica - è austero e umile insieme. Parla un linguaggio pacato, semplice e senza orpelli. E' anche lontano da un rigore formale che avrebbe rischiato di sembrare estetizzante (in quest'opera che cerca la sostanza, e non soltanto la raffinatezza, non vi sono richiami a Bresson o Dreyer; né ci pare pertinente l'accostamento a un altro film di ambiente "monastico" quale "Il grande silenzio" di Philip Gröning del 2005). Rimane austero (e molto bello) perché privo pure di indulgenze e ammiccamenti verso il pubblico (che avrebbero potuto renderlo più appetibile, ma lo avrebbero banalizzato). La cadenza è lenta, contemplativa; lo sviluppo narrativo – che c'è – resta asciutto: però è più penetrante tanto più è sussurrato.
    Ebbene, pur con siffatte caratteristiche, il film è stato capace di arrivare in testa al box office francese, e di attestarvisi per settimane. Meraviglia a parte, è un risultato che fa onore al pubblico d'oltralpe: che diremmo noi, se stessa sorte fosse toccata al bellissimo "L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti (dal cui stile, e per molti versi anche dal cui spirito, "Uomini di Dio" non è lontano)?
    Questo film di Xavier Beauvois è cinema coi fiocchi, e al Festival di Cannes del 2010 si è aggiudicato con merito il Gran Premio della Giuria.

    L'interesse che il film ha sollecitato in Francia discende dal contesto in cui è ambientato: il confronto tra Islam e Cristianesimo possiede una risonanza particolare – purtroppo non a causa dell'affinità fra le due religioni, ma dei motivi per cui la distinzione tra esse è, ancora e più che mai, tragicamente strumentalizzata. A uno sguardo superficiale, l'Algeria tormentata di quindici anni fa potrebbe sembrare una sorta di stato embrionale di tensioni successive ancor maggiori. Non è così. Tensioni e conflitti ci sono da sempre; accompagnano come un'ombra una fraternità difficile. Questo film non si inscrive nel segno del conflitto, ma di una comunione.

    Uomini e dei

    La scelta del titolo italiano, fuorviante, non appare particolarmente felice. Questo film racconta sì di "uomini di Dio", ma questa espressione, che riecheggia solamente il titolo originale, lo tradisce. "Uomini e dei" (questa la traduzione letterale) non indica, negli "uomini", solo i monaci; e nella parola "dei" azzarda un politeismo naturalmente solo lessicale, alludendo al Dio dei cristiani e a quello dei musulmani, che non solo son singoli, ma sono soprattutto lo stesso.
    Il titolo originale rimanda dunque anzitutto alla condizione di uomini (come sono anzitutto "uomini" i monaci, prima di essere "uomini di Dio"), e quindi mette in risonanza il fraintendimento babelico per cui la stessa divinità appare moltiplicata, nelle diverse credenze, in una molteplicità che non esiste. Titolo complesso e stimolante, quello originale, che è stato stravolto e banalizzato, e dei cui significati nulla resta.

    In un monastero cistercense sull'Atlante algerino vivono otto monaci, in stretto e armonioso contatto con i villaggi circostanti. C'è assoluto rispetto reciproco, che affonda le sue radici negli anni; e c'è una prossimità intima e familiare. Il film si concentra, oltre che sulla figura del priore Christian (Lambert Wilson, che ha il carisma giusto per interpretare il ruolo di Christian de Chergé), sulla figura in particolare del medico Luc (un bravissimo Michael Lonsdale). I personaggi del film vogliono rispecchiare fedelmente i monaci presenti all'epoca dei fatti narrati (1993-1996, ma nella pellicola non c'è alcuna data). Così il personaggio di Luc riflette la figura di padre Luc Dochier, che operò nella regione per cinquant'anni come medico, gratuitamente. Il film ce lo rappresenta amatissimo dalla popolazione locale, che intrattiene con lui una confidenza che va al di là del semplice esercizio della professione.

    Quelli che ci vengono descritti, sono uomini normalissimi - sia pure immersi nei ritmi e nello stile di vita propri di una comunità monastica. Hanno le loro debolezze, le loro indecisioni, le loro paure. Sono carichi di speranza, ma anche fiaccati da disillusioni. Intellettuali alcuni, più pratici e manuali altri; certi dotati di capacità comunicative, altri taciturni.

    La vita umile e serena di questa comunità innestata in una comunità viene turbata dall'incombere di eventi tragici: l'Algeria è infestata da bande di fanatici integralisti che seminano terrore e morte. Al contesto storico non si attribuisce importanza: nulla viene accennato nel film ai retroscena politici, dei quali si intuisce comunque i monaci siano a conoscenza. Nel monastero si insinua presto la tentazione di lasciare il paese. Un giorno, un gruppo di guerriglieri fa irruzione, armato. Il priore Christian cita al loro leader un passo del Corano, in cui si parla dei cristiani e dei monaci cristiani, "che non vivono in superbia". E' la vigilia di Natale: Christian parla al fanatico in armi della nascita del "principe della pace", ossia Gesù, che per l'Islam è profeta. Il musulmano mostra rispetto.
    Il retroscena politico – mai chiarito – della vicenda, fa emergere più di un dubbio su di una responsabilità diretta nei massacri da parte dell'esercito (che si era già reso protagonista di un colpo di stato nel 1992). Nel film vien detto solamente che i monaci non accettano una protezione militare, e si intuisce una certa diffidenza nei confronti delle autorità civili (che definiscono "corrotte"). Quando un'autorità locale dice loro che è "stanco di non vedere mai il suo paese diventare adulto" (e dice quella parte sostanziale di verità per cui "la colpa è della colonizzazione francese"), d'altra parte, si comprende come il panorama politico sia più complesso di quanto appaia in superficie.

    I monaci, anche quanti inizialmente più propensi a far rientro in Francia, maturano gradualmente la convinzione che la scelta giusta sia restare: continuare la vita quotidiana lì dove i destini di ciascuno sono stati radunati. Anche se quella di un massacro si profila come più di una semplice possibilità, questa scelta trae forza dalla sicurezza con cui essi si sentono innestati in quel luogo, e in mezzo a quella gente, cui sono legati da rapporti veraci che riempiono di senso le loro esistenze. Del tutto disinteressati sono invece ai rigurgiti sanguinari di una politica del terrore.

    Uomini, non martiri

    Il disinteresse per la politica non deriva da una fanatica superiorità, né tantomeno da una vocazione al martirio. C'è un momento, in cui un frate che forse ha persino smarrito la fede rivela al priore Christian i suoi turbamenti (e la sua tentazione di scappare). E' la prima volta che viene esplicitamente menzionata la parola "martirio": e dal dialogo si comprende come la ragione della permanenza stia non già nella passività rispetto alla morte, ma nel desiderio di vivere e contrastare le intimidazioni con la propria presenza: vivere, non morire, a meno che non costretti da una violenza cui non sia possibile opporre più resistenza. Loro non sono gli uccelli cui potrebbe essere tagliato il ramo su cui posano, ma sono il ramo su cui poggia la comunità musulmana con cui convivono (come viene detto da una donna del villaggio): loro sono il ramo - gli abitanti sono gli uccelli. Alterare questo equilibrio maturato nel corso di decenni significherebbe far prevalere l'odio, far vincere il terrore. Deve essere più forte quell'amore paolino che "tutto sopporta" (e perciò è più forte), come dice Christian (il riferimento è alla prima lettera ai Corinzi).Il martirio diviene così una possibilità che non crea più panico, una possibile inevitabile conseguenza del vivere in quel luogo, in quel momento.

    Il film arriva per questa via a suggerire un modo per comprendere il "dono della vita" (un'espressione che viene usata nel film) – su cui sarebbe complicato scrivere in poche righe – che è tipico della scelta di vita di un monaco. Non va inteso come privazione (meno che mai frainteso con una supina vocazione finanche al martirio): piuttosto una consapevole scelta in cui si realizza la propria esistenza, nell'amore non per sé ma per l'umanità e per qualcosa che ci trascende tutti, e nella cui prospettiva la morte individuale appare secondaria. Quel che ci viene mostrato – in questo caso – è non tanto l'amore per Dio, quanto soprattutto quello per una comunità di uomini (di un'altra fede) in un rapporto vissuto al di fuori delle mura di un monastero.

    La forza della narrazione, intensa e distesa, raggiunge lo scopo. Dopo la prima riunione in cui si mette in discussione l'ipotesi di abbandonare l'Algeria, Christian turbato vaga per i monti (nel suo giorno trappista di meditazione nella natura). I paesaggi, luminosi e molto belli, sono accompagnati da una preghiera cantata, extradiegetica. La sequenza rende in modo tutt'altro che stucchevole il raccoglimento dell'uomo, e l'armonia in cui si trova con la sua esistenza, e con quei luoghi.

    Di momenti alti non ce ne sono pochi. Ce n'è uno, molto suggestivo, in cui una vettura si allontana nel paesaggio, in campo lunghissimo: la durata dell'inquadratura pare eccessiva, sennonché la macchina da presa si sposta fino a escludere la vettura, e si sofferma sul paesaggio e sul cielo, percorso da nubi incombenti.

    Un altro momento molto evocativo è quello in cui, mentre i monaci sono raccolti in preghiera, un elicottero militare sorvola il monastero. Il suo rumore violento è in contrasto con l'armonia del canto. La comparsa dell'elicottero suggerisce che la minaccia vera sia altra, e maggiore, rispetto a un isolato gruppo di terroristi – ma non è questo significativo: ad essere espressivo è l'uso del sonoro. Viene omesso per qualche istante il rumore dell'elicottero, proprio nell'ultima inquadratura in esterno in cui (come nelle precedenti inquadrature) dovremmo sentirne il rumore. L'inquadratura comprende anche il monastero, e l'elicottero di lì a poco "torna a far rumore", ma si allontana, mentre il canto dei monaci prosegue, imperturbato.

    Di alta ispirazione sono poi le sequenze conclusive, davvero splendide. Una cena, in cui la musica (diegetica) del Lago dei Cigni, sottolinea gli sguardi e l'evidente commozione, nel silenzio delle parole. La sequenza successiva, dominata dall'oscurità della notte, in cui degli uomini armati penetrano il monastero: si avventano sulla preda inerme come rapaci. Una sequenza sublime è quella in cui vediamo una serie di paesaggi – e di quadri del monastero – immersi nel candore immobile della neve, mentre fuoricampo ci vengono letti passaggi del Testamento Spirituale di Christian de Chergé. Infine un'ultima inquadratura sui nostri uomini, tradotti nella neve, fino a scomparire in un bosco: un breve piano sequenza e un'ellissi finale visiva.

    Le didascalie conclusive rappresentano l'unica intrusione della Storia, in cui veniamo concisamente a sapere cosa successo in seguito.

    L'assenza di retorica è totale anche perché nessun cenno è fatto (come avrebbe potuto, in un film molto più fiacco) per esempio alle solenni esequie rese nella cattedrale di Algeri, con una partecipazione numerosissima di una folla di musulmani, delle quali nemmeno nelle didascalie è fatto cenno: ché il film non assume mai il tono dell'omaggio e dell'esaltazione. Di questi individui, piuttosto, ci viene raccontata l'estraneità a ogni ambizione, eroismo, desiderio di futura memoria. Per questi uomini, l'esistenza quotidiana era la loro missione. Non intendevano assurgere a esempio per nessuno. E di questo loro spirito il film non tradisce la vocazione, ma rende testimonianza.

    "Come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo, che amo, sia indistintamente accusato del mio assassinio?"

    "In questo grazie includo anche a te, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Nostro Padre, padre di entrambi".

    Recensione a cura di Stefano Santoli  (pubblicata il 21/10/2010 sul sito www.filmscoop.it

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Data: martedì 16 novembre 2010

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