Martini e noi. a cura di Marco Vergottini


  • 	Nel terzo anniversario della scomparsa del Card. Martini, è uscito il
    libro  "Martini e noi"  (a cura di Marco Vergottini), Piemme.
    Contiene 111 ricordi del Gigante. Per leggere i 110 più importanti
    dovete per forza passare in libreria.  Per il 111°  vedi sotto.
    Saluti celesti come gli occhi di padre Carlo
    Giovanni Ambrogio
    
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    Il pastore bello
    G. Colombo
    
    “Il cristianesimo è tutto fondato sul corpo che Cristo ha assunto: è
    la religione del Logos incarnato, della Parola che si fa uomo. (….)
    Il cristianesimo ha al centro un corpo che nasce, cresce, comunica, si
    riproduce, si dilata, soffre, si ammala, guarisce, muore; perché è nel
    farsi del corpo che vive la Parola.”
    (Sul corpo, pag. 76-77)
    
    Padre Carlo era bello. Ricordo ancora la prima volta che lo vidi. 6
    gennaio 1980, Basilica di San Pietro. Vito e io, due giovani entusiasti
    della parrocchia Santi Ambrogio e Simpliciano di Carate Brianza, eravamo
    scesi col torpedone nella Roma papalina e barocca per partecipare al
    grande evento dell’ordinazione del nuovo arcivescovo di Milano.  Alla
    fine della cerimonia, mi passò vicino e mi colpì la sua altezza, il suo
    incedere ieratico, il suo viso sorridente. Lo rividi il mese dopo
    all’entrata ufficiale in Diocesi, mentre camminava per Via Dante.
    Sempre alto, ieratico, sorridente. Indiscutibilmente un gran
    bell’uomo, che ebbi la fortuna di conoscere da vicino  per via
    dell’Azione cattolica, in una serie innumerevole di convegni e
    incontri. Il regalo per la fine dei miei sei anni da responsabile del
    settore giovani fu una cena con lui. 7 marzo 1989. Per tutta la sera gli
    parlai dettagliatamente  della mia vita, dai primi innamoramenti ai
    tormenti vocazionali.  Mi ricordo i suoi occhi azzurri, luminosi, buoni
    (gli occhi rivelano il cuore e svelano i sentimenti più profondi,
    vero?). Uscii a mezzanotte dall’Arcivescovado  volando leggero e
    contento. Mi ero sentito amato ed ascoltato fino in fondo. Sensazione
    che ho riprovato in tanti altri colloqui successivi, fino all’ultimo
    in compagnia di mia moglie Lorenza nella casa di Gallarate.  
    Padre Carlo è stato il Gigante, il principale riferimento religioso,
    morale, intellettuale della mia giovinezza. Con le sue parole intorno
    alla Parola, mi ha cambiato Dio. Non più il dio lombardo, cupo,
    controriformista, il dio col vocione che produce l’inflazione del
    senso di colpa. Ormai Dio è brezza leggera e sua volontà la nostra
    liberazione: la partenza da tutti i varchi, l’apertura di tutte le
    gabbie. Ah, le gabbie! Quanta fatica, quanto dolore… Le gabbie
    esteriori,  in cui si blocca tanta pastorale della Chiesa cattolica
    d’Occidente,  ma soprattutto quelle interiori, che sono il frutto
    di congelamenti psicologici e morali che colpiscono tutti, nessuno
    escluso,  e che finiscono molte volte per diventare veri e propri
    blocchi fisici.
    In padre Carlo, nel suo bel corpo, mi pare di aver intravisto una dura
    lotta tra il vento spirituale che si faceva via via sempre più forte con
    il progredire degli anni – merito della lettura continua di quel libro
    di aria e inchiostro che è la Bibbia - e la rigidità fisica anch’essa
    sempre più accentuata nelle posture, nell’abbraccio, nella stretta di
    mano. Mi azzardo a leggere la sua stessa malattia parkinsoniana  come il
    segno di una dinamica irrisolta: la spinta a far uscire il vento e la
    controspinta a non farlo, per non disobbedire a chissà quale autorità.
    Purtroppo alla fine la rigidità ha avuto il sopravvento e Il Gigante si è
    trovato rinchiuso dentro una corazza. 
    Più passa il tempo dall’ultimo saluto più continuo a pensare che sia
    questo il compito che mi ha lasciato: far tesoro della sua esperienza
    per andare oltre, verso la scioltezza di un corpo riconciliato in tutte
    le tre dimensioni, pneuma-psiche-soma. Lui che ora vola libero in Cielo
    vuole veder fiorire il mio corpo, splendere il  mio volto –
    l’elemento più caratterizzante del corpo -, e tutto ciò in
    riferimento a Gesù Cristo, corpo di Dio in mezzo a noi. Lo prego così:
    “Padre Carlo, aiutami a non sprecare neanche un briciolo della mia
    corporeità. Dammi spirito forte, cuore tenero, piedi agili per danzare
    al ritmo della Parola. Sostienimi nelle notti e nelle malattie. Fammi
    essere vivo, nient’altro che vivo, vivo e nient’altro sino alla
    fine.”      
    
    
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Data: lunedì 14 settembre 2015

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