La prima generazione incredula


  • Armando Matteo
    La prima generazione incredula
    Il difficile rapporto tra i giovani e la fede
    Rubbettino 2010 – pp. 110 – € 10,00

     

    In Italia e anche in altri Paesi folle devote riempiono ogni tanto con fervore le piazze e grandi occasioni rituali destano il momentaneo interesse della gente e dei media, ma le chiese si svuotano ogni giorno di più, sacramenti come il battesimo e il matrimonio religioso cadono sempre più in disuso e soprattutto sparisce la cultura cristiana e cattolica, la conoscenza elementare dei fondamenti della religione e perfino dei più classici passi e personaggi evangelici, come si può constatare frequentando gli studenti universitari. Si tratta di una grave mutilazione per tutti, credenti e non credenti, perché quella cultura cristiana è una delle grandi drammatiche sintassi che permettono di leggere, ordinare e rappresentare il mondo, di dirne il senso e i valori, di orientarsi nel feroce e insidioso garbuglio del vivere (Claudio Magris)

     

    Premessa

    Perché in Chiesa di giovani se ne vedono sempre meno e spariscono anno dopo anno i gruppi parrocchiali giovanili? Perché i ragazzi si dileguano dagli oratori appena diventano giovani? Come giustificare l’analfabetismo cristiano e specialmente biblico delle nuove generazioni, in uno spazio culturale del quale la Bibbia rappresenta senza alcun dubbio uno dei grandi codici di senso e del quale spesso si ricordano le radici cristiane?

    Perché, da una parte, sempre più utenti di Facebook, nel loro profilo, si assegnano un orientamento ateo o agnostico, mentre, dall’altra, sono in continua crescita i siti web dove “lasciare” una preghiera, “accendere” una candela, “trascorrere” un momento di pace?

    Come rendere, poi, ragione dell’abbandono da parte di sempre più numerose giovani coppie del sacramento del matrimonio e del battesimo dei figli? In quale maniera ancora poter raccordare alle istanze elementari del messaggio evangelico gli stili di vita diffusi tra i giovani, segnati dalla ricerca di successo immediato, da condotte sessuali disinvolte e da un individualismo esasperato?

    Quale spiegazione, infine dare, a fronte di tutto ciò, alle rilevazioni sociologiche che confermano una grande apertura dei giovani all’esperienza religiosa in generale?

    Come si lascia facilmente intuire, il rapporto tra i giovani e la fede non è per nulla lineare né facile; è piuttosto complesso, addirittura contraddittorio, sicuramente difficile. Per questo dovrebbe costituire un tema “caldo” per l’agenda della Chiesa cattolica, la quale ha sempre fatto del rapporto con le nuove generazioni un punto d’onore e un punto di forza. Ebbene, come si pone, oggi, la comunità dei credenti nei confronti di una tale difficile relazione dei giovani con la fede? Quale priorità riveste questa spinosa situazione nelle sue strategie pastorali?

    Certo, si potrebbe incominciare col dire che altri e più rivelanti sono i problemi che investono la Chiesa attuale, in modo particolare quella europea. Come non menzionare le questioni della laicità, dell’inizio e del fine-vita, del trattamento degli embrioni, dell’equa distribuzione planetaria delle risorse, dell’accoglienza degli immigrati, dell’identità culturale europea e del rapporto con l’islam? Non dovrebbero forse essere questi, in verità, i temi più scottanti dell’agenda della Chiesa all’inizio del secondo decennio del terzo millennio? Al riguardo non passa giorno in cui i quotidiani non riferiscano di polemiche, di accese discussioni, di scontri frontali o di sottili distinguo tra i cattolici e i cosiddetti “laici” intorno ad uno o più di tali “argomenti sensibili”.

    Inoltre non si dovrebbe neppure dimenticare che ad affannare gli uomini e le donne della Chiesa del Vecchio Continente non vi sono soltanto questi temi di taglio prettamente politico-culturale. Vi sono, infatti, anche altre questioni con maggiore profilo interno e che sommariamente possono essere individuate nei seguenti problemi: il calo delle vocazioni, la perdita di credibilità legata agli scandali dei preti pedofili, il recupero delle risorse finanziarie necessarie per la propria azione pastorale. In una tale visuale interna, vi sarebbe ancora da ricordare il dibattito tra le differenti letture della storia ecclesiale recente, il rapporto con i tradizionalisti, e infine il conflitto delle interpretazioni circa il valore da assegnare alla sensibilità culturale attuale in riferimento all’annuncio del Vangelo.

    Sotto un tale profilo, effettivamente, la questione del complesso rapporto dei giovani con la Chiesa non avrebbe titoli di particolare urgenza.

    In verità, a nostro avviso, sono proprio le grandi problematiche di taglio politico e di taglio interno sopra ricordate, che non dovrebbero destare particolari preoccupazioni, se lette alla luce della bimillenaria storia della Chiesa e in riferimento al suo possibile futuro. Nel passato, in Europa, ci sono state epoche più tranquille della nostra ed epoche più burrascose, ma la navicella di Pietro ha continuato a proseguire il suo cammino sino ai confini della terra.

    La questione dei giovani invece pone – a ben vedere – un problema dimensionalmente differente. Con essa si gioca nulla di meno che il futuro del cristianesimo.

    Già solo dal punto di vista dell’istituzione stessa, fatta di uomini e di donne mortali, senza riallacciare significativi rapporti con le nuove generazioni, la Chiesa che è in Europa rischia semplicemente di scomparire. Non sta venendo meno, d’altro canto, domenica dopo domenica, il ricambio generazionale del tessuto umano delle parrocchie, degli oratori, delle associazioni e dei movimenti? Parliamo quindi di pura sopravvivenza.

    Senza giovani cristianamente convinti, di seguito, non sarà più possibile far udire la voce della Chiesa nei luoghi ove si decide del bene comune. Senza nuove leve, infine, le discussioni intorno alla messa in latino resteranno ricordi di un piccolo mondo antico ancora cattolicamente ispirato.

    Posta così, la questione inizia ad apparire forse meno astratta e meno procrastinabile. Il profilo d’urgenza si acuisce, poi, quando si pensa che gli “agnostici” e gli “atei” di Facebook hanno iniziato a muovere i loro passi esattamente sulla terra dalle radici più cristiane di ogni altro luogo del pianeta e che un tale fenomeno si palesa dopo e durante alcuni tra i più sapienti e lungimiranti pontificati degli ultimi secoli. Come è stato possibile tutto ciò? Quale ne potrebbe essere la ragione? Quale prospettiva viene dischiusa?

    A quest’ultimo riguardo, si è già levata la voce di alcuni analisti – in particolare quella di Philip Jenkins – i quali affermano che il declino della cristianità europea, accelerato dalla disaffezione giovanile alla pratica della fede, non dovrebbe eccessivamente preoccupare i vertici mondiali della comunità credente. Il futuro della Chiesa è infatti in Africa, in America Latina, in Asia: lì aumenta di giorno in giorno il numero dei cristiani, affiora come acqua sorgiva la disponibilità di moltissimi ragazzi a diventare sacerdoti e di innumerevoli ragazze a consacrarsi come suore, enorme risulta la richiesta di sacramenti e di nuovi spazi ecclesiali. Insomma, nessuna lacrima di troppo per il cristianesimo europeo che lentamente sta prendendo congedo dalla storia globale, sprecando le sue ultime energie sui temi di bioetica e di morale sessuale e arrovellandosi il cervello circa il significato teologico da assegnare all’ultimo concilio vaticano. E forse le cose andranno proprio così. Quale industria, d’altronde, non sposterebbe i suoi investimenti lì dove vi è più fondata speranza di guadagno?

    Se così sarà, sarà anche una grande perdita per molti e soprattutto per le nuove cristianità che appunto in Africa, in America Latina ed in Asia si apprestano ad assurgere al ruolo di nuova “Roma”. Chi studia questi fenomeni deve, infatti, riconoscere che spesso il cristianesimo nascente in tali paesi appare segnato da parecchi entusiasmi spiritualistici, profetici e terapeutici, non sempre è nettamente distinto dal mondo magico ancestrale fortemente dominante nelle culture originarie, più spesso è vittima di un facile eclettismo che non raramente mischia settarismo, esorcismi, Vangelo, animismo, desiderio di progresso materiale e molto altro.

    Proprio per questo il confronto ed il conforto del e col cristianesimo europeo sarebbe fortemente auspicabile. Quest’ultimo ha infatti imparato dai suoi duemila anni di corpo a corpo con le diverse fasi della civiltà occidentale a gestire meglio il suo rapporto con la società, con la cultura, con il sacro. Nella sua figura migliore, è un cristianesimo asciutto, sobrio, moderato, intellettualmente dotato, ironico, sufficientemente disincantato, il quale ha saputo coltivare e dare spazio a molte anime: un cristianesimo polare, che sa ben contenere e bilanciare ogni assolutizzazione di una posizione a discapito delle altre. Insomma una bella lezione di stile, che merita, per il bene di chi è alle prime armi in fatto di Vangelo, di venir conservata e diffusa. Apprendiamo, allora, che forse la questione del difficile rapporto dei giovani del nostro continente con la fede qualche preoccupazione dovrebbe sollevarla non solo a breve termine e in riferimento all’Europa ma anche a lungo termine e in una considerazione globale.

    Se le cose ora stanno così come si è cercato di mettere in evidenza, come mai tale tema non ha ancora mobilitato tutte le energie e le risorse necessarie? Perché, insomma, la vita ordinaria delle parrocchie e delle diocesi pare non essere ancora attrezzata ad andare incontro a tale nuova situazione?

    A questo proposito si dovrà riconoscere operante un presupposto ancora molto forte nella comunità cattolica, il quale spinge a credere che  l’irrituale comportamento dei giovani nei confronti della religione non corrisponda effettivamente alla loro vera identità in materia di fede. Esisterebbe cioè, in Europa ed in Italia soprattutto, un’adesione generalizzata al Vangelo, promossa da un sostrato popolare di religiosità familiare e sociale, che avrebbe realizzato un’inseminazione profonda della fede nei giovani, cui al momento non corrisponde una germinazione manifesta. Ma, appunto, si tratterebbe di un differimento, di un passaggio bloccato, di un’attesa. Chi invece non vede alcun seme, dovrebbe considerare se le lenti con le quali sta osservando il fenomeno non siano troppo sfocate.

    Una tale impostazione del caso esonera ovviamente da una esplicita riconversione delle attività ecclesiali e da molte discussioni sulla qualità dell’attuale presenza cristiana nella società. Insomma, la disaffezione dei giovani alle cose della fede si lascerebbe inquadrare come accettabile anomalia in un quadro ampiamente positivo di un tessuto popolare cristianamente informato.

    In verità, il fenomeno ha una consistenza tale che non appare per nulla commisurabile con la sempre presente, nel corso della storia, emancipazione dei più giovani dalle imposizioni – educative, civili e religiose – impartite dai genitori. Qui non si tratta semplicemente di giovani che marinano il catechismo e saltano qualche messa domenicale, di giovani che semplicemente confondono Mosè con Paolo (non parlano entrambi di comandamenti e di legge, del resto?) o di giovani insofferenti alla castigata morale cristiana.

    La loro vita accusa una generale sordità a ciò che ne va quando parliamo di Dio, di fede, di preghiera, di comunità. Una sordità che dice incredulità, ovvero un’assenza di antenne per ciò che la Chiesa è e compie, quando vive e celebra il Vangelo.  Una sordità, poi, avallata da una cultura diffusa resasi ormai estranea al cristianesimo e da una più recente ondata di risentimento anticattolico che non piccola presa ha proprio sulle nuove generazioni.

    E qui ancora un’ultima domanda si impone. Come è possibile che tutto questo non venga alla luce, come è giustificabile la distanza esistente tra la verità dei giovani di oggi in relazione alla fede e l’immagine idealizzata che di essi nutre la comunità credente?

    La nostra ipotesi di lavoro è che nel suo rapporto con i giovani la Chiesa subisca l’influenza della malsana logica che struttura i rapporti intergenerazionali nella società civile, una logica scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile ma più semplicemente di guardarlo in volto.

    D’altro canto, non è forse, la nostra, una società del forever young, del tutti giovani ad ogni costo? Sorto con la rivoluzione del ’68 e continuamente soddisfatto e rilanciato dalla potente industria tecnologica, il mito e la magia della giovinezza, al cui calice si ci abbevera quotidianamente sino alla feccia grazie al mondo mass mediale, ha ormai soggiogato il cuore e l’esistenza degli adulti. Proprio un tale amore per la giovinezza, per l’idea stessa di giovinezza, li sta rendendo giorno dopo giorno insensibili e ciechi alle prerogative di coloro che giovani lo sono davvero, mancando di porre in essere quelle condizioni minimali perché questi ultimi possano trovare il filo della loro esistenza e lottare per custodirlo ed arricchirlo.

    La società attuale è dunque, sotto la spinta di un giovanilismo spropositato, un luogo semplicemente insopportabile per i più giovani: in essa non possono scegliere il lavoro che vogliono, perché le uniche regole accettate sono quelle del mercato (dettate dagli adulti); non possono mettere su famiglia, perché non ci sono case (che per gli adulti); non possono dare alla luce più di un piccolo, perché non ci sono asili né politiche familiari sufficienti; non possono aspirare a ricoprire cariche di una qualche responsabilità, perché solo la morte può staccare gli adulti dalle loro poltrone. In una città così fatta il destino dei veri giovani è segnato: è il destino del bamboccione, seduto sul divano di mamma (spesso una cinquantenne sgallettata e rifatta) che continua a contemplare – e forse desiderare – un posto al sole.

    Gli adulti, giorno dopo giorno, stanno costruendo una società che ruba avidamente spazi e tempi ai giovani e non riesce più a prestare sufficiente attenzione alla loro reale condizione e possibilità di vita, e le ragioni di un tale singolare situazione sono presto dette. Non ci pare, infatti, lontano dal vero l’idea che, in un tale interrotto rapporto intergenerazionale, sia all’opera una sorta di sottile (inconscia) vendetta da parte del mondo adulto contro quello giovanile. Più precisamente ci pare di poter riscontrare all’opera un autentico risentimento da parte degli adulti nei confronti dei giovani. Questi ultimi, infatti, con la loro pura presenza, ricordano ciò che i primi vorrebbero senz’altro obliare: lo scorrere del tempo, l’avvicinarsi della malattia, l’inesorabile ora del congedo da questo mondo; dicono, poi, senza neppure aprire bocca, che non tutti sono giovani e che i mille tentativi per restare tali sono solo piccoli trucchi destinati a essere scoperti appena si gira l’angolo; denunciano, insomma, senza clamori che il re – l’adulto – non è più giovane.

    Da qui la vendetta – servita sul piatto di un destino insuperabile di marginalità – contro i giovani: gli adulti divorano tutto e ai giovani non lasciano nulla, con costi altissimi per questi ultimi. Non lasciano spazi di futuro possibile. E questo è il punto critico: l’occlusione del futuro, la sua trasformazione in minaccia,  significa, in verità, secondo la ben nota analisi di Galimberti, affidare i giovani a quell’ospite inquietante dal nome antico ma dalla vitalità strepitosa che è il nichilismo. Il quale, pur essendo un male dell’anima, sta emergendo sempre più nei comportamenti dei giovani: nell’uso e nell’abuso degli alcolici e della droga, nello sballo del venerdìsabatodomenica sera, nella ricerca della velocità folle e di sensazioni al limite, nell’apatia a scuola e all’università, nelle condotte anoressiche o bulimiche, nell’accesso irresponsabile alla sessualità, nella dipendenza da internet, nella loro spesso cocciuta impenetrabilità, nella diffusa depressione, nella violenza bruta e banale, nel nuovo strano amore per la morte – e soprattutto in quella difficoltà a dare parola a quel senso di notte e a quella notte del senso, che segna tanti loro giorni.

    All’ombra di un tale destino di marginalizzazione e di condanna al nichilismo, imposto da parte degli adulti al mondo giovanile, si capisce allora la fatica della comunità ecclesiale a rivedere strutturalmente il suo rapporto con le nuove generazioni. La questione, in verità, è globale: pone di fronte ad una ferita aperta della nostra società, finita nel cono buio di ciò che è stato opportunamente definito quale “emergenza educativa”.

    A fronte della quale, non bastano belle parole o pie intenzioni. Si tratta piuttosto di mettere in discussione un intero modello culturale, politico, economico e sociale. Ed ecclesiale. Da essa si esce solo assicurando ai giovani  un futuro su cui poter contare, sottratto alle avidità, alle smanie e alle ubriacature degli adulti. Solo il futuro apre quella speranza che uccide il nichilismo, perché indica una direzione, un senso, un valore.

    Quella per il futuro dei giovani è, dunque, una battaglia di grande portata, ma anche di rinunce e di sacrifici da parte degli adulti.

    Se è, infatti, vero che solo garantendo un futuro ai giovani si può  assicurare un futuro alla Chiesa che è in Europa e all’Europa stessa, scongiurando la possibilità che la civiltà in essa nata e sviluppata – laicità, democrazia, religione, università, sensibilità raffinata e molto altro – diventi oggetto da museo cinese, indiano, arabo, è altrettanto vero che tale battaglia è innanzitutto e fondamentalmente una battaglia contro una certa idea di Chiesa ed una certa idea di Europa.

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