From Munich with love


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    Cosa fai quando qualcuno ti permette di collaborare a un progetto veramente importante e significativo? Mi sembra ovvio, partecipi! Oggi mi sento molto onorata, e non lo dico per dire, e anche un po’ emozionata, perché si tratta della mia prima collaborazione: questo mese infatti ospito un contenuto non mio, e per essere precisi una traduzione.

    Non vi anticipo molto: si tratta di un post su facebook condiviso da un medico in un campo profughi tedesco, e tradotto e commentato da una studentessa Erasmus. Insieme abbiamo pensato che questo post dovesse avere la maggior diffusione possibile ed essere letto dal maggior numero possibile di italiani. Una conoscenza comune ha permesso questa collaborazione mettendoci in contatto, e di questo la ringrazio molto. Mi auguro che questa testimonianza faccia riflettere, grazie alla sua prospettiva “interna” alla questione, soprattutto chi ha una posizione d’indifferenza verso un problema che può diventare, un domani, una preziosa risorsa. Poi, ma questa è un’ambizione assai alta, spero davvero che smuova qualcosa anche nei cervelli oziosi che preferiscono non vedere il dolore e la disperazione, semplicemente per non dovercisi mai confrontare a livello di coscienza.

    Ho parlato pure troppo: buona lettura.

     

     

    Carissimi,

    Dopo quasi quattro settimane in un centro di prima accoglienza ho finalmente trovato il tempo di scrivere un paio di righe a proposito della situazione attuale sul posto e di pubblicarle qui, d’accordo con la direzione del campo.

    Data la situazione surriscaldata tra tutti gli schieramenti politici, un paio di fatti di prima mano non faranno male. Mi ero ripromesso di scrivere questo rapporto nel modo più neutrale possibile. Tuttavia, visto quanto la realtà è sconvolgente, non ci sono riuscito, e alla fine traspariranno anche la polemica e la mia opinione personale… ma si potrà ancora esprimerla spero…

    In questo momento io sono medico responsabile delle prime cure ai profughi appena arrivati in Germania. Le prime cure mediche si effettuano prima di ogni altro step. Cioè prima della registrazione (incluse impronte digitali e foto!), prima della consegna dei vestiti, offerti dalla gente, prima di avere la possibilità di fare una doccia, mangiare qualcosa, prima di essere ridistribuiti sul resto del territorio ecc. Ciò significa che qui si ottiene letteralmente la prima fotografia della situazione dei rifugiati in arrivo.

    Questa fotografia è pura e assolutamente senza filtri. Posso assicurarvi che è impossibile guardare attraverso “ingenui occhiali rosa” quando, per esempio, si deve curare un piede congelato per aver marciato più di 500 km d’inverno con scarpe rotte e calze bagnate. Oppure quando si tratta un neonato di quattro mesi con i vestiti umidi e un’infiammazione ai polmoni, arrivato insieme a un bambino di un anno e uno di quattro, che la madre da sola è riuscita a far arrivare attraverso il Mediterraneo e la Grecia fin qui, per poi sentirsi rimproverati ed estranei. Questo è il mondo! Ed è molto reale e per niente “rosa”! Il padre dei tre bambini, a proposito, è morto in Siria.

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    Queste persone arrivano qui in uno stato assolutamente pietoso. Sicuramente qualcuno si stupirà del fatto che per il 90% non si tratta di giovani uomini in salute. Tutto ciò è stato efficacemente peggiorato dai tentennamenti sul ricongiungimento familiare. Io vedo ogni turno circa 300-500 rifugiati. Almeno il 40% di questi sono BAMBINI! Ci sono famiglie, ci sono vecchi e sì, ci sono anche uomini giovani. Perché no? Ciò che accomuna tutti è che sono assolutamente allo stremo delle forze. Non avevo mai visto così tanta miseria e disperazione tutte insieme.

    Di recente per esempio abbiamo curato una donna con le gambe completamente bruciate. Non abbiamo idea di come sia riuscita ad arrivare fino a noi. Abbiamo impiegato una mezz’ora solo per staccare le bende sporche, puzzolenti e incollate alle ferite infette. Ma non c’è stato nessun lamento e nessuna pretesa. La donna irradiava gratitudine per essere finalmente al sicuro e per avere qualcuno che si occupava di lei. Chiaramente questo è solo un esempio. E chiaramente tra i rifugiati ci possono essere anche teste di cazzo – e chiaramente ce ne sono già abbastanza anche tra gli autoctoni.

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    I rifugiati hanno con loro gli smartphone, ovviamente. “Loro” non hanno vissuto nell’età della pietra finora, non sono appena strisciati fuori da grotte e capanne di paglia. E per molti come prima cosa è più importante ricaricare i cellulari che ricevere qualcosa da mangiare. Non è difficile indovinare il perché. Cosa avrei fatto io come prima cosa, se fossi arrivato comodamente con la mia auto attraverso tutta una serie di pericoli in un campo lontano 500 km da casa? Il fatto che queste persone vogliano mandare un segno di vita a coloro che amano viene tuttavia regolarmente rimproverato, e visto come una dimostrazione del fatto che non abbiano bisogno di aiuto. Permettetemi – oltre che un’ingenuità è una cazzata. Come se ci fosse l’obbligo, prima di fuggire, di coprirsi di stracci e lasciare indietro tutti gli oggetti di valore – inclusa l’unica opportunità di contattare i parenti, un telefono.

    Nella situazione attuale dobbiamo cercare di chiarire cosa ci aspettiamo dalla nostra cultura. Certo, potremmo chiudere ermeticamente i confini come fa qualcuno altrove, come se la Merkel si prendesse la colpa di tutta la miseria del mondo. Ma qualcuno crede veramente che così il problema si risolverebbe? Qui al campo io sento continuamente bambini che piangono. E so che continuerebbero a piangere fuori dai nostri confini. Salveremmo la nostra civiltà in questo modo? Solo perché non li vedremmo più e potremmo tranquillamente cambiare canale? È segno di un concetto di morale particolare, quando su facebook si condanna apertamente la miseria di un cane maltrattato e nello stesso momento si vuol lasciare consapevolmente tutte queste persone a morire fuori dai nostri confini per omissione di soccorso. Sarebbe questo l’Occidente che va protetto?

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    Naturalmente si devono trovare delle soluzioni anche là sul posto. E naturalmente non possiamo prenderci carico di tutto il mondo. Ma una guerra nel mondo si ferma infuriando contro i rifugiati e accusando la cancelliera di aver tradito il popolo? Salvare il mondo ha questa faccia? Dove sono le proposte veramente costruttive e le iniziative da parte dei tanto preoccupati cittadini?

    Grazie al suo “wir schaffen das”, per la prima volta mi è rimasto qualcosa come un po’ di rispetto e approvazione per la cancelliera. Perché ha rischiato la sua carriera politica senza battere ciglio per non lasciar morire delle persone sui nostri confini e ha accettato la gigantesca sfida invece che far partire il suo solito giochino dell’aspettare una telefonata che risolva tutto. E nessuno ha mai detto che sarebbe stata una sfida facile. E poi siamo onesti: chi tra tutti quelli che criticano è DAVVERO così povero da dover aver paura di ricevere improvvisamente una fetta più piccola di ricchezza a causa dei rifugiati? Finora qualcuno è DAVVERO diventato più povero? Qualcuno ha dovuto DAVVERO fuggire dal suo appartamento per questo? Un profugo cattivo ha DAVVERO mangiato tutto il cibo di qualcuno? E con questo non intendo qualcuno che conosce una persona la cui seconda cugina ha un vicino di casa che bla bla bla.

    E, no!, non approvo “qualcosa” come a Colonia e sono molto a favore della sicurezza, dell’ordine e di una punizione più severa per violenze di qualunque colore. Tra l’altro ero già apertamente femminista quando la maggior parte dei “difensori delle donne” di oggi ancora facevano allegre battutine sulle tette.

    Cosa è cambiato per la Germania stando in prima linea durante la fiumana di rifugiati è il fatto che per la prima volta ci troviamo faccia a faccia con qualcosa che è assolutamente normale nei Paesi poveri del mondo; accogliamo rifugiati in grandi quantità dimostrando amore per il prossimo, disponibilità ad aiutare, e almeno siamo pronti a pagare in parte il prezzo delle politiche estere ed economiche arroganti dell’Occidente.

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    Non sto dicendo che chiunque dovrebbe venire qui e poter fare quello che vuole. Naturalmente pretendo volontà di integrazione e rispetto delle leggi – ma anche e soprattutto dai miei concittadini! In fin dei conti hanno avuto la possibilità di conoscere dalla nascita i valori umani. E non di rado approfittano del nostro stato sociale da più tempo dei rifugiati…

    Chiaramente si deve muovere anche “l’Islam”, possibilmente attraverso una riforma, per poter accettare il nostro stile di vita e le regole di convivenza nel nostro Paese. Ma non succederà mai se chiudiamo tutti i rifugiati in ghetti e di fatto teniamo sbarrate le porte per la partecipazione alla vita della società. Uno sguardo alla periferia di Parigi in realtà dovrebbe bastare per capire dove ciò ci porterebbe. E sì – allora tutti i critici avrebbero ragione.

    Naturalmente è contraddittorio biasimare e combattere le forme radicali dell’Islam mentre nello stesso momento per esempio si fanno allegramente affari con l’Arabia Saudita senza alcuna forma di condanna della sua politica. Non è che non sia denaro arabo quello che finanzia in tutto il mondo i predicatori dell’odio e l’interpretazione più estremista dell’Islam.

    Indipendentemente dall’obbligo morale di aiutare persone nel bisogno, io semplicemente non capisco perché non si riconosca la grande opportunità di questa ondata di rifugiati. Appena pochi mesi fa il pericolo più grande per il nostro Occidente cristiano era il comportamento riproduttivo dei tedeschi. Fra 30 anni il nostro stato sociale e sistema pensionistico saranno alla fine. La Germania è troppo vecchia. Nel 2060 un tedesco su tre avrà più di 65 anni. Uno su due ne avrà più di 51. Attualmente abbiamo 49 milioni di lavoratori tra i 20 e i 64 anni. Secondo lo sviluppo attuale nel 2060 saranno solo 34 milioni. Questi 34 milioni dovranno non solo pagare le nostre pensioni, ma anche tenere in piedi l’intera comunità, mantenerci sazi e al caldo, eventualmente pulirci il didietro e lavarci il vomito. Inoltre dovranno naturalmente continuare a essere innovativi e produttivi, in modo da non far perdere importanza alla potenza economica tedesca sul mercato internazionale e permettere ai nostri figli e nipoti il lusso della cura dei parenti più vecchi, con sempre più bocche di anziani da sfamare.

    Chi crede di poter evitare il problema del 2060 morendo prima rimarrà purtroppo deluso: già nel 2035 avremo 8 milioni di persone in meno in età lavorativa. Vorrei ricordare a questo punto che già oggi, quindi con 8 milioni di lavoratori in più, dobbiamo discutere di fondi pensionistici scarsi e ritardo dell’età pensionabile, e senza fondi di previdenza privati gli anziani sono realmente a rischio di povertà.

    E proprio ora, senza che l’abbiamo chiesto, è cominciato un esodo mondiale che spinge la più importante materia prima grezza del futuro: persone in età lavorativa e fertile, addirittura a centinaia di migliaia.

    Naturalmente non sono uno stupido e lo so benissimo che qui non abbiamo a che fare con una fiumana di lavoratori specializzati (anche se ci sono anche lavoratori specializzati tra i rifugiati. Ne ho già incontrati alcuni nel campo) e che ci sono enormi differenze culturali (che per altro si sono cristallizzate sempre di più nel nostro popolo). Ecco perché ho scritto materia prima GREZZA.

    Ora possiamo fare questo: o incasermiamo e isoliamo i nuovi arrivati, gli mostriamo il nostro lato indifferente, favoriamo la ghettizzazione e cerchiamo di mandarli via presto, oppure cominciamo a pensare in una prospettiva temporale più lunga.

    Quasi ognuno di noi alle elementari ha avuto un compagno di classe asiatico, o no? Quei bambini erano i primi discendenti nati in Germania delle infermiere asiatiche importate a braccia aperte durante l’emergenza personale sanitario degli anni 60 e 70. Tantissimi di quei bambini sono oggi TEDESCHI a tutti gli effetti: politici, giudici e avvocati, infermieri, ingegneri, uomini d’affari, insegnanti e professori, e anche alcuni dei miei colleghi medici.

    Quella era integrazione funzionante, attraverso il precoce inserimento e l’istruzione. Un investimento per il futuro. E ripetere adesso esattamente quei passi sarebbe una grandiosa possibilità per utilizzare questa materia prima grezza, i figli dei migranti di oggi. Se vogliamo permettercelo. Oppure alla fin fine siamo solo invidiosi e vogliamo una discendenza purosangue?

    A proposito di invidia, vorrei ricordare ancora una volta il piacevole stato delle cose, ovvero che 62 persone possiedono tanto quanto metà della popolazione mondiale. Aspetto sempre il grido di indignazione e di invidia al riguardo, che invece viene regolarmente rivolto ai più poveri fra i poveri.

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    Ancora una chicca per finire: ieri notte al campo, tra tanti, tanti altri destini personali, abbiamo avuto una giovane donna incinta, che non sentiva più il bambino muoversi. Era preoccupata che durante la lunga deriva nel Mediterraneo, dopo che la barca clandestina si era ribaltata, anche il suo ultimo figlio fosse morto. Gli altri due bambini erano già affogati perché lei non aveva più forza… Però, proprio una parassita della società!

    Le persone soffrono e muoiono. Adesso. E noi possiamo evitarlo. Wir schaffen das.

    P.S.: Non ho usato la parola “nazista” da nessuna parte. Chi nonostante tutto si sentisse incluso nella categoria si serva da solo: nazista!

     

    Il post originale è del 28 gennaio 2016 e lo trovate qui. È stato ripreso poi da varie testate giornalistiche tedesche. Io non sono una traduttrice professionista, ma è sembrato doveroso fare un tentativo di rendere anche in italiano questa testimonianza e queste riflessioni, in una traduzione più leggibile di quella automatica di facebook. Qualche sbavatura qua e là c’è sicuramente, ma spero che siano questioni di forma più che di contenuto.

    I dati sul sistema pensionistico sono paragonabili a quelli italiani, potete fare qualche ricerca per conferma qui e qui.

    Io sono arrivata in Germania ai primi di settembre, nei giorni in cui arrivavano anche i primi “Flüchtlinge”. Il primo settembre la polizia ha chiesto ai cittadini di Monaco su twitter di smettere di portare vestiti e cibo per i profughi perché non avevano più posto. Vedo quotidianamente la gente che si impegna a fornire aiuti materiali, alloggio, corsi di lingua e possibilità di lavorare ai rifugiati, che qui in Baviera si scontrano per la prima volta con le difficoltà della loro nuova vita. Ci sono associazioni, laiche e religiose, che si occupano dei bambini e ragazzi che non vanno a scuola, per esempio insegnando loro a riparare biciclette. Io mi sento molto in colpa a non far parte di queste attività, ma non c’è mancanza di volontari, e quelli che sono in grado di insegnare il tedesco sono preferiti. Ma voglio aggiungere questo: i tedeschi non sono dei supereroi. Credetemi, vivo in mezzo a loro da sei mesi e vedo i loro pregi e difetti tutti i giorni, al di là di ogni stereotipo. Quindi tutto quello che stanno facendo loro per i rifugiati, siriani e non, lo potremmo fare anche noi in Italia. Per questo non ho tradotto il motto “wir schaffen das”: è il momento di trovarne uno nostro e rimboccarci le maniche, perché le ondate di migranti non si fermeranno, non si possono fermare.

    No one leaves home unless
    home is the mouth of a shark
    you only run for the border
    when you see the whole city running as well

    […]

    You have to understand,
    that no one puts their children in a boat
    unless the water is safer than the land.

    (Home, Warsan Shire)

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