“Mes excuses” : lettre à mon fils, à ma fille


  • “Mes excuses” : lettre à mon fils, à ma fille (lettera di Béatrice Delvaux, giornalista e scrittrice ai suoi figli).

    Le Soir on-line, mercoledì 23 marzo.

    Mio caro, questa mattina ho urlato, attraversando la nostra città da nord a sud. Non potevo smettere di piangere, volevo tapparmi le orecchie, non ne potevo più di sentire le sirene. Ma dopo la rabbia e la tristezza, è venuto il momento per me di presentarti le mie scuse, di chiederti perdono.

    Sono 20 anni che ti mento. Non ho che una scusa: sono 20 anni che credo alla mia menzogna. Ti ho venduto questo mondo come  uno dei mondi possibili,del grande viaggio, di quegli spazi che tu avresti potuto misurare, di quei popoli che tu avresti potuto incontrare. Io, che avevo preso l’aereo per la prima volta a 15 anni, che avevo visto l’America a 22 anni, che avevo imparato l’inglese strada facendo e l’olandese quando ne ho avuto bisogno. Io, che ero certa che ti avessimo risparmiato la guerra, riponendola nei libri di storia o negli aneddoti che i tuoi nonni ti raccontavano dal loro villaggio natale. Noi eravamo talmente certi di averli sotterrati   i demoni che avevano fatto i campi di concentramento, i genocidi, il napalm, il goulag. Il goulag? Tu hai perfino creduto che parlassi di un piatto ungherese. Ne abbiamo riso tanto, ti ricordi?

    Perché dovremmo avere paura ? I nostri genitori l’avevano fatta la guerra, loro, ma a seguire, avevano anche fatto la pace. Essa aveva perfino preso la forma di questa Europa, che doveva essere il gard-rail in cemento delle nostre follie, delle nostre derive. Quel mondo che ti abbiamo promesso, ci credevamo veramente, per la buona ragione che l’avevamo visto accadere.

    Noi abbiamo visto cadere i muri, le ideologie, le barriere, e non solo commerciali. Io, tua madre, ho approfittato dell’uguaglianza crescente con gli uomini, di quei diritti conquistati e trascritti in legge. Io, tuo padre, non ho dovuto fare il servizio militare, di cui ho vissuto gli ultimi sussulti. Perché non era più l’ora degli eserciti, ma delle coscienze. Non era più l’ora di invadere il vicino per sottometterlo, ma per viverci assieme, per sedurlo, per apprendere la lingua dell’altro, prima  in tenda, in roulotte, in camper, zaino in spalla in seguito e poi sotto la coperta di quell’Erasmus che tu dovrai (dovevi?) affrontaretra qualche mese.

    Noi abbiamo vinto l’odio: “mai più questo” era più che uno slogan, era diventata una Carta, una Convenzione, la  legge, il diritto.

    Abbiamo vinto i diktat della Chiesa, della religione. L’aborto, l’eutanasia avevano guadagnato poco a poco diritto di cittadinanza. Abbiamo vinto tabù e la morale ristretta, tu puoi essere omosessuale, sposarti, convivere civilmente, adottare.

    Abbiamo vinto i pregiudizi e il razzismo – a poca distanza da qui c’è il Centro per le pari opportunità, che protegge uomini e donne dalle malefatte di altri uomini e donne.

    Crescendo ho assistito, incredula e in estasi, all’incredibile crociata che rendeva un Nero l’uguale di un Bianco, con uguali diritti. “Un uomo un voto”: abbiamo marciato per i sogni di Martin Luther King, abbiamo boicottato le arance del Sudafrica. Era proprio magico: una battaglia sfociava in una vittoria, il mondo si spostava inesorabilmente dal peggio al meglio.

    Immagina: ti si offrivano su un piatto d’argento Obama e Mandela presidenti, come promessa di eternità per quel nuovo mondo che avevamo costruito. Non era bello? Non era grande? Ma che cosa sarebbe potuto andare storto?

    Avevamo trionfato, Obama e l’Europa, premio Nobel per la pace, eravamo i re del mondo. Alleluja!

    Allora no! Non volevo che vedessi questi corpi straziati, queste carni esplose alla stazione di Maelbeek. Maelbeek, a due passi da te, Maelbeek nel centro di Bruxelles, dal nome che suona come uno scherzo, un appuntamento, una tattica per rimorchiare: “ci vediamo a Maelbeek” , “scendi a Maelbeek”, “ci siamo baciati a Maelbeek”?

    Allora no! Non volevo che tu sentissi, ieri,  le grida di questo bambino terrorizzato in mezzo al fumo dell’esplosione, come il solo filo conduttore in mezzo all’orrore che portava verso l’uscita  della metropolitana sventrata, a brandelli, massacrata.

    Allora no! Non volevo che tu pensassi che si potesse morire nella tua città e che la tua innocenza si fermasse a questa data: 22 marzo 2016. A queste cinture della morte, a questi detonatori tenuti in mano da ragazzi perduti che – è questa la tragedia – hanno la tua età.

    La tua angoscia mi trafigge, la tua paura soprattutto. Ma più di tutto la tua calma, la tua maniera di tenere botta, il ritegno che tu ti imponi mi rendono fiera e triste. Il fatto anche che tu non mi tiri dietro questo cacchio di mondo che è il tuo. Tu hai questa grazia, figlio mio; tu hai questa forza figlia mia. Tanto che quando tu mi interroghi, anche se non arrivo a dirtelo, lo sai, non ho le soluzioni.

    Questo ci sembra sempre più chiaro: non avrai scampo, tu dovrai combattere. Nel momento in cui scrivo queste righe, incrocio semplicemente le dita perché questo non avvenga nel senso letterale del termine. Come un  tempo…

    Guerra? Mi rifiuto di pronunciare la parola, mi rifiuto di dire che questa è oggi la nostra condizione. Mi rifiuto di cadere nell’odio, mi rifiuto di indicare capri espiatori che i predicatori di odio, in entrambi i campi, ci propongono e impongono.

    E’ tutto quello che oggi posso offrirti: essere al tuo fianco e proteggerti con lo scudo dei valori nei quali credo e che tutti dovremo proteggere.

    Noi dovremo essere forti figlio mio, noi dovremo essere resistenti, figlia mia.

    Dopo la rabbia e la tristezza, è venuto il momento per me di presentarti le mie scuse, di chiederti perdono.

    Ma anche di dirti che sentirti qui al mio fianco, mi costringe a raddrizzare la testa. E a credere nel domani.

     

     

     

                                                  V

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