L'impeachment, una fiaba


  • Molti ma molti anni fa (perché questa è, al momento, una fiaba), il Parlamento di un lontano paese propose l’impeachment per il Primo Ministro, detto anche Presidente del Consiglio, per abuso di potere, corruzione, incapacità. Quel Parlamento prese in considerazione vari tipi di incapacità (a parecchie altre si poteva riferire): una di tipo competenziale (il soggetto in questione presentava le competenze per svolgere le proprie funzioni di Presidente del Consiglio? Le sue azioni etico-politiche si confacevano a quelle cui il Presidente del Consiglio era deputato?); una di tipo diretto (chi conosceva il soggetto in questione? Statisti, degni del nome? O leader degni? Oppure, capi di Stato, sì, ma per interessi personali, non pubblici?); una, infine, di tipo proposizionale (quali e quante proposizioni e leggi conosceva? Quelle di una Costituzione che garantiva i diritti inviolabili degli esseri umani, pari dignità sociale, così come eguaglianza di tutti di fronte alla legge? Quelle di una Costituzione che imponeva la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, per favorire il pieno sviluppo delle persone, insieme alla loro effettiva partecipazione all’organizzazione economica, politica, sociale del paese? Leggi di base per saper governare?). 

    Si chiese, inoltre, quel fiabesco Parlamento, se il Presidente del Consiglio si comportasse in maniera eticamente e giuridicamente corretta, se rispettasse le persone che aveva l’onore di governare e le leggi dalle quali aveva l’onore di essere governato. La conclusione fu, purtroppo, che quel Presidente del Consiglio manifestava aperto disprezzo per le donne (e di riflesso per le persone di tutta la nazione) nel momento, tra l’altro, in cui ne degradava alcune dal loro essere persone proprio mentre ne godeva, ed esercitava pressioni su sottoposti allo scopo di tirar fuori dai guai le protette. Non pago di ciò, mentiva a cittadini e nazione, per mere ragioni di immagine. E fu così che disprezzo, abuso, menzogna minarono le leggi e la fiducia - primi fondamenti della vita democratica che il Parlamento di quel lontano paese cercava faticosamente di gestire - impicciando la conduzione della democrazia: e chi di impiccio ferisce, di impeachment perisca, decise il Parlamento. Non occorreva la bacchetta magica, soltanto l'applicazione della legge. La Costituzione consentiva l’impeachment con l’Articolo 96, che, non a caso, il governo si impegnava da anni a celare, mettendovi sopra un velo: «Il Presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale».

    Non c’erano più margini per la trattativa e nemmeno la scusante della cattiva legge elettorale poteva venir ancora impiegata per rinviare ciò che avrebbe dovuto rappresentare la fine giusta e il lieto fine della fiaba, ovvero la messa sotto accusa del Presidente del Consiglio. Si tolse il velo all'articolo, gli si diede una bella spolverata e lo si applicò. Il Primo Ministro non più tale tornò a casa, una delle trentadue che lui ci aveva. E tornò il rispetto reciproco nel paese. Tra le tante altre cose, ognuno seppe di poter amare (non disprezzare) chi amava, gli uomini le donne e gli uomini, le donne gli uomini e le donne, purché rispettasse i cardini della Costituzione, dal momento che a tutti quella legge solenne riconosceva pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di lingua, di ceto, di religione, e di tutto ciò che apparteneva alla loro vita, per proteggere la quale quella legge bella era stata scritta. Senza che il Presidente del Consiglio esternasse. Stretta la foglia, larga la via.

     

    FRANCESCA RIGOTTI, NADIA URBINATI, NICLA VASSALLO ( da l'Unità del 5/11/10 )

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