Il filosofo Roberto Mancini sulla Enciclica Laudato Sii


  • La vera economia è cura del creato
    di Roberto Mancini
    in “Scoiattoli” - Oreundici” - n. 4 del luglio-agosto 2015
    Anche se può sembrare surreale, è un dato di fatto che da tempo umanità e natura sono guardate
    con gli occhi del potere e del denaro. Molti si sono assuefatti a questa ottica perversa. La mente
    sociale dominante tende a plasmare le menti individuali, per cui tantissimi soggetti (persone,
    collettività, istituzioni) cadono in questo accecamento che si spaccia per visione moderna e
    realistica.
    Lo ricordo perché, mentre come uno squarcio di luce liberatrice appare l'enciclica di papa
    Francesco Laudato si', colpiscono le rabbiose reazioni di quanti si identificano con questo sistema
    distruttivo: politici privi del senso della vergogna, economisti ortodossi, giornalisti e intellettuali
    stipendiati dai potenti peggiori. E si capisce perché: un testo di questo genere rovescia il disordine
    del mondo attuale, prefigurando un ordine completamente diverso, fondato non più sul predominio
    di un potere mortifero, ma sull'accoglienza della vita universale. Se il sistema capitalista globale
    costituisce una vera e propria necronomia, nel senso di un'economia che fa del principio di morte
    l'ispiratore della sua logica, il papa disegna davanti agli occhi di tutti il profilo, tutt'altro che
    utopistico, di una bioeconomia, di un'economia al servizio della vita dell'umanità e della natura.
    Egli mostra con autorevolezza e in modo facilmente comprensibile che -la vera economia è la cura
    del creato.
    Già il sottotitolo dell'enciclica, Sulla cura della casa comune, riassume tale benefico
    sconvolgimento della prospettiva dominante perché anzitutto, a ben vedere, chiarisce letteralmente il
    senso del termine "economia". Infatti il sottotitolo indica che l'autentico oikos-nomos — cioè la
    legge di buona amministrazione della casa comune — non è l'economia della competizione, del
    capitale, dello sfruttamento della natura e della crescita distruttiva, ma è appunto l'economia
    come cura della casa comune e dei suoi abitanti.
    La seconda cosa che colpisce è la consequenzialità con l'esortazione apostolica Evangelii
    Gaudium, la quale denunciava l'economia che uccide (nn. 53-60) e si limitava a prefigurare il
    paradigma della cura come orizzonte e metodo per uscire dal sistema globale di ini quità che
    imprigiona la terra e la società. L'enciclica ora chiarisce questa alternativa e lo fa delineando
    un'autentica conversione collettiva. Qui il papa spezza il perimetro asfittico della mentalità
    contemporanea, che sa concepire un cambiamento positivo solo in termini di "riforme"
    (aggiustamenti sacrificali che colpiscono le persone e rafforzano il sistema dominante) o di
    "innovazione" (i miglioramenti tecnologici e l'affinamento delle strategie di conquista dei
    mercati). Papa Francesco invece mostra che cosa sia la conversione del cuore, dello sguardo e
    della forma di vita per una società intera. Così facendo le offre un impulso per ritrovare la vista e
    rimettersi in cammino.
    Colpisce poi la parrhesia profetica del papa, cioè la libertà di parlare apertamente, con
    chiarezza disarmante, senza attutire il suono del pensiero lucido nelle forme flebili dell'auspicio,
    della raccomandazione morale o dell'eloquio diplomatico. Si tratta di una parrhesia profetica
    precisamente per il fatto che guarda alla natura, ma anche all'umanità, con lo sguardo dell'amore
    di Dio. Mentre oggi tutto viene visto con gli occhi del denaro, il papa ci mostra come appare
    la realtà nello sguardo amorevole del Padre. E per andare a porsi, direi naturalmente, in questa
    prospettiva profetica, papa Francesco risale allo sguardo di Francesco d'Assisi e comincia a dare
    parola a tutto ciò che diventa evidente da questa apertura del cuore e della visione. Francesco è
    ancora tra noi; è indicato dal papa come guida per un'ecologia integrale vissuta con gioia e
    autenticità (n. 10). Non siamo soli. E se è ancora tra noi, vuol dire che il Padre non ci abbandona
    nonostante la follia e la prepotenza omicida del sistema che stringe il cuore del mondo.
    Lo scandalo della gioia
    L'enciclica è di importanza cruciale non solo per il suo contenuto, ma anche per l'atto
    comunicativo che il papa compie attraverso di essa. Egli chiama i contemporanei a un sentimento
    del tutto differente. Infatti di Francesco d'Assisi il papa evoca soprattutto la gioia. Forse si annida
    proprio qui l'odio di quanti reagiscono con arroganza, con affermazioni che anche linguisticamente
    sembrano il calco della dichiarazione di Caino: «non sono io il custode di mio fratello». A chi si
    identifica con una società cupa, disperata, avida e sconvolta da sentimenti di morte, il darsi di una
    gioia vera suscita risentimento e furore. Il papa si espone non solo per quello che dice, ma per il
    tipo di sentimento che manifesta e comunica a tutti.
    La compassione solidale con le vittime e la preoccupazione per la sorte della natura sono sempre
    fondate sulla gioia profonda della comunione filiale e creaturale con il Padre di Gesù. Per giunta,
    egli comunica rivolgendosi a tutti (n. 3) e si pone «in comunicazione con tutto il creato» (n. 1 1),
    nel contesto di una società piena di muri, divisioni, armi, discriminazioni, respingimenti,
    misconoscimenti. Anche questo appare imperdonabile a quanti si identificano con i poteri
    dominanti, insieme all'attestazione della possibilità reale di una trasformazione globale. Infatti la
    prospettiva di «uno sviluppo sostenibile e integrale» (n. 13) che coinvolga tutta la famiglia
    umana e protegga la natura come casa comune viene affermata ricordando a tutti che «le cose
    possono cambiare» (n. 1 3).
    In questo senso Laudato si' non è solo un'enciclica sul creato, è l'enciclica che testimonia la
    vicinanza di Dio e la possibilità di una storia liberata: «nel cuore di questo mondo rimane sempre
    presente il Signore della vita che ci ama tanto» (n. 245).
    L'enciclica può anche essere letta come l'evento che segna l'assunzione della svolta ecologica
    nella teologia, ma sempre ricordando che ancor più radicalmente il testo rispecchia la comunione
    indistruttibile tra Dio e ogni vita del creato, come viene mostrato soprattutto nel capitolo
    secondo. E la realtà di tale comunione nega alle mille forme del male, per quanto siano sempre
    più subdole e aggressive, qualsiasi potere definitivo. Il papa lo dice con il respiro tipicamente
    evangelico delle parole che sollevano quanti sono prigionieri della rassegnazione e della
    disperazione.
    Qui vale la pena di ascoltare per intero il n. 205, uno dei passag gi più forti e commoventi
    dell'enciclica: «Eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino
    all'estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di
    qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Son capaci di guardare
    a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la
    vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l'apertura al bene, alla verità e
    alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri
    cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo ci non dimenticare questa sua dignità che nessuno
    ha diritto di toglierle». E il passaggio della restituzione: queste parole ci restituiscono alla nostra
    dignità e alla nostra libertà, annunciano che Cristo, non il mercato, è il Signore della storia. E
    con Cristo lo siamo tutti noi, figlie e figli, coeredi della terra e del dono di una comunione che
    niente può spezzare.
    Il pianeta al collasso in un sistema di inequità
    Il testo ha un inaggirabile effetto per il risveglio delle coscienze. E dove una coscienza è desta,
    lì si sprigiona l'azione, intesa soprattutto come azione corale, intrapresa da molti, per riparare le
    ferite alla natura e alla società. La vita dell'enciclica non sarà ripiegata e dimenticata mettendone il
    testo in qualche scaffale, essa vivrà tra le mani dei movimenti sociali che, anche grazie a essa,
    inizieranno a osare di più, a prendere la parola, a riunirsi, a operare per la salvaguardia del creato e
    per la trasformazione della società, a pretendere dalle autorità costituite nelle nazioni della terra che
    si cambi decisamente rotta.
    In questa prospettiva è in primo luogo preziosa la sintesi che Laudato si' offre per riuscire ad avere
    una lettura del presente. Molti sono confusi, disinformati, sviati, non si orientano. Invece il testo
    riassume lucidamente, nel capitolo primo e nel terzo, la situazione in cui siamo: un pianeta al
    colasso oppresso da un sistema di inequità. Qui non c'è alcuna reticenza nell'indicare le
    responsabilità di una simile disfatta: la folle brama di guadagno dei poteri finanziari, l'avidità di
    quanti si pongono come creditori nei confronti dei poveri, i fautori della credulità per una
    concezione magica del mercato, la cattiva politica e la sua acquiescenza verso la finanza, lo
    strapotere della tecnologia fine a se stessa. In particolare il papa ricorda la radice umana della
    crisi ecologica, mostrando che un'umanità ignara o dimentica della propria dignità sbaglia
    atteggiamento di vita e diventa distruttiva.
    In secondo luogo l'enciclica evidenzia saggiamente e concretamente le direzioni verso le quali è
    necessario convergere nell'azione collettiva per uscire da questa trappola globale. Qui si sente
    quanto, dinanzi al realismo evangelico, impallidisca qualsiasi altra forma di "realismo"
    rivendicato da chi difende il perverso disordine attuale come se fosse l'unico possibile ordine del
    mondo. La visione di fondo da svolgere è quella di un'ecologia integrale (il cui profilo è esposto
    nel capitolo quarto), per cui la sapienza della cura amorevole deve investire sia la natura che la
    cultura, sia la società data che la possibilità di vita buona delle generazioni future.
    In proposito la finezza del discorso di Francesco si coglie nel fatto che, mentre nella classica
    modalità ideologica di concepire il cambiamento prima si disegna un progetto di società e poi si
    fa qualsiasi cosa per realizzarlo, considerando chiunque dissenta come un ostacolo da eliminare,
    il papa fa valere il principio del dialogo rispetto a ogni direzione di azione trasformativa. E
    così egli richiama al dialogo globale tra gli Stati per una nuova politica ambientale, al dialogo
    che deve rigenerare le politiche nazionali e locali, al dialogo per la democratizzazione in ogni
    ambito della vita pubblica, al dialogo tra la competenza della politica e quella dell'economia,
    sottolineando che quest'ultima deve finalmente guarire dall'arroganza dell'autosufficienza che
    spezza il suo rapporto con l'etica, con l'ecologia e con la politica stessa.
    Che diranno i cattolici
    A questa ecumene per la rinascita sociale e ambientale del mondo hanno il dovere di contribuire
    le religioni, che devono riaprirsi insieme alla grazia di Dio (n. 200). Il principio dialogico non
    solo invocato, è assunto dal papa nel cammino della sua riflessione, che riprende sia le
    posizioni di molti episcopati nel mondo, sia quelle di altre fedi. Ulteriore segno di realismo
    evangelico è l'attenzione, espressa nell'ultimo capitolo, all'educazione nella spiritualità ecologica.
    Qui emerge l'importanza essenziale dell'apertura alla realtà intesa come comunione, "fraternità
    universale" (n. 228), dunque al mistero d'amore che regge il mondo: «l'educazione ambientale
    dovrebbe disporci a fare quel salto verso il Mistero, da cui un'etica ecologica trae il suo senso
    più profondo» (n. 210). L'apertura universale di Laudato si' è forte, sincera e costante. Eppure a
    me viene di pensare in particolare ai cattolici che leggeranno que sto invito di papa Francesco a
    cambiare vita, decidendosi a praticare l'amore interpersonale, l'amore per il creato e l'amore
    politico. Neutralizzeranno l'invito senza scomporsi, continuando per lo più a voler conservare un
    ordine del mondo iniquo e necrofilo? Oppure saranno gioiosamente disposti a riprendere la via
    del Vangelo? Credo che molti faranno la scelta di riprendere il cammino, comprendendo che non si
    può lasciare solo papa Francesco. Bisogna scegliere chiaramente di mettersi subito sulla strada
    che egli ha indicato con il dono di questa enciclica.

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Data: domenica 9 agosto 2015

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