MARCIA DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE RECANATI-LORETO


  • 1

    Buona sera a tutti. Sono molto lieto di essere con voi in questa circostanza. Lasciate che esprima in primo luogo la gratitudine sincera agli organizzatori, all’arcivescovo Tonucci, al vescovo Orlandoni per l’invito, che per loro tramite, mi è stato rivolto. È la prima volta che mi accade di partecipare a questa Mar-cia. Mi complimento, vista la partecipazione intensa da parte vostra. Trattandosi della 13^ Marcia della Giusti-zia e della Pace Recanati-Loreto, devo concludere che ormai è diventata quasi un’istituzione.
    Il tema che è stato dato quest’anno alla Marcia è: «Fraternità e pace». Sono le due parole chiave che come sappiamo, com’è stato ricordato or ora, ricorrono nel Messaggio del 1° gennaio scorso del papa Francesco. Messaggio che ogni 1° gennaio dell’anno, ormai da di-versi decenni, viene dedicato al tema della pace. Fu un’invenzione di Paolo VI quella di dedicare il 1° gen-naio di ogni anno al ricordo e soprattutto alla sottolinea-tura del tema della pace.
    Com’è possibile allora declinare tale tema, mettendo assieme questi due termini: fraternità e pace? La do-manda che sorge legittima è la seguente: qual è il nesso, cosa ha a che fare la pace con il principio di fraternità? Ci sono tanti modi di rispondere ad una domanda del genere. Direi che quello che vado a scegliere in questa occasione è di porre, avanzare e brevemente argomenta-re – in base al tempo che mi è stato assegnato – una tesi che è in controtendenza e che formulo in tre punti. Il primo punto dice: la pace è possibile; il secondo punto dice: la pace è possibile ma va costruita; il terzo punto dice: per costruire la pace occorrono istituzioni di pace. Provo a commentare questi tre punti che sono tutt’altro che scontati.
    Nella letteratura e nel dibattito politico corrente si tende invece ad affermare un’altra tesi, diversa da quella che ho ora enunciato.
    Cosa vuol dire al 1° punto che la pace è possibile? Vuol dire che la guerra, quindi il contrario della pace, è un evento e non uno stato di cose. In quanto evento la guerra ha natura temporanea anche se, come la storia insegna, questo evento può durare molti anni ma è co-munque temporaneo. Mentre la pace ha dentro di sé l’assetto della definitività.
    Perché è importante affermare che la pace è possibi-le e dunque che la guerra è un evento e non uno stato di cose? Perché vuol dire contrastare l’opinione corrente che – chi si occupa di tematiche di politica internazio-nale sa – va sotto il nome di realpolitik. Cioè a dire: se si vuole la pace occorre garantire il bilanciamento delle forze, come anche intende l’antico detto romano: «Se vuoi la pace, prepara la guerra» o meglio: «Preparati alla guerra con le forze necessarie allo scopo». Ebbene, questa è la tesi della realpolitik, questa è ancora l’opinione comune tuttora dominante negli scenari in-ternazionali, quando i capi di Stato e di Governo e i loro delegati s’incontrano nelle diverse sedi. In altre parole, la guerra sarebbe lo stato per così dire naturale, la pace l’eccezione. Io sostengo che il pensiero degli ultimi pontefici, e in particolare di papa Francesco, vada in tutt’altra direzione.
    Questo vuol dire che, chi sostiene la realpolitik, è schiavo di quella antropologia pessimista che ha trovato nel celebre, famoso filosofo inglese Thomas Hobbes, a metà del 1600, la sua concretizzazione più alta. Hobbes diceva: «Homo homini lupus», cioè con una traduzione non alla lettera: «Ogni uomo è un lupo nei confronti de-gli altri». E cosa fa un lupo quando è affamato? Sbrana, mangia, quindi fa la guerra. Per cui si dice che siccome nell’ordine di natura succedono queste cose, così queste
    (*) Il testo della testimonianza integralmente ripreso dalla registrazione, non rivisto dal relatore, e stato lasciato nella versione originale molto incisiva e viva.
    2
    stesse cose accadono nella società degli uomini. E allo-ra l’unico modo per contrastare tale fenomeno è il bi-lanciamento delle forze. In altre parole – secondo que-sta concezione – bisogna contrastare l’inizio potenziale di guerra del nemico con una forza superiore che funge da deterrente. Ebbene, questa è una tesi che non può es-sere accettata da uomini di buona volontà, ma soprattut-to non può essere assunta da un cristiano, perché il cri-stiano parte da un’antropologia positiva. Sappiamo che nell’uomo a causa del peccato c’è la tendenza, la tenta-zione a…, ma basicamente l’uomo, in quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio, è portatore di bene. Ognuno di noi è capace di fare il bene. Poi magari lo si realizza tanto poco, secondo le circostanze, ma non pos-siamo partire dall’idea, perché è falsa, che ogni uomo, inerentemente cattivo o malvagio, è disposto ad aggre-dire l’altro. Ecco allora perché è importante ricordare questa antropologia positiva, perché molti – anche in ambienti per così dire cattolici – vengono surrettizia-mente a dire: «Sa, certo… è difficile pensare che l’uomo sia capace di bene». Pensate al dissidio in Siria. Negli ultimi 36 mesi, cioè in tre anni, sono morte 126.000 persone e 300.000 bambini sono rimasti orfani. Potete voi immaginare cosa ne sarà di questi 300.000 bambini, come saranno allevati, come saranno educati, ecc., che cosa sarà di loro quando raggiungeranno la maggiore età? Non dimentichiamo che tutto questo è accaduto quasi nell’indifferenza generale. Tutto questo – ripeto – grazie all’assunto del bilanciamento delle for-ze, come dicevo prima. Nonostante tutto, non possiamo rifiutare l’idea falsa che l’uomo per sua natura non ten-da al bene.
    Ma ecco il 2° punto della tesi: la pace è possibile, ma va costruita. Cosa vuol dire costruire la pace? Vuol dire che la pace è un bene infinito, ma fragile. Il primo ad aver capito ciò è stato un grande filosofo greco: Aristo-tele, quando introdusse il concetto di fragilità del bene. Aristotele diceva: «Vedete, il male è finito ma è robu-sto, forte; il bene è infinito ma è fragile». É come un oggetto di cristallo, bellissimo da osservare, ma se cade a terra si rompe in pezzi. Allora se la pace è un bene fragile, bisogna costruire attorno alla pace qualcosa che la difenda e la protegga e che non si deteriori. Voi dire-te, ma questa è una tesi scontata. No, non è scontata, al-trimenti non ne farei parola, perché non tanto oggi ma fino a tempi non molto lontani era prevalente l’idea se-condo la quale la pace sarebbe stata difesa dal pacifi-smo. Questa idea anche in ambienti cattolici, ovviamen-te in buona fede – ma anche in buona fede si può sba-gliare – perché non può essere l’opzione pacifista a co-struire la pace e quindi a difenderla dalla sua fragilità.
    In questo senso, una figura davvero profetica fu quella di Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante, il quale nel 1934 a Faroe, in Svezia, pronunciò un famoso discorso, la magna charta di tutti i pacifisti del mondo. In quella occasione, nel 1934, Bonhoeffer disse: «Se vogliamo la pace, dobbiamo eliminare ogni resistenza e soprattutto ogni difesa. Dobbiamo accettare di vestire i panni dell’agnello sacrificale, cioè ci dobbiamo far sa-crificare». Bonhoeffer era una grande personalità. Poi, come sappiamo dalla storia, successe qualcosa di estre-mamente grave: l’avvento del nazismo. E Bonhoeffer cominciò a constatare quello che stava accadendo, per-ché evidentemente l’opzione pacifista, nei primi tempi, dette un notevole contributo all’avanzata delle truppe naziste di Hitler, ecc. Non dimentichiamo che Hitler era stato eletto per via democratica, non aveva fatto rivolu-zione; Bonhoeffer pensava che il processo democratico sarebbe stato garanzia e invece sappiamo come sono andate le cose. Questa è la ragione per cui qui si può apprezzare la cifra dell’uomo, del personaggio Bon-hoeffer, perché comprese l’errore che commise con il discorso di Faroe. A partire dalla fine degli anni Trenta, s’iscrisse a quel piccolo, timido movimento di resisten-za antinazista [il gruppo Oster, Dohnanyi, Müller] e ar-rivò anche a partecipare al tentativo, non riuscito, di uc-cisione del Führer. Come sappiamo, Hitler, venuto a sa-pere del tentativo di attentato, decretò l’impiccagione di Bonhoeffer, cosa che avvenne nel 1945. Ecco allora, anche alla luce di questi fatti, un aspetto da meditare at-tentamente: la causa della pace, se siamo seri e la vo-gliamo difendere, va costruita. Cioè la pace non è una sorta di dono spontaneo di natura; va costruita giorno per giorno.
    Adesso arriviamo al 3° punto della tesi: cosa vuol di-re costruire la pace? La risposta potrebbe essere: «Se vuoi la pace, prepara la civilizzazione, la civitas, cioè la città dell’uomo» (questa la libera traduzione dal latino). Cosa vuol dire questo? Vuol dire che occorrono istitu-zioni di pace. La pace non è un fatto spontaneo, frutto di un vago sentimento. A volte noi in merito alla pace ci lasciamo andare ad un certo sentimentalismo: «Ah!... Vogliamo la pace, bella la pace, brutta la guerra…». Pe-rò andiamo a vedere come ci comportiamo nei luoghi di lavoro, sui mercati, nella finanza, nelle istituzioni poli-
    3
    tiche, ecc. Se facessimo questo esame scopriremmo che c’è una sorta di contraddizione pragmatica tra quanto affermiamo e quanto poi viviamo e realizziamo. Ecco allora perché bisogna costruire istituzioni di pace. E quali sono le istituzioni di pace che in questo momento storico meritano, esigono la massima attenzione? Direi che la prima istituzione di pace è quella che riguarda il versante prettamente politico. Quindi dentro la sfera della politica dobbiamo costruire istituzioni di pace. A questo riguardo è bene che ricordiamo un messaggio che viene dall’opera di un politologo americano, molto famoso, scomparso da tempo, si chiamava Kenten Wright. Nel 1942 pubblicò un libro importantissimo, edito dall’Università di Chicago, intitolato: Study War, cioè Studio della guerra. In questo libro Wright scrive: «Due democrazie non si possono mai fare la guerra». Infatti, se guardiamo la storia notiamo che due demo-crazie vere mai si sono fatte la guerra. La guerra è sem-pre scoppiata tra due dittature o tra una dittatura e una democrazia o viceversa. Allora questo cosa vuol dire? Vuol dire che la prima istituzione di pace sul versante politico è quella di rafforzare il processo di democratiz-zazione, perché è vero che due democrazie non si sono mai fatte, né mai si faranno la guerra. E non occorre specificare le ragioni, purché la democrazia sia quella vera, non la pseudo-democrazia che a volte viene de-cantata e spacciata come tale.
    Ecco allora il primo impegno che riguarda soprattutto i giovani, il messaggio rivolto ai giovani. Teniamo pre-sente che, in assenza di democrazia, i rischi della guerra diventano enormi. A me, personalmente, fa specie quando qualcuno, in nome di calcoli pseudo-economici di tipo efficientistico, dice che la democrazia è tortuosa oppure se ne può fare a meno. Ciò è molto pericoloso. Bisogna avere il coraggio di zittire chi da vari pulpiti enuncia frasi del genere. Questo non vuol dire natural-mente che non si debbano correggere talune distorsioni che le democrazie manifestano, ma le dobbiamo cor-reggere proprio per rendere possibilmente più pura la democrazia e proprio per non farne a meno.
    Ma sull’altro fronte occorre pure insistere ed è quel-lo su cui papa Francesco non perde giorno per ricordar-celo. Avete visto il messaggio di tre, quattro giorni fa al forum di Davos (in Svizzera dove si sono radunati i capi più potenti di banche, imprese e anche politici influen-ti). Papa Francesco per questa circostanza ha scritto un messaggio bellissimo sulle questioni di natura econo-mica, sapendo che quelle persone, riunite a Davos, sono impegnate nella finanza e nella grande economia.
    Il punto è che bisogna rivedere le istituzioni econo-miche. Se vogliamo la pace, occorre che le istituzioni non solo politiche, ma anche economiche, siano organi-smi che favoriscano la pace. Cosa vuol dire questo, quando un’istituzione economica non favorisce la pace e quindi asseconda la guerra, quando tende ad aumenta-re le disuguaglianze sociali, cioè quando tende ad in-crementare la povertà relativa? Questo è il punto fon-damentale.
    Il Papa nel Messaggio del 1° dell’anno analizza la dif-ferenza esistente tra povertà assoluta e povertà relativa. Egli, tra l’altro, scrive: attenzione a non confondere po-vertà assoluta e povertà relativa. Di che si tratta? Pover-tà assoluta vuol dire chi non sta in piedi, chi ha meno di due dollari al giorno. Con due dollari al giorno non si arriva alle 1.200 calorie che i medici dicono appena suf-ficienti per sentirci di stare in piedi. Questi sono i pove-ri assoluti. La povertà relativa, invece, è legata alla di-stanza che separa un gruppo sociale dall’altro. Quindi il povero relativo non è un affamato, se fosse affamato sarebbe povero assoluto. Oggi i poveri assoluti sono 850 milioni nel mondo. Il Papa ci ricorda che i poveri assoluti non sono una minaccia alla pace, perché i pove-ri assoluti non si reggono in piedi, non possono neppure sopportare il peso di se stessi. I poveri relativi sono una minaccia per la pace, cioè quelli che vedono le proprie aspettative e speranze di vita allontanarsi dal gruppo so-ciale di riferimento; e percepiscono che non c’è nulla da fare e che il loro destino è segnato. Allora, sobillati sempre da qualcuno – e anche da molti che vestono i panni dell’ideologia soprattutto religiosa – evidente-mente vengono armati per ottenere con la violenza ciò che non riescono a conseguire con il dialogo democrati-co.
    Ecco perché oggi la vera minaccia della pace viene dall’aumento delle disuguaglianze, cioè dalla povertà relativa. Negli ultimi trent’anni la povertà relativa è aumentata di dieci volte rispetto ai trent’anni preceden-ti. D’altra parte, osservando cosa succede in Medio Oriente, in Palestina, ecc., constatiamo che si tratta di tutti esempi di povertà relativa mantenuti in loco, che alimentano focolai di guerra civile che poi degenerano in altre forme di guerra.
    4
    Voi capite che a questo punto entra in gioco l’altra parola chiave: la fraternità. Se abbiamo capito che oc-corre combattere le povertà relative perché sono quelle che generano focolai di guerre di vario tipo, allora la domanda diventa: come fare per ridurre le disugua-glianze che oggi hanno raggiunto il livello, letteralmen-te parlando, dello scandalo? Che non si venga a dire che anche nel passato c’erano i poveri e i ricchi, perché questa è la sciocchezza più grossa che si possa proferi-re, perché non è questo il punto. Il punto è: qual è la di-stanza tra i poveri e i ricchi. Oggi questa distanza è di gran lunga superiore a quella di una volta. Per dirla con una battuta, oggi i ricchi sono più ricchi dei ricchi di ieri e i poveri sono più poveri dei poveri di ieri. E quindi la differenza, in termini relativi ovviamente, la distanza tra ricchi e poveri anziché diminuire va aumentando.
    Allora ecco perché occorre mettere in campo il con-cetto di fraternità. La fraternità deve entrare dentro la sfera economica, deve entrare dentro il mercato, dentro la finanza, non al lato o dietro. Su questo molti dovreb-bero fare un esame di coscienza. Certo gli errori si fan-no anche in buona fede, però anche in buona fede gli errori, quando si fanno, sono gravi, perché sempre si è pensato che la fraternità fosse un dopo, che la fraternità fosse da giocare al sabato e alla domenica, quando si va a fare la caritatina, quando si va a fare un’azione di tipo filantropico. Cioè questa è la domanda: «Tu che lavori in un’impresa, in una banca, tu ti rendi conto che cosa c’entra la fraternità?». Spesso la risposta è questa: «Ma io ci credo alla fraternità, al sabato vado in parrocchia e faccio questo, alla domenica vado a trovare i carcerati, vado a trovare gli ammalati. Questa è la mia fraterni-tà…». Eh no! Questa non è la fraternità. La fraternità è quando tu nel tuo lavoro, nell’ordinarietà della vita, ap-plichi il principio di fraternità che è il principio di pros-simità, come la celebre parabola [quella del buon sama-ritano: Luca 10, 25-37] ci ricorda. Questa è la vera sfida che oggi abbiamo di fronte.
    Voi sapete che chi ha dato la stura a questa imposta-zione è stato Benedetto XVI con la sua enciclica Cari-tas in veritate. Andate a leggervi il capitolo 3° che reca per titolo: «Fraternità e sviluppo umano integrale». Egli dice, appunto, che la fraternità deve entrare in gioco dentro la sfera economica, non solo dentro la sfera del sociale e del politico, ecc. Certo, anche lì, ma lì è troppo facile. È troppo facile fare il filantropo dopo che hai ot-tenuto livelli di reddito o di ricchezza letteralmente scandalosi. È vero o no? Il cristiano non può mai accet-tare la logica dei due tempi: prima si fanno soldi ad ogni costo, non rispettando la dignità delle persone, vio-lando certe norme di legge in materia sindacale, ecc., poi, dopo aver massimizzato, allora si restituisce un po’ quello che abbiamo ottenuto. È no!, perché qui vale la celebre metafora del secchio bucato con il quale tra-sportare l’acqua; durante il tragitto gran parte dell’acqua verrà persa. Ecco perché la logica dei due tempi non può più essere accettata.
    Dobbiamo applicare il principio di fraternità nel momento in cui si produce la ricchezza o il reddito, non nel momento in cui la si va a distribuire perché è troppo tardi. E alla fine, quando vai a redistribuire, ai poveri rimane poca roba non sufficiente per raggiungere l’obiettivo desiderato. Ecco allora perché, come vedete, il principio di fraternità ha veramente una carica rivolu-zionaria, profetica, perché rivoluziona il nostro modo di pensare. Voi sapete storicamente chi per primo ha ela-borato questo concetto di fraternità applicato all’economia. Sono stati i francescani. È stato san Fran-cesco. Lo ha scritto nella sua Regola. Andiamola a leg-gere la regola di Francesco, regola che era soprattutto praticata dai suoi confratelli dopo la sua scomparsa, nel Trecento, nel Quattrocento. Questo è stato il grande me-rito del pensiero francescano. Tutti lo identificano con quelli che facevano l’elemosina. No!, perché anche altri ordini religiosi praticano l’elemosina, la fanno e fanno bene sia ben chiaro. Ma lo specifico della scuola france-scana è stato quello di intuire ciò che ho appena detto. Cioè che, se vogliamo mettere in campo la fraternità, la dobbiamo applicare dall’inizio e non alla fine del pro-cesso produttivo. E dunque, ecco qual è oggi il signifi-cato di costruire istituzioni economiche di pace.
    Vedete, questo modo di affrontare il tema della pace è davvero innovativo, perché non è predicatorio, non è il solito piagnisteo di chi dice: «Che brutta la guerra, che bella la pace!…». Ma quelli che subiscono la guerra soffrono veramente. A volte si rischia l’ipocrisia. Se crediamo davvero alla pace, costruiamo ora la città dell’uomo e allora verranno eliminati i focolai di guer-ra, tutto ciò che porta alla guerra. In questo momento storico il fronte della politica e della democrazia e quel-lo delle istituzioni economiche, che tendono a portare a proporzioni accettabili la disuguaglianza nella distribu-zione del reddito e della ricchezza, dovrebbero coopera-
    5
    re. Questo ci aiuta anche a capire il concetto di solida-rietà.
    Io ritengo che non basta dire solidarietà. Questa è un sostantivo a cui dobbiamo unire un aggettivo, altrimenti facciamo confusione. Perciò occorre distinguere. La so-lidarietà è di due tipi: la solidarietà compassionevole e la solidarietà fraterna. La solidarietà compassionevole è quella basata sulla logica dei due tempi. Anche i filan-tropi sono solidali in modo compassionevole. C’è qual-che filantropo in America che dà in beneficienza addi-rittura centinaia di milioni di dollari. E spesso c’è chi sostiene: «Vedete com’è solidale?...». Io non dico che questo comportamento non si debba attuare, ma questa è solidarietà compassionevole. Il cristiano pratica la so-lidarietà fraterna. Dov’è la differenza? La differenza è che nella solidarietà compassionevole io dò qualcosa, un oggetto, dei soldi per comprare quello di cui hai ne-cessità, in un modo o nell’altro. Nel caso della solida-rietà fraterna, invece, io mi avvicino, mi faccio prossi-mo al portatore di bisogni, al povero. Prima di tutto lo ammetto a far parte della mia vita, poi gli dò anche da mangiare, perché è chiaro che se ha fame gli devo dare da mangiare, ma glielo dò non nel senso di chi butta via qualcosa bensì mettendo in moto un rapporto personale. Io devo comportarmi come il buon samaritano della pa-rabola evangelica. Il samaritano scende da cavallo, chiede al malcapitato cosa gli è successo, come si sente, entra in rapporto con lui, si prende cura di lui, lo condu-ce all’albergatore e gli dà dei soldi per venire incontro alle spese, ecc. Questa è solidarietà fraterna.
    A volte io capisco che è molto più comodo praticare la solidarietà compassionevole, però non dimentichiamo mai che questa, alla lunga, tende ad offendere la dignità della persona, la dignità di chi riceve. Mentre, se io pra-tico la solidarietà fraterna, colui che riceve perché por-tatore di bisogno non si sentirà mai offeso, anzi si stabi-lirà un rapporto di amicizia. Ecco perché il cristiano non può essere semplicemente uno che si accontenta di to-gliere la fame: questa è compassione. Per il cristiano la parola ultima non è compassione ma è consolazione. Cosa vuol dire con-solare, vuol dire non lasciare o non far sentire solo chi è nella sofferenza e chi è nel biso-gno, perché qualcuno di noi quand’è nella sofferenza ha bensì bisogno, ad esempio, della medicina se si tratta di sofferenza fisica o di altre forme di sofferenza come quella psicologica. Ma soprattutto ha bisogno di essere confortato, di non essere lasciato solo. La solidarietà fraterna serve a non farti sentire solo. Cioè, io riconosco che tu sei mio fratello in quanto partecipi della stessa umana condizione e camminiamo insieme su questa strada.
    Ecco perché parlare oggi di fraternità in questi ter-mini ha un significato notevole. Ora per motivi di tem-po non posso entrare nei dettagli. Ma se ci chiediamo cosa c’è all’origine dell’aumento delle disuguaglianze, riscontriamo che c’è la situazione, ad esempio, compas-sionevole. Se è vero che il lavoro è per tutti, san Fran-cesco ha lasciato scritto proprio questo: «Io voglio che tutti lavorino». Ha detto tutti, non ha detto tutti i capaci, tutti gli intelligenti, tutti gli efficienti. Tutti devono la-vorare, anche i portatori di handicap. Ed è per questo che i francescani inventarono poi la divisione del lavo-ro. Con questa si può consentire anche al cieco di pro-durre qualcosa. Produrrà meno di un normodotato, però intanto si sentirà incluso in una comunità produttiva che lo stima in quanto persona. Ora capite che quando noi escludiamo dall’attività lavorativa delle persone non pratichiamo la solidarietà fraterna.
    Oggi conoscete i dati sulla disoccupazione in Europa e soprattutto nel nostro Paese, specie quella giovanile. Questa è la prima causa dell’aumento delle disugua-glianze. Per questo dicevo che occorre combattere la disoccupazione, non perché debba aumentare il PIL (Prodotto Interno Lordo), ma perché io devo restituire la dignità di persona che solo attraverso il lavoro e con il lavoro scopre la propria identità profonda.
    La seconda causa che è all’origine dell’aumento delle disuguaglianze è la diffusione nella nostra cultura del vizio. La parola vizio l’abbiamo un po’ espunta, non se ne sente più parlare. Guardate che il vizio è l’altra fac-cia della medaglia, essendo la virtù la prima faccia. Ho detto due facce: la prima faccia è la virtù, quella oppo-sta è il vizio. Se fate caso nel linguaggio comune, par-lando ad esempio con i bambini alla scuola elementare – parlo in generale, ci sono anche le eccezioni –, voi avete mai sentito una maestra o maestro o anche alle scuole medie parlare ai propri allievi di virtù e di vizio? Ma neanche per sogno! Il risultato qual è? È quello che, anziché educare, come l’istituzione scolastica dovrebbe fare, evitando di parlare riguardo al comportamento di quella che si chiama etica della virtù, non faccio altro che dare al giovane o al ragazzo una sorta di semaforo verde di questo tipo: «Fate quello che volete, come vo-lete, perché quello che importa è il piacere…». Dopo ci
    6
    lamentiamo che le disuguaglianze aumentano. Ma per forza.
    Quindi vedete che la lotta alle disuguaglianze copre in primis il lato del mercato del lavoro, come si suol di-re, quindi dell’economia reale. Ma c’è anche il lato prettamente culturale che riguarda la sfera educativa e infine – ma di questo non faccio parola perché è talmen-te ovvio – il lato della finanza. Le cose non stanno an-dando bene, perché, nonostante l’attuale crisi, il mondo della finanza speculativa, che non è la finanza buona, sta sempre più prendendo corpo. E le disuguaglianze aumentano. Voi vedete che la finanza è stata inventata dai francescani; questa è finanza buona finalizzata al bene comune. Oggi, invece, la finanza speculativa è tornata a sviluppare volumi d’affari superiori a quelli del periodo pre-crisi, cioè prima del 2008. Quindi, no-nostante la crisi, non si è imparato nulla. Non si è capito nemmeno per sogno l’errore fatto, perché si fa peggio di quello che si faceva prima. Ecco allora perché, se vo-gliamo parlare di pace, è indispensabile combattere le disuguaglianze praticando la solidarietà fraterna tesa al vero bene comune. Vedete come tutti questi argomenti fra di loro si collegano e convergono sul tema della pa-ce…
    Vorrei chiudere con un riferimento ad un libro poco citato almeno in Italia, ma molto importante, di un auto-re francese del 1600 che si chiamava Jean Bodin, che ha studiato filosofia politica, teoria politica, un nome mol-to importante. Questo autore scrisse un saggio intitola-to: Il Colloquio dei Sette. In questo saggio racconta un colloquio, un dialogo tra sette saggi: un cattolico, un protestante luterano, un calvinista, un ebreo, un musul-mano, un naturalista, un celtico. Questi sette saggi, tro-vandosi insieme a discutere, spesso cadevano in litigi a volte con parole di troppo, a volte venivano alle mani. Non riuscivano a trovare né convergenza né armonia. Un bel giorno, stufo di tutti questi litigi, uno dei Sette, il cattolico, propose di smettere di litigare tra loro discu-tendo dei massimi princìpi e disse: «Ognuno di noi rac-conti quelle opere di carità che sono espressione della propria fede religiosa». In questo modo, automatica-mente si ottenne l’armonia. Cioè a dire: fintanto che si parlava dei massimi sistemi, il litigio aumentava. Quan-do i Sette cominciano a parlare di quel che facevano per i poveri, delle varie opere di carità, espressione della propria anima profonda, l’armonia si ritrova. Questo scrive Jean Bodin nel 1600. Direi che quel pensiero og-gi è ancora più valido che nel passato, perché se noi, quando andiamo a dialogare portiamo sul tavolo del dialogo i risultati delle nostre opere – dico opere, non attività: l’attività è una cosa, l’opera è un’altra cosa; voi sapete la differenza tra operare e agire – allora è facile trovare l’accordo, è facile intendersi e trovare la pace.
    Per concludere veramente, lasciate che racconti una parabola di origine ebraica. Probabilmente qualcuno di voi la conosce già o l’ha già sentita. Si tratta della «Pa-rabola delle quattro candele». Suona così: in una stanza silenziosa ci sono quattro candele accese. La prima candela dice: «Io sono la pace ma gli uomini hanno de-ciso di farsi la guerra, dunque non c’è motivo che io re-sti accesa» e si lascia spegnere. La seconda candela di-ce: «Io sono la fede ma gli uomini hanno deciso di di-ventare atei, cosa sto a fare accesa?» e si lascia spegne-re. La terza candela dice: «Io sono la carità ma gli uo-mini hanno deciso di diventare egoisti, che senso ha che io resti accesa?». A questo punto entra nella stanza un piccolo bambino che piange a dirotto, perché ha paura del buio e allora la quarta candela gli si avvicina e gli dice: «Non piangere più, perché io ti prometto che starò accesa vicino a te fino a quando qualcuno non verrà a prenderti. Ti consento di utilizzare la mia fiamma per riaccendere anche le tre candele. Io sono la speranza».
    Ecco quello che questa antica parabola ebraica ci di-ce, il messaggio che esattamente ci comunica. Vediamo di non far spegnere la quarta candela, mai spegnerla, mai spegnere la fiamma della speranza. Ma soprattutto usiamo quella fiamma per riaccendere le altre tre, che, per un motivo o per l’altro, per una ragione o per l’altra si sono lasciate spegnere o si sono spente. Questo è l’augurio sincero che rivolgo a tutti voi, dopo essermi ancora una volta complimentato di questa splendida ini-ziativa. Il mio saluto finale è questo: «Rimanete sempre nella gioia e state comunque in gioia!».
    Grazie.
    STEFANO ZAMAGNI

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina

Informazioni

Data: mercoledì 12 febbraio 2014

Argomento: CaritasVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento |

 

Parole Chiave:

 

Stampa interventoStampa intervento

Invia per emailInvia per email

Salva articolo nella Lista PreferitiSalva nella Lista Preferiti