Mamme e badanti, donne dell’est: «Noi, così lontane dai nostri bambini»


  • A loro manca il cuscino. Si dice così in Ucraina per intendere che non si ha più il tetto della propria casa. E non hanno nemmeno – venute in Italia come badanti, collaboratrici domestiche o baby sitter – il sorriso dei loro figli o l’aiuto dei loro genitori. Come le rumene, le moldave e tutte le altre donne, specie dell’Europa dell’Est, che sono venute a cercar fortuna in Italia (sono 416.311 le immigrate che lavorano nelle case degli italiani), le ucraine hanno lasciato i figli a casa: apprendono che crescono per telefono o dalle foto che arrivano da lì. Secondo le ultime stime del ministero della Famiglia dell’Ucraina, nel Paese vivono circa 200mila minori con almeno uno dei genitori all’estero. Ed è quasi sempre la madre a partire, perché nella famiglia matriarcale ucraina, è la donna che si accolla grandi responsabilità. Secondo un sondaggio effettuato a Ternopoli, nella zona Ovest del Paese, da dove è partito il flusso migratorio più intenso, il 25,5 per cento dei minori in età scolare aveva nel 2008 almeno un genitore all’estero e il 4,2 li aveva entrambi lontani. «Le famiglie dove la madre è emigrata all’estero – è il giudizio della sociologa Olena Malinovska – sono quelle che si trovano in una situazione particolarmente difficile».


    La maggior parte delle donne ucraine che emigrano ha una età matura e lo fa non per una promozione personale, quanto piuttosto per migliorare le opportunità socio economiche dei figli e per mettere da parte sufficienti risparmi per poter poi vivere in Patria gli ultimi anni della propria vita.
    Lasciano i figli, per accudire all’estero quelli degli altri; lasciano i genitori, per assistere, lontano dalla patria, altri anziani. C’è chi ha usato l’espressione care drain, alla lettera drenaggio di cure. In Ucraina, come in altri Paesi dell’Est, la cura degli anziani è vista come una responsabilità delle donne, ma l’emigrazione femminile priva molte famiglie in queste regioni del sostegno ai propri vecchi. L’altra faccia dell’emigrazione è dunque la destabilizzazione della famiglia che colpisce in modo particolare i minori e gli anziani, vale a dire i soggetti più vulnerabili all’interno del nucleo familiari. Vecchi e bambini restano da soli su quel cuscino.

    Cosa fa l’Italia che è uno dei Paesi di approdo, dove vivono 174.129 cittadini di origine ucraina, di cui quasi il 90 per cento donne? Ricordiamo che nel 2008 l’Italia, dopo la Russia, era il secondo Paese di destinazione. Con l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazione), che si muove in accordo con la Cooperazione per lo sviluppo, l’Italia ha messo antenne specie nella regione ovest del Paese, dove è stata forte l’emigrazione e dove i fenomeni di care drain sono stati più evidenti e preoccupanti. L’Osservatorio italo-ucraino sulle migrazioni è nato nel 2009 proprio per avviare un dialogo tra le istituzioni e mettere in luce le distorsioni del fenomeno migratorio, specie femminile, oltre a individuare possibili azioni di prevenzione con progetti di cooperazione tra gli enti locali italiani e ucraini. L’Emilia Romagna, ad esempio, ha già avviato un tavolo di lavoro sull’Ucraina con una particolare attenzione alle politiche a favore dei minori. Il progetto che traccia le linee è quello del ministero degli Esteri: «Intervento di capacity building in favore delle istituzioni locali ucraine per il rafforzamento delle politiche migratorie e socio-educative rivolte ai bambini, alle donne e alle comunità locali».

    Tutte le iniziative dovranno promuovere azioni di capacity building, appunto, e di promozione dello sviluppo socio-economico locale. I partecipanti all’Osservatorio italo-ucraino concordano sulla necessità, in particolare, di rafforzare i servizi per le famiglie in crisi, compresa la famiglia divisa proprio a causa dell’emigrazione, che sono già gestiti da enti pubblici ucraini o dal privato sociale. Ma, poiché, la causa prima dell’emigrazione è rappresentata dalla difficoltà economica, l’Osservatorio insiste sulla necessità di potenziare attività capaci di produrre reddito in loco, con la promozione della piccola impresa, del settore dell’impresa sociale e delle filiere commerciali tra Italia e Ucraina. Insomma, se al cuscino si accompagnasse anche il pane, nessuna di queste donne avrebbe motivo di vedere i figli crescere da lontano.

     

    Giovanni Ruggiero (su L’Avvenire del 13 novembre 2010)

      

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