Don Gallo, il Vangelo secondo De André


  • di Marco Neirotti

    in “La Stampa” del 14 gennaio 2014

    Il porto e i carrugi, bettole e coltelli, amori pagati e solitudini straziate. È il rigoglioso campo seminato a umanità condiviso da don Andrea Gallo e Fabrizio De André. Ma limitare a quel brulichìo di vite l’afflato dei due anarchici - il prete con il sigaro e il poeta con la chitarra - sarebbe intrappolare nel pittoresco la sconfinata cultura della tragedia e della tenerezza, del riscatto e della spiritualità. Questo universo che volentieri guardiamo come una pièce teatrale per poi passar via, loro l’hanno innalzato - ciascuno per la sua strada, ciascuno per la sua vita - nel cristianesimo fatto gesti e nel canto illuminante.

    Ha detto don Gallo (morto il 22 maggio scorso, due mesi prima di compiere 85 anni): «Io ho cinque Vangeli. Il quinto è il Vangelo secondo De André». Non intendeva imprigionare l’amico nel sacro e nemmeno instillare in lui il sacro come una flebo. Tanto che Fabrizio ebbe a fargli notare: «Ti voglio bene perché sei l’unico prete che non vuole mandarmi in paradiso per forza». Ma questo Vangelo (Il quinto evangelio fu un romanzo di Mario Pomilio del 1975 sui conflitti della coscienza cristiana) non era nemmeno una forzatura a effetto, e don Andrea l’ha raccontato in un libro che Piemme pubblica oggi, quindicesimo anniversario della morte di Fabrizio (11 gennaio 1999, un mese prima dei 59 anni). Leggendo i versi nel profondo e negli echi, l’uomo di fede dilata la canzone ai valori prìncipi della vita. Si intitola Sopra ogni cosa (come l’amore in Bocca di Rosa), a cura di Gianni De Santo, con tavole di Vauro, graffianti com’è Vauro eppure percorse da tenerezza. L’incontro del pensiero dei due D.A. (don Andrea e De André) avviene prima di quello tra le persone. Un cugino che insegnava religione al liceo portò al sacerdote un tema dello studente Fabrizio che, di fronte al rifiuto di funerale religioso per un compagno suicida, chiedeva dove fosse andato a nascondersi l’imperativo cristiano dell’accoglienza. Leggeva le sue parole un prete ex partigiano, «guerriero e anarchico», già scomodo per la Chiesa, messo più volte in un cantuccio quale cappellano delle carceri senza capire che così non lo si toglieva di torno, si dava fiamma alla sua battaglia per il «desiderio di riscatto della condizione umana emarginata». Quando De André cantò Bocca di Rosa, Marinella, Piero, il Miché, «servi disobbedienti alle leggi del branco», la comunione di sentimento fiorì come la natura dal letame, dentro un’unica tensione che - al di là delle rispettive visioni della fede - restituiva ai diseredati la dignità. Tensione che fece dire a don Gallo, nella lettera per il funerale di De André: «Svegli il dubbio che Dio esiste». Sopra ogni cosa è la lettura poetica, umana, etica delle anime scolpite da Fabrizio, non Leggi ma Arte che accende. Dodici canzoni, come gli apostoli, aprono cuore e penna del sacerdote tra i temi semplici e insieme complessi dell’esistenza, spalancando l’universalità all’individuale colto in teatri come l’angiporto (Via del Campo o Prinçesa) e dando luce all’individuale che è nell’universalità del viaggio e della fine (Creuza de ma). Don Gallo segue il filo del Libro che ci offre l’amore che è amore comunque e sempre, etero o omosessuale (Andrea), la spiritualità solitaria, diversa dalla solitudine da abbandono (Anime salve), la coralità degli umili disobbedienti (Smisurata preghiera), il non peccato di fronte alle Tavole e la scoperta della pietà nel cuore più afflitto (Il testamento di Tito), il bisogno lancinante di ricevere sentimento vero lontano dalle convenzioni (Amico fragile), la pace undicesimo comandamento (La guerra di Piero), la mafiosità indotta quando altri danno risposte che dovrebbe dare lo Stato (Don Raffaé).

    Disse De André. «Quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, che è fatto di tutto l’universo». E del dialogo con sé stessi: «Se preso molto sul serio, potrà forse un giorno approdare al Grande Dialogo, a quell’a tu per Tu quotidiano con l’Assoluto, che non mi interessa sapere se chiameremo Dio, Creatore, Signore o Padre. C’è, e questo mi basta, perché so che il dialogo avviene nell’intimo della propria coscienza e nella verità di sé stessi». E il prete - il prete che diceva messa con la bandiera della pace sulle spalle - non vuole vestirgli addosso a suo modo l’Assoluto. Accetta e riscrive il decalogo: «Sii ribelle, protesta. Libera la tua sessualità. La politica la cambiamo noi, è ora che ci restituiscano il bottino». In un dialogo con la poesia di De André, don Gallo racconta un Vangelo che credente e laico possono condividere senza fatica. Lo fa con la semplicità e lo slancio con i quali tuonava contro i poteri d’ogni sorta. Tuona nel libro, pur lasciando trapelare che a un certo punto della vita, come a una cena, si fa tardi. E sembra togliere il sigaro di bocca e intonare in coro con Faber: «Verremo ancora alle vostre porte / e grideremo ancora più forte / Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti».
     

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