La terra casa comune nell'orizzonte della fede cristiana




  • I messaggi della lettera enciclica Laudato si' di Papa Francesco sono molto complessi e articolati. È
    difficile proporre riflessioni competenti su tutti i temi affrontati. La mia riflessione riguarda un
    ambito marginale rispetto alla proposta centrale delle "virtù ecologiche" (n. 88). Esamino solo
    alcuni temi del secondo capitolo che introduce lo sguardo di fede nella interpretazione della
    creazione e della storia. (Il Vangelo della creazione nn. 62-100 ss).
    È un aspetto essenziale per il credente perché indica l'orizzonte del cammino e i criteri delle scelte
    ma non riguarda direttamente tutti i destinatari del documento dato che Papa Francesco si rivolge «a
    ogni persona che abita questo pianeta», per «entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa
    comune» (n. 3), «per cercare insieme cammini di liberazione» (n. 64) ed «uscire dalla spirale di
    autodistruzione in cui stiamo affondando» (n.163).
    Papa Francesco sente il dovere di esporre anche il punto di vista della fede perché «è un bene per
    l'umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che
    scaturiscono dalle nostre convinzioni» (n. 64).
    La finalità specifica della riflessione di fede emerge chiaramente in due temi intrecciati in tutte le
    parti dell'Enciclica: la profonda interconnessione tra tutti gli esseri del cosmo e la responsabilità
    degli umani come vertice dell'evoluzione della vita sulla terra1.
    Credere infatti in un Dio creatore «induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso
    Padre, noi tutti esseri dell'universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia
    universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile» (n. 89).
    Idea questa già espressa nella esortazione Evangelii Gaudium: «Dio ci ha unito tanto strettamente al
    mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e
    possiamo lamentare l'estinzione di una specie come fosse una mutilazione» (E.G. n. 215 citata al n.
    89). Da queste convinzioni derivano il significato e «il messaggio di ogni creatura nell'armonia
    dell'universo» (nn. 84-88), «la destinazione comune dei beni» (nn. 93-95). Il tutto rafforzato dallo
    «sguardo di Gesù» (nn. 96-100).
    Le conseguenze pratiche di queste riflessioni sono sviluppate nel capitolo sesto (Educazione e
    spiritualità ecologica nn. 202-246) che inizia con la denuncia della diffusa mancanza di «coscienza
    di un'origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa
    consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili
    di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi
    di rigenerazione» (n. 202).
    Per chiarire la portata di questo messaggio esamino due aspetti della riflessione di fede in Dio
    proposta nell'enciclica: la peculiarità dell'azione creatrice e la causalità attraente del fine e indico
    due possibili punti di sviluppo: l'insufficienza del modello evolutivo e il problema del male.
    La condizione creata
    Il primo dato interessante riguarda il concetto stesso di azione creatrice, che Papa Francesco illustra
    con una analogia desunta da Tommaso d'Aquino in un testo poco valorizzato ma fondamentale. Nel
    Commento alla Fisica di Aristotile Tommaso scrive: «La natura non è altro che la ragione di una
    certa arte, in specie dell'arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un
    determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da
    sé per prendere la forma della nave»2. Peculiarità dell'azione creatrice significa che Dio non opera
    come l'artigiano che crea un manufatto o come un architetto che progetta e costruisce un palazzo
    combinando in diverso modo dall'esterno realtà già esistenti, il Creatore opera dal di dentro in modo
    che siano le cose stesse a costruirsi, a diventare cioè quello che ancora non sono. Dio creando offre
    alle creature di farsi e diventare se stesse. Scrive Papa Francesco: «Egli [Dio] è presente nel più
    intimo di ogni cosa senza condizionare l'autonomia della creatura... Questa presenza divina, che
    assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere "è la continuazione dell'azione creatrice"»3 (n.
    80). L'azione creatrice non riguarda semplicemente l'origine delle cose ma l'esistenza stessa della
    realtà ed è continua nel tempo. Utilizzando la terminologia trinitaria questa presenza è attribuita allo
    Spirito divino: «lo Spirito di Dio ha riempito l'Universo con le potenzialità che permettono che dal
    grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo» (n. 80 conclusione)4. In
    questo senso scriveva il gesuita paleontologo, Teilhard de Chardin: «La causa prima non si mescola
    agli effetti: egli opera sulle nature individuali e sul movimento d'insieme. Dio propriamente
    parlando non fa le cose, ma fa sì che le cose si facciano»5.
    Da questo modo di concepire l'azione creatrice deriva la responsabilità delle creature nelle scelte
    operative e l'ampiezza o profondità della loro connessione.
    Quanto alla causa finale Tommaso come Aristotile si richiama all'attrattiva che Dio esercita, «per
    cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine»6. Spesso si pensa alla causa finale come ad
    un progetto secondo il quale l'agente opera e tutto viene ricondotto alla sua causalità efficiente. In
    realtà Dio non opera creando secondo un progetto già determinato (come fa l'uomo) ma attira come
    Bene, affascina come il Bello, orienta come luce di Verità. E in tale modo suscita molte dinamiche
    nelle creature e offre numerose possibilità di azione.
    Già Aristotile affermava: «Il Primo Motore immobile muove il cielo come colui che è amato»7.
    Senza entrare nell'esame delle diverse interpretazioni di questa affermazione, l'idea di fondo è che
    per Aristotile la causalità propria del motore immobile è quella attrattiva: Egli muove come amato,
    come oggetto della tensione di tutte le cose perché, essendo perfetto, non passa dalla potenza all'atto
    ma resta sempre appetibile da tutti come fine ultimo8.
    Nelle creature la tensione verso il compimento è alimentata continuamente da una presenza che non
    opera alle spalle in modo efficiente, bensì attirando come meta del processo, come bene che
    soddisfa e che conduce alla felicità. Anche per S. Tommaso, che pur ammette in Dio una causalità
    efficiente, Egli dirige gli altri verso sé come fine, attirandoli come Bene supremo. Scrive ad
    esempio nella Questione disputata sulla verità: «Al fine ultimo non compete tendere al fine ma
    godere di sé come fine; [così] orienta verso di sé le altre cose»9.
    Dio come creatore si esprime con una modalità tutta propria ed esclusiva che nelle creature si
    rifrange sia come causa efficiente che come causa finale attirando le creature al compimento. Ma in
    ogni caso Egli opera sempre e solo attraverso creature, che sono riflesso limitato e imperfetto del
    Bene, del Vero, del Bello, della Vita. Per questo il fascino delle creature è sempre limitato, non
    appaga mai compiutamente e i processi non sono determinati, ma si svolgono anche con eventi
    casuali, sufficienti per far proseguire il cammino che conduce al traguardo finale.
    Papa Francesco richiama questa dottrina per superare la tentazione dell'antropocentrismo: «Lo
    scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di
    noi, verso la meta comune che è Dio, in una pienezza trascendente, dove Cristo risorto abbraccia e
    illumina tutto. L'essere umano, infatti, dotato di intelligenza e di amore, e attratto dalla pienezza di
    Cristo è chiamato a ricondurre tutte le creature al loro creatore» (n. 83). In questa prospettiva si
    comprende anche l'insistenza con cui Papa Francesco presenta la missione del credente come il
    fascino del Bene, l'attrattiva del Bello, lo splendore del Vero. Nella esortazione Evangelii Gaudium
    a proposito del Vangelo ha scritto: «I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere
    nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un
    orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per
    attrazione» (n. 14).
    Insufficienza del modello evolutivo
    Riguardo al modello evolutivo chiaramente assunto nell'Enciclica esiste una certa ambiguità. Ho il
    sospetto che sia il risultato di alcuni interventi estranei alla mano di Papa Francesco. Sarebbe
    interessante sapere quali modifiche abbia introdotto la revisione della Congregazione per la dottrina
    della Fede al testo originario dell'Enciclica Laudato si'. E prassi della Curia che i documenti
    dottrinali vengano rivisti dalla Congregazione per la dottrina della fede. D'altra parte recentemente
    il Cardinale Gerard Ludwig Müller ha rivendicato come compito istituzionale della Congregazione
    di cui è Prefetto una funzione orientativa della teologia del Pontificato.
    Nella redazione definitiva dell'Enciclica a proposito dell'evoluzione biologica si legge: «L'essere
    umano benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile
    dall'evoluzione di altri sistemi aperti». Per cui sostiene che «la novità qualitativa implicata dal
    sorgere di un essere personale all'interno dell'universo materiale presuppone un'azione diretta di
    Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di un Tu a un altro tu» (n. 81). Poco prima è
    scritto che lo «Spirito di Dio ha riempito l'Universo con le potenzialità che permettono che dal
    grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo» (n. 80). Perché ora si
    afferma che alcune caratteristiche trascendenti dell'uomo «mostrano una singolarità che trascende
    l'ambito fisico e biologico» e che questa singolarità «presuppone un'azione diretta di Dio»? Dio non
    è già presente con tutte le potenzialità del suo Spirito? Cosa può significare "azione diretta" quando
    la sua presenza operativa è già in noi più immediata delle nostre stesse azioni? L'attività creatrice è
    già in corso e contiene tutto, non ha bisogno di aggiungere nulla. È solo la creatura che evolvendosi
    diventa capace di accogliere qualità nuove da Dio da sempre operante.
    Non c'è nessun ragione di ricorrere ad un "intervento diretto" di Dio per l'origine dell'uomo quando
    la sua Parola creatrice è sempre in azione e il suo Spirito riempie l'universo. La forza divina è
    personificante fin dall'inizio, solo con l'uomo ha raggiunto questo traguardo. Questo sarebbe stato
    un luogo per citare Teilhard de Chardin che già negli anni Venti del secolo scorso scriveva: «Non c'è
    un momento in cui Dio crea e un momento nel quale le cause seconde si sviluppano. C'è sempre
    un'unica azione creatrice che solleva continuamente le creature verso un "più essere"... La creazione
    così intesa non è una intrusione periodica della Causa prima: è un atto coestensivo a tutta la durata
    dell'universo. Dio crea dall'origine dei tempi, e vista dal di dentro la sua creazione ha la figura di
    una trasformazione. L'essere partecipato non è posto per blocchi che si differenziano ulteriormente
    grazie a una modificazione non creatrice: Dio immette continuamente in noi dell'essere nuovo»10.
    La teoria tomista della creazione, che Francesco richiama in modo esplicito, afferma una
    dipendenza continua delle creature da parte di Dio, il quale però non aggiunge nulla alla loro azione
    con nuovi interventi, ma rende possibile dal di dentro l'emergere di perfezioni inedite, man mano
    che le strutture create, sempre più complesse, sono in grado di interiorizzare in modo nuovo la sua
    presenza attiva. Lo stesso big-bang non rappresenta un intervento divino: tutto si svolge secondo
    dinamiche e leggi che la scienza potrebbe un giorno codificare in formule matematiche. La presenza
    creatrice divina non richiede spazi propri né ha ritmi temporali, offre alle strutture create possibilità
    continue che si attuano nel momento in cui sono accolte.
    Il problema del male
    Da questa impostazione deriva la spiegazione insufficiente che l'Enciclica offre del male. E assente
    qui il richiamo al peccato originale come ragione del disordine e del male fisico ed è un importante
    passo in avanti. Ma la soluzione indicata non è coerente perché attribuisce a Dio la scelta di inserire
    le creature in un processo evolutivo: «in qualche modo Egli [Dio] ha voluto limitare se stesso
    creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o
    fonti di sofferenza, fanno parte in realtà dei dolori del parto, che ci stimolano a collaborare con il
    creatore» (n. 80). Nella nota (n. 14) si precisa: «il catechismo [n. 310] insegna che Dio ha voluto
    creare un mondo in cammino sino alla sua perfezione ultima e che ciò implica la presenza della
    imperfezione e del male fisico», lasciando supporre che Dio avrebbe potuto evitare l'evoluzione e
    creare tutto perfetto fin dall'inizio.
    Il riferimento a Teilhard de Chardin (che viene citato poco dopo al n. 83) avrebbe potuto suggerire
    una via più soddisfacente per l'interpretazione del male.
    L'imperfezione e il limite non sono una scelta divina ma è una necessità strutturale delle creature.
    La condizione evolutiva è conseguente alla impossibilità delle creature di accogliere l'offerta divina
    tutta in un solo istante e quindi connessa intrinsecamente alla loro natura temporale.
    Il male nella creazione si presenta come disarmonia e disordine, dovuti dalla fase di transizione in
    cui le cose e l'uomo si trovano. Si potrebbe dire con una metafora estrema che il nulla e il vuoto
    oppongono resistenze alla forza creatrice perché hanno la capacità di accogliere il dono della vita
    solo a piccoli frammenti nella successione di eventi imperfetti. Si può esprimere questa condizione
    come la fatica delle cose per giungere al proprio compimento o «l'angosciante sforzo verso la luce e
    la coscienza»11.
    D'altra parte occorre anche affermare i limiti dell'azione di Dio, non perché si conosca la sua azione
    creatrice, ma perché si intravvede la resistenza delle cose al loro divenire: «Non è affatto per
    impotenza ma per la stessa struttura del Nulla, sul quale si dispiega, che Dio per creare non può
    procedere che in una sola maniera: arrangiare, unificare poco a poco, sotto la sua influente
    attrazione, utilizzando il gioco probabile dei grandi numeri, una immensa moltitudine di fattori». La
    contropartita di questa difficoltà o resistenza del nulla di fronte a Dio sono appunto «le disarmonie o
    le decomposizioni fisiche nel mondo previvente, la sofferenza presso i viventi, e il peccato
    nell'ordine della libertà»12. L'imperfezione, perciò, appare non come una scelta divina ma come una
    necessità intrinseca alle creature che sono strutturalmente temporali.
    In tale modo la responsabilità delle scelte umane sarebbe intensamente potenziata, perché
    costituirebbe lo spazio attraverso il quale la presenza attiva dello Spirito potrebbe far fiorire le
    "virtù ecologiche" oggi necessarie per il cammino dell'umanità sulla terra.
    Il mancato anche minimo accenno al peccato originale per spiegare l'origine del male, la citazione
    all'opera di Teilhard de Chardin in rapporto a Cristo "fulcro della maturazione universale" (n. 83)
    lasciano intravedere una impostazione che sarebbe pervenuta ad una coerente affermazione della
    necessità dell'evoluzione delle creature.
    Credo perciò sia legittimo il dubbio che qualche autorevole intervento esterno, in nome di una
    fedeltà alla tradizione raccolta nel Catechismo della Chiesa cattolica, abbia impedito lo sviluppo
    coerente del pensiero di Papa Francesco su questo punto.
    NOTE
    1.Anche se a volte viene utilizzata la terminologia cosmica, in realtà la riflessione riguarda il nostro pianeta. Mentre gli
    strumenti tecnici allargano in modo esponenziale lo sguardo nelle profondità dell'universo l'ambito dell'azione e della
    responsabilità umane è ristretto al nostro piccolo frammento della terra.
    2.Tommaso d'Aquino, In octo libros phisicorum Aristotelis expositio, lib. Il lectio 14 citato da Francesco in Laudato
    si' n. 80.
    3.Papa Francesco cita qui Tommaso d'Aquino Somma di Teologia Parte I, questione 104 articolo 1 risposta 4°.
    4.Invece di «ha riempito l'Universo» sarebbe più esatto dire «che continuamente riempie l'Universo» in coerenza con la
    continuità dell'azione creatrice che si esprime nel tempo nella misura dell'accoglienza da parte delle creature. Questo
    forse sarebbe stato il luogo più adatto per citare Teilhard de Chardin che per la prima volta in un documento solenne
    viene citato proprio in questa enciclica al n. 83 nota 18 dove vengono richiamate le citazioni di Papi precedenti in
    documenti secondari.
    5.Teilhard de Chardin, Note sur les modes de l'action divine dans I'univers (or. del 1920), in Comment je crois,
    (Oeuvres 10, 1969) Paris p. 38. Analoga affermazione è in un articolo di Etudes (5-12 juin 1921): «Quando la causa
    prima opera, essa non si inserisce nel mezzo degli elementi di questo mondo, ma agisce direttamente sulle nature in
    modo che si potrebbe dire: Dio "fa" meno le cose di quanto egli "offra" a loro di farsi», Id., Comment se pose
    aujourd'hui la question du transformisme, in La vision du passé, Seuil, Paris 1957 p. 39.
    6.Tommaso d'Aquino, In octo Iibros phisicorum Aristotelis expositio, lib. II lectio 14 citato da Francesco in Laudato
    si' n. 80.
    7.Aristotile, Metafisica, 12, 7, 1072 b 3.
    8.La formula di Aristotile è stata compresa in modi molti vari perché «non è affatto chiaro da chi sia amato il Motore
    immobile, anche se la maggior parte degli interpreti crede che sia amato dal cielo (o dalla sua anima)», Berti E., Da
    chi è amato il Motore immobile? Saggio integrativo a Aristotele, Bompiani, Milano 2002, p. 616.
    9.Tommaso d'Aquino, De ventate 22, 1, ad 11um
    10.Teilhard de Chardin P., Sur la notion de transformation creatrice (1920,) in Comment je crois (Oeuvres 10,
    1969,) pp. 30 s.
    11. Teilhard de Chardin P., Lettera del 6 agosto 1915 a Margarita Teilhard Chambon, in Genèse d'une pensée. Lettres
    1914-1919, Grasset, Paris 1961 p. 76.
    12. Teilhard de Chardin P., Comment je vois, §30 in Les directions de l'avenir, (Oeuvres 11), Seuil, Paris 1973 p. 212

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Data: lunedì 17 agosto 2015

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