È possibile un nuovo umanesimo?


  • È possibile un nuovo Umanesimo? Sembrerebbe di sì, purché il suo atto di (ri)nascita sia firmato in nome dell’Incarnazione e della Parola di Dio: Verità cui l’Uomo può sempre attingere per (ri)trovare le ragioni della propria dignità originaria, quella della eco di Dio, «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26).

    Concludevo la riflessione precedente (cfr. Voce n. 11, 29/03/15) con l’auspicio del Cardinale Scola, arcivescovo di Milano: «Un nuovo umanesimo che non sia altro che la capacità insita nella fede cristiana di generare cultura, cioè di proporre agli uomini e alle donne di ogni tempo, partendo dal loro peculiare contesto storico, sociale e culturale, un senso per vivere il quotidiano».

    Un senso per vivere il quotidiano all’insegna della speranza, «un Nuovo Umanesimo come via per il futuro dell’Umanità». Così ha esordito il Prof. Sergio Givone, filosofo e docente di Estetica presso l’Università di Firenze, il 13 aprile scorso, presso la Biblioteca Petrucciana, in occasione della terza conferenza degli incontri culturali 2014/2015 intitolati “Alla ricerca di una Via per l’avvenire dell’umanità”, curati dalla Biblioteca Diocesana C.M. Petrucci, dal Comune di Jesi e da Jesi Cultura.

    A dire il vero, un futuro sempre più «corto, perché il presente vacilla, e sempre più povero», che ci costringe a mettere in gioco altre categorie prima ancora della ricerca di una Via per l’avvenire dell’Umanità. «Categorie come speranza e disperazione», per Givone ricordano la domanda kantiana, che cosa posso sperare? Dire di “disperazione” non è indulgere nel pessimismo ma è prendere atto che «essa dice sulla speranza più di quello che la speranza fa della disperazione». La riflessione di Givone è che «la speranza è intrisa d’illusioni (Leopardi) e per sua natura è ingannevole; certo, è una grande virtù, una virtù teologale, ma l’Uomo, quando spera, tende a ingannarsi. Nella disperazione, invece, c’è la certezza e la conoscenza concreta della contingenza».

    Nel mondo classico si diceva desperatio Dei, l’Uomo che dispera di Dio, l’Uomo perduto che non dispera soltanto in orizzontale ma in verticale; perciò dispera della possibilità di sperare, perché ha tagliato la radice della speranza, della fonte della sua stessa vita, cioè Dio. È «la “malinconia”, considerata un peccato perché recide alla radice il legame essenziale dell’Uomo con Dio».

    «Nella modernità esiste la desperatio hominis: una sorta di rinuncia dell’Uomo a proiettare il suo sguardo al futuro». In questa disperazione dell’Uomo verso l’Uomo, il primo a disperare dell’Uomo è Dio, “Dio che guardando l’Uomo rimarrà in agonia fino alla fine del mondo” (Pascal). La cronaca è il triste proscenio ove si consuma il dramma di quest’agonia: bollettino di guerre e di violenze terroristiche, davanti al quale Dio non può che disperare del’Uomo. Givone fa notare che «Dio è disperato per la condizione dell’Uomo proprio perché l’Uomo è precipitato in una sorta di disumanizzazione della quale non egli si rende più conto. Nel cuore di questa disumanizzazione l’Uomo è svuotato della sua umanità e diventa soltanto un mezzo, spesso veicolo di morte, strumento ben lontano dalla propria dignità originaria».

    «Che cos’è la dignità dell’Uomo? È la dichiarazione di Genesi 1,26», resa da Dio che reclama la fattura di un Essere a sua immagine e somiglianza; la dignità dell’Uomo è tutta dichiarata e detta dall’Incarnazione, dal fatto che l’Uomo è figlio di Dio e che Dio si è incarnato nell’Uomo.

    «Qual è la relazione tra la dignità dell’Uomo e la sua somiglianza con Dio e il fatto che egli è figlio di Dio?». Givone cita Pico della Mirandola (umanista e filosofo del XV sec.), che diceva: “Proprio perché è figlio di Dio, l’Uomo non è costretto a essere quello che è dalla sua natura; la natura dell’Uomo è quella che lui stesso dà a sé”. Ogni cosa nella Natura è ciò che è e nient’altro; l’Uomo, invece, non è altro se non quello che egli decide di essere; libertà che gli permette tanto di scalare vertici di sublime Bellezza quanto di precipitare in abissi di orrore.

    Ecco perché alla domanda se sia possibile un Nuovo Umanesimo, la sola risposta è che l’Uomo faccia appello alla sua libertà per porre nell’atto di nascita della nuova èra una firma che gli ricordi la sua origine e il suo Creatore.

    «La dignità dell’Uomo è la sua libertà – così conclude Givone –: libertà di pentimento e di conversione sul Male. Questo è il messaggio dell’Umanesimo. È una proposta possibile? Certamente, solo se la speranza ha la meglio sul nichilismo (dal latino nihil, nulla) e sulla disperazione…».

    È difficile pensare con ottimismo a un Nuovo Umanesimo ma la Via per l’avvenire dell’Umanità passa solo dall’Uomo che ritorna a essere Uomo: come è nella sua immagine e somiglianza divine…

    Oreste Mendolìa Gallino

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