Alla famiglia dei popoli la cura della terra



  • di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.Alla famiglia dei popoli la cura della terra
    di Raniero La Valle
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Questo pontificato è inizio di molte cose: è la prima volta che un papa assume il nome di
    Francesco, è la prima volta di un papa gesuita, la prima volta di un papa venuto da un mondo che
    ai tempi di Gesù nemmeno esisteva, la prima volta dei poveri chiamati in Vaticano per un raduno
    mondiale e incitati alla "lotta", la prima volta di un Dio irrevocabilmente associato non al divino
    arbitrio e a una governance violenta ma alla misericordia e alla nonviolenza (senza trattino come
    la sognano i pacifisti). E così, tra le altre "cose mai viste" si aggiunge ora un'enciclica rivolta a
    tutti gli abitanti della terra.
    Il suo precedente più noto è la Pacem in terris di Giovanni XXIII che si rivolgeva non solo ai
    cattolici ma a tutti gli "uomini di buona volontà", in cui tuttavia si poteva sospettare ancora un
    residuo di esclusione, nei confronti di qualcuno che eventualmente fosse di volontà non buona.
    Invece qui il messaggio di papa Francesco si rivolge "a ogni persona che abita questo pianeta"; e se
    fosse stato per lui l'avrebbe rivolto a tutti gli esseri viventi, come san Francesco che «entrava in
    comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e "li invitava a lodare e ad amare
    Iddio, come esseri dotati di ragione"». Se papa Francesco non ha mandato questa sua enciclica
    anche agli uccelli del cielo e agli "animali più piccoli", contentandosi di citare per questa
    comunione con tutte le creature la Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, è
    perché i più papisti del papa non avrebbero perdonato a lui ciò che lodano in san Francesco, e
    con la fronda che tira, papa Francesco deve stare attento a quello che fa.
    Ma quanto agli esseri umani non ci sono esclusioni, e il papa abbraccia veramente tutti (come
    ne sono figura essenzialissima per il cristiano le braccia di Cristo aperte sulla croce) ponendosi non
    come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell'umanità
    tutta intera, non presa però all'ingrosso, ma uno per uno, profugo per profugo, povero per povero,
    bambino per bambino, famiglia per famiglia, buttati che siano sugli scogli di Ventimiglia, o nei
    campi desertificati per il degrado ecologico, o al di là dei muri che il mondo anche da poco
    approdato al privilegio si affretta ad alzare, come sta facendo l'Ungheria.
    Dunque questa enciclica riprende e supera la Pacem in terris così come tutto il pontificato di
    Francesco riprende, conclude e supera il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano
    II. Certo, Francesco cita anche gli altri papi della Chiesa postconciliare, tutti già attenti al tema
    ambientale; per esempio di Paolo VI ricorda la sentenza secondo la quale tutto il disastro ecologico
    sarebbe «una conseguenza drammatica dell'attività incontrollata dell'essere umano»,
    asserzione che lasciava poco spazio alla possibilità di un risanamento, ma, da buon gesuita non
    intimidito dal pessimismo giansenista e antigesuita di Pascal, dice di voler unire «tutta la famiglia
    umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono
    cambiare».
    Il debito verso i poveri e i peccati contro la creazione
    Per poter cambiare, però, bisogna prima vedere bene le cose come stanno, e per quali errori e
    violenze e peccati sono giunte a questo punto, col clima impazzito, le acque che si alzano, le
    città costiere che rischiano di essere sommerse, la spazzatura che invade lo spazio, le specie viventi
    che si estinguono e «la terra sempre più limitata e grigia». E se il citatissimo patriarca Bartolomeo
    parla di «peccati contro la creazione», papa Bergoglio non esita a mettere il dito nella piaga delle
    responsabilità passate e delle "inequità" in atto.
    C'è un debito estero dei Paesi poveri — dice ad esempio il papa —che non viene condonato, e anzi
    si è trasformato in uno strumento di controllo mediante cui i Paesi ricchi continuano a depredare e a
    tenere sotto scacco i Paesi impoveriti (e la Grecia è lì a testimoniare per lui). Ma al contrario il
    "debito ecologico" che il Nord ricco e dissipatore ha contratto nel tempo e soprattutto negli ultimi
    due secoli nei confronti del Sud che è stato spogliato, nei confronti dei poveri cui è negata perfino
    l'acqua per bere, e nei confronti dell'intero pianeta avviato sempre più rapidamente al disastro
    ecologico, non viene pagato (e non c'è Troika o Eurozona o Banca Mondiale che muova un dito
    per esigerlo).
    La denuncia del papa — "il mio appello", dice Francesco — non è generica e rituale, come
    quella di una certa ecologia "superficiale ed apparente" che si limita a drammatizzare alcuni
    segni visibili di inquinamento e di degrado e magari si lancia nei nuovi affari del l'economia
    "verde", ma è estremamente circostanziata e precisa: essa arriva a lamentare che la
    desertificazione delle terre del Sud, causata dal vecchio colonialismo e dalle nuove multinazionali,
    provocando migrazioni di animali e vegetali necessari al nutrimento, costringe all'esodo anche le
    popolazioni ivi residenti; e sostiene che questi migranti, in quanto vittime non di persecuzioni e
    guerre ma di una miseria aggravata dal degrado ambientale, dovrebbero essere riconosciuti come
    rifugiati nelle convenzioni internazionali, ma non lo sono «e portano il peso della propria vita
    abbandonata» e respinta da tutti. L'appello del papa giunge fino ad accusare che lo
    sfruttamento delle risorse dei Paesi colonizzati o abusati è stato tale che dalle loro miniere
    d'oro e di rame sono state prelevate le ricchezze e in cambio si è lasciato loro l'inquinamento da
    mercurio e da diossido di zolfo serviti per l'estrazione.
    Una seconda fase dell'ecologia
    Questa enciclica rappresenta un salto di qualità nella riflessione sull'ambiente; si potrebbe
    dire che apre una seconda fase nella elaborazione del discorso ecologico, così come accadde
    nel costituzionalismo quando dalla prima generazione dei diritti, quelli relativi alle libertà civili e
    politiche, si passò alla considerazione dei diritti di seconda e terza generazione, sociali,
    economici, ambientali, e cambiò il concetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giustizia
    sociale e della condizione dei poveri, ai quali nei Paesi del Sud «l'accesso alla proprietà dei beni e
    delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è vietato da un sistema di rapporti
    commerciali e di proprietà strutturalmente perversi», viene introdotto organicamente da papa
    Francesco nella questione ecologica, sicché essa non riguarda più semplicemente l'ambiente
    fisico, il suolo, l'aria, l'acqua, le foreste, le altre specie viventi, ma assume la vita e il destino di
    tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un' "ecologia integrale", a cui è dedicato l'intero
    capitolo quarto dell'enciclica. «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale,
    bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere,
    come dicono i vescovi boliviani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere colpiti da
    «quello che sta succedendo alla nostra casa comune» sono i poveri.
    Il salto di qualità è anche nel rigore dell'analisi, nella cura con cui vengono ricercate tutte le
    connessioni tra i diversi fenomeni ed ecosistemi, e anche nell'onestà con cui si dice che non tutto
    possiamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cammino, e che non si può presumere
    di prevedere gli sviluppi futuri, sicché il principio di precauzione diventa un obbligo di saggezza e
    di rispetto per l'umanità di domani, contro l'ideologia della ricerca immediata del profitto e
    dell'egoismo realizzato.
    La fine dell'idillio con il mondo ricco
    Si può capire allora come con questa enciclica che comincia con un cantico di san Francesco e
    finisce con una preghiera in forma di poesia, l'idillio del mondo ricco con papa Francesco sia finito.
    «Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua
    preghiera. «Non occuparti di politica, perché l'ambiente è politica», gli dicono i ricchi. E mentre da
    un lato, colui che negli Stati Uniti non si fa chiamare Bush per riprendersi in famiglia il governo
    dell'America dice che non si farà dettare la sua agenda dal papa, dall'altro colui che da noi pubblica
    sulle sue felpe messaggi di razzismo e di guerra dice che non c'è proprio di che essere perdonati per
    le porte chiuse in faccia ai
    profughi e che tutti i "clandestini" vorrebbe metterli a Santa Marta. «Questo papa piace troppo»
    diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da
    un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non
    capisse. Il papa diceva che l'attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva
    che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l'attuale società, in cui il denaro governa
    (Marx diceva "il capitale") è fondata sull'esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti.
    Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai
    poveri di lottare contro l'ingiustizia, e facevano il Jobs Act.
    Non una predica ma l'appello a una scelta
    Ma con questa enciclica il gioco di far finta di non capire non sarà più possibile. Bisognerà stare
    o dalla parte di Francesco o contro di lui, perché non sta facendo una predica, sta chiedendo una
    scelta. E questo vale non solo per i politici, per gli opinionisti, per i giornali, vale anche per i
    vescovi, per i cardinali. E vale anche per i semplici fedeli perché, scrive Francesco «dobbiamo
    riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della
    pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l'ambiente».
    Quello che Francesco pone davanti al mondo è il problema vero: "il grido della terra" è anche il
    "grido dei poveri", ma nel monito che si leva dai poveri perché la loro vita non vada perduta, c'è un
    monito che riguarda tutti, perché senza un rimedio, senza un cambiamento, senza un'assunzione di
    responsabilità universale la vita di tutti sarà perduta.
    Di fronte a questa urgenza, a questa sfida non del possibile ma del necessario, la politica di oggi, sia
    la nostra che l'altrui, si mostra di una futilità e di un narcisismo senza pari. Nemmeno
    l'avvertimento che già siamo nella terza guerra mondiale, e che potrebbe andare peggio che con la
    seconda (perché ci sono più armi, più tecnologie, più poteri, più soldi e meno valori capaci di
    perforare la guaina della "banalità del male") basta a incrinare gli egoismi e l'arrogan za dei
    poteri tecno-economici e delle classi politiche dominanti.
    Perciò l'enciclica di papa Francesco salta le mediazioni e chiama in causa l'umanità stessa, perciò
    è rivolta a «ogni persona che abita questo pianeta». Perché il messaggio è il seguente: non questa
    o quella Potenza o Istituzione, non questo o quello Stato, non quel partito o movimento, ma solo
    l'unità umana intenerita dall'amore e dalla misericordia di Dio, solo la famiglia internazionale dei
    popoli giuridicamente costituita e agente come soggetto politico, può prendere in mano la terra e
    assicurarne la vita per l'attuale e le prossime generazioni.

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Data: lunedì 17 agosto 2015

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