Scienza e fede, storie parallele o da integrare?


  • POLKlNGHORNE: DIO AGISCE NEGLI INTERSTIZI DELLA REALTÀ

    Scienza e fede, storie parallele o da integrare?

    Le seguenti riflessioni sul tema rapporto scienza-fede prendono spunto da un dibattito tra John Polkinghorne, Simone Morandini, Piero Stefani  e Fulvio Ferrano pubblicato sul «Regno» nn. 14 e 18 del 2009, nonché da varie relazioni sentite al Master Scienza e fede tenutosi presso la Facoltà teologica di Torino nel 2009 (primo anno), e in particolare dei relatori Valter Danna, Stefano Sciuto, Angelo Tartaglia, Giovanni Bertoglio, Rino Gaion.

    La scienza di oggi si occupa della natura e indaga sulla realtà con metodi verificabili e attraverso la misurazione e la elaborazione di teorie che sono modelli di interpretazione della realtà. Anche la Bibbia si occupa della natura e dell' universo, fa af­fermazioni circa la realtà, non per indagarla, ma per trasmettere un messaggio di salvezza per l'uo­mo che si realizza attraverso l'azione di Dio.

    La scienza è a-tea

    Che rapporto c'è tra i due discorsi? È, mi pare, riconosciuto da tutte le posizioni non fonda­mentaliste che scienza e fede parlino linguaggi diversi: la prima si occupa del come, indaga su come avvengono i fenomeni, di come funziona la realtà; la seconda si interroga sul senso, sulla fi­nalità. La scienza «si limita ... a investigare i pro­cessi naturali, attenendosi alla domanda sul come le cose siano accadute. Altre domande, come quelle relative al significato e allo scopo, sono de­liberatamente scartate (John Polkinghorne, in «Il Regno», 14-2009, p. 495). Il discorso della scienza è dunque metodologicamente ateo (nel senso di «a prescindere da Dio», ma non necessa­riamente nel senso di negare Dio) perché pre­scinde dal senso e dalla finalità. Ma allora «in che modo pensare la natura (spiegata in maniera atea dalla scienza) come creazione?» (Piero Stefani, in «Il Regno», 14-2009, p. 503). In altri termini il problema è di come Dio agisce nella creazione, nel mondo fisico.

    A questa domanda la teologia ha dato varie ri­sposte che non è possibile qui esaminare. Al fon­do delle varie teorie sta però una distinzione di metodo: il discorso biblico si colloca su un piano del tutto differente da quello scientifico; la co­smologia biblica non è la descrizione delle leg­gi fisiche che regolano l'universo, ma la narrazio­ne dell'intervento di Dio nella creazione e nella storia della salvezza; dal punto di vista scientifico non dà alcun apporto alla conoscenza della realtà: come dice Simone Morandini, «è necessario va­lorizzare la lezione galileiana, col suo richiamo contro usi impropri della Scrittura che pretenda­no di cogliervi realtà che nulla hanno a che fare con l'intenzionalità salvifica che la caratterizza ... la Bibbia è certamente normativa per ciò che at­tiene al sapere del senso; la descrizione del reale fi­sico in cui esso trova espressione, però, è storica­mente condizionata e può essere tranquillamente considerata come mero documento culturale» («Il Regno», 14-2009, p. 493). Aggiungendo: «Nella prospettiva biblica la fede non nasce im­mediatamente dall'esame del mondo fisico, ma dall'accoglimento di un annuncio di salvezza» (ibid. p. 494). Morandini ricorda come la costi­tuzione dogmatica Dei verbum ha chiaramente preso le distanze dal fondamentalismo biblicista.

    Sul versante della scienza va precisato che il suo limite metodologico all'investigazione su come le cose accadono, il principio secondo il quale è reale solo ciò che si può misurare, impo­ne l'astensione da qualunque giudizio sul senso e sulla finalità del mondo. Se lo scienziato è co­lui che opera «come se Dio non ci fosse», egli non può però negare (né affermare) Dio se non uscen­do dall'ambito scientifico ed entrando in quello metafisico.

    Il cosmo non mostra Dio

    Se si accettano queste premesse metodologiche che delimitano in modo abbastanza preciso l'am­bito della scienza e quello della teologia, si respin­gono le posizioni estreme che si riscontrano da ambo i lati, il concordismo che nega un possibile contrasto tra racconto biblico e scoperte scientifi­che (dando comunque la priorità al primo), il di­scordismo che afferma l'inconciliabilità tra cre­denza religiosa e risultati della ricerca scientifica.

    Restano due opzioni oggi possibili:

    1) la separazione, per cui non vi può essere al­cun punto di contatto tra le due discipline: è la posizione di Sergio Quinzio, «il quale presenta il discorso biblico e quello scientifico sul mondo come "due" storie indipendenti e parallele, senza punti di contatto» (Fulvio Ferrario, «Il Regno», 18-2009, p. 632), che risale a quella di Georges Lemaitre che affermava che la scienza non aveva mai creato problemi alla sua fede;

    2) un'articolazione dei due discorsi che com­porti il dialogo tra le discipline, con l'obiettivo di un' integrazione tra di esse (posizione di John Polkinghorne sostenuta da Simone Morandini).

    La ragione di fondo di questa posizione sta nel fatto che la scienza non dà risposta a tutte le do­mande e soprattutto non dà, per principio meto­dologico, alcuna risposta sul senso dell'universo. Il cosmo non mostra Dio. Viene alla mente l'af­fermazione di Wittgenstein: «Noi pensiamo che, persino nell'ipotesi che tutte le possibili doman­de scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiora­ti. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta» (Tractatus 6.52).La teologia classica riteneva di poter risalire a Dio attraverso il creato (ad es. con le prove dell' esi­stenza di Dio). Oggi si preferisce affermare la con­tingenza dell'universo, ma se si resta sul piano scientifico non si rende ragione della realtà nella sua interezza. Non esiste una teoria scientifica che spieghi il tutto. Un sistema logico coerente non è mai completo, un sistema logico completo non è coerente. Per trovare un fondamento all' esistere del mondo occorre ricorrere a un principio tra­scendente. Solo la teologia può cogliere il tutto della realtà, le teorie scientifiche non sono ripro­duzioni del mondo, ma solamente modelli di de­scrizione parziali di esso.

    Il modello top down

    In questa prospettiva si inserisce la proposta teologica di John Polkinghorne del modello cau­sale top down. Questa teoria spiega l'azione di Dio nel cosmo come azione provvidenziale che si in­serisce nella realtà descritta dalla scienza non for­zando le leggi fisiche o intervenendo contro di esse (l'intervento miracoloso che costituisce una rottura della regolarità del funzionamento della natura è un evento del tutto eccezionale), ma ope­rando attraverso gli spazi di «impredicibilità» e «imprevedibilità» intrinseche che la realtà offre e che la scienza ha scoperto come suoi limiti strut­turali (ad es. nel principio di indeterminazione di Heisenberg e nella teoria dei sistemi caotici) . Dio si inserirebbe non a livello di energia, senza cioè alterare il meccanismo delle cause seconde come definite dal modello tomistico, ma in via di  «informazione», nelle «aperture ontologiche» all'imprevedibile esistenti nella realtà del mondo.

    Questo modello di Polkinghorne si discosta dalla teoria del «disegno intelligente» secondo quale vi sono prove per individuare nella natura l'intervento di una intelligenza ordinatrice che opera continuamente dall'interno e senza la quale i fenomeni non avrebbero spiegazione. Tuttavia il tentativo di Polkinghorne di vedere l'azione di Dio negli interstizi lasciati vuoti da un certo grado di indeterminazione che la scienza ha scoperto nella realtà sembra confondere i due piani di ricerca, teologico e scientifico, e introdurre più confusione che aiutare la conoscenza. Non sembra infatti possibile qualificare la sua teoria come scientifica (come pare l'autore pretenda), trattandosi evidentemente di una teoria di ordine filosofico e metafisico. Che Dio intervenga in qualche modo provvidenziale nell'ordine del mondo fisico non costituisce una affermazione scientifica che accresce le nostre conoscenze dal punto di vista scientifico, non essendo scientificamente verificabile e anzi esulando dall' ambito della scienza, perché concernente la ricerca sulla finalità. Dal punto di vista teologico non sembra utile e opportuna una teoria che cerchi di spiegare il tutto attraverso l'inserimento in modelli scientifici di lettura della realtà che possono evolvere sulla base delle successive ricerche e travolgere in futuro le stesse acquisizioni poste a fondamento della teoria.

    Una integrazione illusoria

    In conclusione, penso che sia illusoria l'idea di una integrazione del sapere scientifico con quello teologico e metafisico: essa fa parte di quella tendenza dell'uomo a voler tutto comprendere e  tutto ricondurre sotto una formula razionale che si è rivelata fallace. Meglio percorrere una strada più modesta di riconoscimento dei limiti della nostra conoscenza, sia da parte della scienza che, paradossalmente, quanto più acquisisce dati e informazioni sulla realtà, tanto più si rende consapevole della propria incapacità, oggi anche di carattere ontologico, a capire il tutto, sia da parte della teologia che, nel caso del cristianesimo, si appella a un Dio che si è fatto piccolo e povero per avvicinarsi all'uomo e alla sua comprensione.

    Forse dovremmo abbandonare la convinzione che l'uomo sia in grado di possedere in modo definitivo la verità, convinzione che genera quella che Paolo De Benedetti chiama l'«ossessione di definire sempre una volta per tutte» le verità di fede. Forse dovremmo imparare dalla cultura ebraica che «la verità assoluta non è accessibile all'essere umano, e a esso compete intravederla per indizi, ricercarla, risalendo dal creato (dalla terra) al Creatore, ma senza mai giungere a vedere la Sua faccia (Es. 33,20)» (Bali – Franzinetti - Levi Della Torre, Il forno diAkhnai, La Giuntina 2010, p. 108) e che lo studio della Parola non è mai concluso, perché la ricchezza che essa contiene è inesauribile, come dice il salmo 62: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite».

    Guido Allice (dal n. 374 di Settembre 2010 de Il Foglio – mensile di alcuni cristiani torinesi)

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina