Corruzione


  • «Nessuno rispetta la propria umanità se non rispetta quella degli altri». L’aforisma kantiano mi è utile
    per questa meditazione; ma penso subito a Dante, di cui, quest’anno, festeggiamo i 750° dalla nascita
    (Firenze, 1265); una buona credenziale per esibire il nostro orgoglio nazionale all’EXPO 2015.
    Una fierezza che si assopisce presto, tuttavia, se l’argomento della meditazione è la corruzione: male
    italico, calamità che il Sommo Poeta ha censurato nella Comedia, dove i corrotti sono puniti nella pece;
    se noi dovessimo fare oggi la stessa cosa, non asfalteremmo più strade…
    A questo cancro della coscienza, i cui danni si riverberano nella società, Papa Francesco ha prestato
    grande attenzione, e l’ha fatto «fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires», come leggo nella quarta
    di copertina dell’agile libro intitolato “Corruzione”, delle Edizioni Messaggero Padova. L’Autore non è
    un improvvisato opinionista, perché Lorenzo Biagi insegna Antropologia filosofica, Etica e Filosofia
    morale, ed è Segretario generale della Fondazione Lanza, l’Istituzione fondata nel 1988 che entra nel
    dibattito fede‐cultura, con particolare attenzione alla riflessione etica.
    Male banale e abituale quello della corruzione «pianificato per propagare malvagità senza clamore, vera
    cultura quotidiana»; sono parole di Bergoglio, cui fanno eco quelle di Raffaele Squitieri, Presidente
    della Corte dei Conti, durante il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario corrente: «Crisi
    economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso, nel quale l’una è causa ed effetto
    dell’altra. [...] Il pericolo più serio per la collettività è una rassegnata assuefazione al malaffare, visto
    come un male senza rimedi». È di Bergoglio, comunque, l’attenta indagine del fenomeno: analisi che
    spazia dall’Antropologia alla Morale, all’Etica; ed è qui che l’Autore, Biagi, ha proprietà di linguaggio e
    di analisi nel proporre una lucida, interessante e scorrevole lettura.
    Bergoglio traccia il confine tra il peccato e la corruzione stessa: se, da una parte, quello può essere
    perdonato, dall’altra non può esserlo questa. «[...] è vero che Dio non si stanca mai di perdonare, ma è
    pure vero che l’uomo corrotto, catturato nella spirale del male abituale della corruzione, si stanca di
    cercare il perdono. Diventa impermeabile alla profezia del perdono». È come dire che l’uomo corrotto
    è incapace di riconoscere il proprio stato: «Per questo, fa capire papa Francesco, il perdono rischia di
    diventare un sentiero interrotto per l’uomo corrotto. Ci vuole qualcosa di più: la conversione, nel duplice
    senso di “svolta di vita” e “cambiamento esistenziale”. Allora sarà possibile ricostruire le condizioni
    di base per accogliere la profezia del perdono».
    Proprio da queste pagine abbiamo più volte evocato il tema del consumismo esasperato (compulsivo):
    «Compro, godo e butto via». È lo stesso teorema perverso della corruzione, che “usa” e “consuma” la
    Persona: per soddisfare la propria ingordigia, per saziare il proprio Ego, il corrotto compra, gode e butta
    via chiunque gli capiti a tiro. Difficile credere di poter invocare il perdono in questo labirinto di violenza,
    no?
    La preparazione antropologica dell’Autore emerge soprattutto quando egli affronta il concetto di dono.
    «Esaminando attentamente materiali sulle tribù indigene sia americane sia del Pacifico, (si) scopre la
    centralità del dono e della (sua) reciprocità. [...] Il dono vi emerge come l’elemento di un sistema di reciproche
    relazioni a un tempo libere e costrittive, nel senso che il dono spontaneamente concesso obbligherebbe
    il donatario a ricambiare attraverso un controdono, dando luogo a un continuo andirivieni
    di doni offerti e di doni corrisposti». È la morfologia del dono inteso «alla creazione e all’esistenza di
    una relazione sociale», perché «suo ruolo fondamentale» non è tanto il dono in sé, quanto il «legame
    che, grazie alle pratiche del donare come tale, si va a generare, a coltivare e a rafforzare». Per dirla in
    breve: un dono che è riconoscimento solenne dell’altro.
    Che cosa è, al contrario, il dono del corruttore? È il misconoscimento della sacralità dell’essere umano,
    un dono che compra l’altro per usare la sua libertà e per abusarne. Non è un dono per ri‐conoscere la
    dignità dell’alterità ma per profittarne. Chi fa così è corrotto perché ha il cuorerotto:
    corruptum,
    cuore
    infranto, giacché il cuore, nella tradizione ebraico‐cristiana è «il centro dell’essere, là dove l’uomo dialoga
    con se stesso, si assume le proprie responsabilità, si apre o si chiude a Dio».
    Che la corruzione ci riguardi tutti non è una novità. Male atavico davanti al quale Norberto Bobbio «a
    fronte delle mutazioni sociali, politiche ed economiche che ormai si inserivano all’interno delle nostre
    democrazie occidentali [...] si chiedeva: “Sopravviverà la distinzione tra ciò che è lecito e ciò che è illecito?”
    ». «Interrogativo – incalza l’Autore – per nulla retorico né moralistico», e fa riferimento
    all’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, del 15 marzo 1980, a firma di Italo Calvino, che non ebbe
    «mai l’intenzione di raccontare una favola» (al contrario di quelle realmente scritte, cfr. Fiabe italiane).
    Una rapida panoramica sui tratti salienti dell’uomo corrotto ci fa capire perché Bergoglio afferma che
    costui non può essere perdonato perché, prima, deve guarire.
    La sua autosufficienza lo esclude da qualunque trascendenza, «Il corrotto (ha) escluso progressivamente
    qualunque riferimento a qualcosa che lo trascenda: un ideale, Dio».
    Che, poi, egli trasformi la Persona umana in merce, lo abbiamo già detto; ma è un attacco pure alla propria
    dignità di Persona. È, senza tanti giri di parole, quello che Papa Bergoglio dice di essere il pane
    sporco dato ai propri figli.
    E questo giro vizioso si riverbera sul complesso e articolato sistema sociale, sul bene pubblico, molto
    spesso a danno dei poveri e degli innocenti, che si sentono sempre più emarginati in maniera inversamente
    proporzionale alla scaltra furberia dell’uomo dal cuore‐rotto.
    L’acme di questa depravazione è la simulazione: distorcimento della verità e della realtà, fino a non
    provare alcuna vergogna, perciò la deriva di un istrionico autoassolvimento.
    È su questa fisiognomica morale e materiale che Bergoglio definisce la corruzione non «un atto, ma
    uno stato personale e sociale, nel quale uno si abitua a vivere», e quest’abitudinarietà non accende il
    rimorso, non agita la coscienza (cfr. il caso di Zaccheo, Luca 19).
    Il peccatore che ascolta la propria coscienza sa di aver sbagliato e confessandolo si apre al perdono; il
    corrotto, invece, non si guarda dentro, perché non ha l’umiltà che occorre per cambiare vita.
    Per questo motivo Papa Francesco non esita a definire la corruzione una malattia e che, come tale, essa
    va curata: una guarigione che inizia col pentimento fatto di visione del proprio stato corrotto, di giudizio
    e di discernimento del male causato e iterato, di azione per riparare concretamente.
    Vale la pena riportare integralmente le parole con cui l’Autore chiude questo bel libro: «Il progetto sul
    quale dobbiamo impegnarci, tanto nella comunità cristiana quanto in quella civile, è quindi quello di riformulare
    e rendere consapevole la pertinenza del perdono e della conversione nel quadro di un’etica
    sociale orientata alla maturazione di una nuova qualità civile degli uomini e delle donne. Altrimenti, vi
    è veramente il rischio che anche la riflessione di papa Francesco finisca per arenarsi nelle secche del
    moralismo e perfino nella retorica predicatoria»…

    Oreste Mendolìa Gallino


    Lorenzo Biagi, Corruzione. Collana Parole allo specchio.
    Edizioni Messaggero Padova. 2014. Pag. 116.
    € 11,00. In libreria.

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Data: giovedì 2 aprile 2015

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