L’Onu fermi il califfato.


  • In Italia, il movimento per la pace, superando le divisioni interne, può mobilitarsi in favore di una forza di interposizione internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite.

    Febbraio 2003, un mese prima della cosiddetta “guerra preventiva” degli Stati Uniti all’Iraq di Saddam Hussein – ritenuto in possesso di armi di distruzione di massa di cui mai è emersa evidenza alcuna – Nigrizia scriveva nel suo editoriale: «Ne siamo pressoché certi, l’intervento militare in Iraq non metterà fine al terrorismo internazionale ma innescherà una proliferazione di guerre senza fine». I risultati di quella bravata americana sono sotto gli occhi di tutti. La previsione era azzeccata.

    D’altronde come poteva essere diversamente? La storia continua a insegnarcelo, senza successo come si può vedere dai fatti: la guerra non porta la pace, ma altra violenza. Così, undici anni dopo, il terrorismo, lungi dall’essere sconfitto in quell’area, è rispuntato con un volto nuovo, quello più aggressivo, crudele, organizzato e foraggiato dell’Isis, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Le milizie jihadiste, nell’intento dichiarato di creare un califfato, seminano morte e distruzione nella loro avanzata alla conquista dell’Iraq prendendo di mira le comunità cristiane, gli yazidi e altre minoranze religiose compresi musulmani sciiti e vari gruppi islamici che rifiutano il fondamentalismo jihadista. Cresce il numero delle vittime e centinaia di migliaia di persone sono in fuga, costrette ad abbandonare le loro case per salvarsi. Il pericolo di genocidio è reale, unitamente a quello della irreversibile perdita delle antiche radici culturali e religiose del cristianesimo in quella regione.

    La situazione è particolarmente intricata – chiama in causa ragioni interne all’islam politico e anche logiche geopolitiche dell’Occidente e del mondo arabo – ma non esime la comunità internazionale dal dare una risposta.

    Papa Francesco ha dato un’indicazione chiara: occorre fermare l’aggressore, ma non bombardare o fare la guerra. L’intervento deve essere a guida delle Nazioni Unite e non condotto da una sola nazione. Non possiamo che esprimere il nostro più totale accordo alle parole del papa.

    Per questo ribadiamo il no all’interventismo americano che dall’8 agosto ha lanciato un’offensiva con bombardamenti aerei alle basi dell’Isis. All’iniziativa Usa si stanno associando altre nazioni europee che si sono assunte l’impegno di inviare armi oltre ad aiuti umanitari. L’Italia in tutta fretta, senza passare dalla discussione parlamentare, in sede di commissioni esteri e difesa, ha deciso di inviare armi e munizioni ai curdi del Kurdistan iracheno. Un disegno senza prospettive. La maggiore disponibilità di armamenti in un’aerea già a rischio di sicurezza porta con sé il pericolo di escalation della violenza e di espansione del conflitto.

    Occorre che sia l’Onu a intervenire con urgenza. L’Italia, alla presidenza dell’Ue nel corso di questo semestre, è nella posizione di utilizzare la sua leadership per spingere i paesi membri dell’Unione a fare pressione sul Palazzo di Vetro perché esca dallo stato attuale di latitanza e assuma le proprie responsabilità. Lo faccia. Si deve chiedere la convocazione del Consiglio di sicurezza che in base all’articolo 42 della Carta delle Nazioni Unite ha il potere di approvare interventi per salvaguardare popolazioni vittime di aggressioni. Una forza di interposizione internazionale sotto l’egida dell’Onu potrebbe diventare l’unica via di protezione e salvezza per le minoranze cristiane e di altre religioni in Iraq.

    Tocca anche a ciascuno di noi, a quanti credono nella pace, mobilitarsi per dire no alla guerra come mezzo per la risoluzione dei conflitti. E se nell’emergenza della crisi irachena è auspicabile e necessario un intervento di forza da parte dell’Onu per impedire il massacro della popolazione civile, nel lungo periodo la crisi potrà risolversi solo con un’ostinata e paziente mediazione politica. La politica rimane lo strumento principe per ricomporre tensioni e disarmare i contendenti.

    Il movimento per la pace in Italia – quello che si è riunito il 25 aprile all’Arena di Verona, che tornerà in piazza a Firenze il 21 settembre e che si ritroverà per la marcia Perugia-Assisi il 19 ottobre – deve uscire allo scoperto e farsi portavoce di queste istanze. E ha bisogno più che mai di parlare con una sola voce, superando divisioni interne che rischiano di comprometterne la credibilità e di indebolirne la capacità di proposta.

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Data: giovedì 28 agosto 2014

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