I GIOVANI E LA FEDE - Quali domande a Gesù?


  • Quali domande a Gesù?

    In un recente articolo su «Repubblica» (19-1-10) Vito Mancuso affronta il tema di come si possa presentare il nucleo della fede cristiana all'uomo d'oggi. Parte dalle domande che, secondo un'in­chiesta del Sermig, i giovani avrebbero posto a Gesù, qualora fosse stato loro dato di incontrarlo. Constata che esse riguardano tutte problemi teo­logici e filosofici teorici e universalmente eterni, anche se esistenzialmente cruciali, quali: «Perché la morte? Quale il senso della vita? Di dove viene il male? Che ci attende dopo la morte? Perché mi hai creato?». Mentre nessuna riguarda diretta­mente la persona storica terrena di Gesù, la sua predicazione, il suo annuncio, la sua prassi di vita, la sua passione, morte e resurrezione. Ne deduce che non la storia lontana, sempre più lontana, del Gesù storico e della sua missione, ma le questioni teologiche e filosofiche di fondo sul senso della vita interessano i giovani e dovrebbero essere og­getto di un rinnovato sforzo di riflessione da par­te della chiesa e dei teologi.

    Gesù e gli dèi da teatro

    Non ho nulla da eccepire sulla crucialità e sul­l'urgenza per i giovani e i non giovani di affron­tare tali problemi. Solo mi chiedo se abbia un sen­so porre così il problema dell'eventuale incontro tra noi e Gesù oggi e di conseguenza estrarne gli interrogativi conseguenti. Mancuso osserva, in­fatti, che i giovani interrogano Gesù a partire dal­la sua figura teologica, quale viene loro offerta dalla predicazione ecclesiale: Gesù Figlio di Dio, quasi Dio, e di conseguenza gli chiedono quello che chiunque di noi chiederebbe a Dio: «Donde veniamo, dove andiamo, che senso ha il nostro esistere?». Nulla di più evidente, ma anche nulla di più fuorviante.

    Quando mai infatti Dio, o Gesù, ci potranno venire incontro come una teofania perfettamen­te riconoscibile, con tanto di nimbo divinizzante, aureola e attestato di autenticità soprannaturale? Ciò non si dà in tutta la storia della rivelazio­ne biblica, antico e neotestamentaria, e non si darà forse neppure alla fine dei tempi. Il Dio cri­stiano non agisce mai nella storia come il Deus ex machina delle rappresentazioni teatrali greco-la­tine: appeso al filo di qualche marchingegno meccanico o metafisico, che lo tiene ben solle­vato dal suolo della storia terrena e gli impedisce di sporcarsi i coturni alati col fango immondo della nostra storia di uomini per agire indistur­bato sulla sorte umana, senza neppure toccarla con un dito.

    Il Dio cristiano è un Dio storicamente coinvol­to negli eventi dei suoi interlocutori e si rivela in forme che suscitano sempre interrogativi, dubbi, questioni sul suo vero essere e sul possibile suc­cesso o insuccesso del suo operare. E un Dio che si compromette e chiede di compromettersi con lui. Non è un filosofo che enuncia dalle nuvole quintessenze di saggezza e dogmi di sopraffina profondità ed arguzia. È un Dio che ama, soffre e coinvolge l'uomo nel suo amare e nel suo soffrire.

    In sostanza, se noi potessimo incontrare Gesù non lo incontreremmo come Dio, ma come uomo di Dio, attivo accanto a noi, impegnato in chissà quale storia di redenzione dei peccatori dal male, quindi quanto mai problematico e coin­volgente, e le nostre domande non potrebbero che riguardare lui, il suo parlare e il suo agire, il nostro stare nei confronti di tutto ciò.

    Del resto così incontrano Gesù gli uomini del suo tempo e non stanno a fargli le domande che dei bravi giovani freschi di catechismo e di lezio­ni universitarie farebbero al loro direttore spiri­tuale, ma gli chiedono cosa può fare per loro, se può aiutarli, donde venga il suo potere e cosa egli voglia da loro, cosa essi possono fare.

    La verità cristiana come sequela Christi

    Vogliamo sapere che domande faremmo a Gesù? Vediamo che domande gli hanno fatto i suoi contemporanei. Certo non le ripeteremmo pedissequamente, le aggiorneremmo al nostro tempo, ai nostri problemi, alla nostra storia e sco­priremmo che egli non è venuto a rispondere alle questioni filosofiche e teologiche delle nostre uni­versità e dei nostri seminari, ma a insegnarci l’a­more, il servizio, la misericordia, l'assunzione di responsabilità verso noi stessi e verso gli altri, a proporci, insomma non una dottrina, teologica­mente aggiornata ai risultati ultimi delle scienze umane e positive, ma la sequela, l'imitazione. Imitazione che è poi l'imitazione di Gesù, an­nunciatore crocifisso e risorto del Regno, o, se vo­gliamo, l'imitazione e la sequela del Dio creatore e redentore.

    Posta la sequela al centro della vita cristiana, chiarito che il cristianesimo nasce come storia di rivelazione e salvezza, perdura come storia di in­carnazione del messaggio e si realizza in quanto esito finale di una storia di fedeltà e di obbedien­za e carità, ben vengano tutte le riflessioni teolo­giche e filosofiche a illustrare la necessità e la con­gruità di tutto ciò con una vera comprensione partecipativa all' essere di Dio, come sorgente e forza vitale dell' essere dell'uomo e del suo cam­mino nella storia.

    Aldo Bodrato
    Da” il foglio” mensile di alcuni cristiani torinesi
    Anno XL, n. 2 – Torino, febbraio 2010  
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