L'intervista Herlitzka: «Bernhard è come me»


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    «Bernhard mi piace enormemente perché, in qualche modo, è come me». Roberto Herlitzka, volto scavato e ironia da vendere, sta diventando l’alter ego teatrale del lucido e feroce scrittore austriaco, già portato in scena da "grandi vecchi" come Gianrico Tedeschi o mattatori come Franco Branciaroli. Ma da qualche anno l’attore torinese di origine ceca si è particolarmente appassionato alle invettive umane e sociali di Thomas Bernhard, di cui ha già portato in scena in anteprima italiana  Elisabetta II e Il gelo. Herlitzka da domani sarà al Teatro Franco Parenti di Milano, dopo l’applauditissimo debutto romano, con un’altra novità assoluta per l’Italia, <Il soccombente, capolavoro della letteratura del Novecento nella riduzione teatrale di Ruggero Cappuccio e regia di Nadia Baldi. Un testo che affronta, con il solito torrente di parole sferzanti, i temi del talento, della perfezione e della frustrazione per l’impossibilità di raggiungerla. Che è quella che assale due giovani amici, Wertheimer e l’io narrante, giunti a Salisburgo per frequentare un corso di perfezionamento pianistico tenuto da Horowitz. Lì diventeranno amici di un ragazzo singolare, Glenn Gould: ma quando lo ascolteranno interpretare Bach in modo inarrivabile, le loro vite ne resteranno traumatizzate. Comprendono che il loro amico canadese è un genio e il loro futuro è compromesso per sempre. 

    Herlitzka, non vorrà dirci che anche lei è un misantropo come Thomas Bernhard?
    «Non sono un misantropo, ma devo ammettere che lo sento vicino, anche se è un autore che tiene a grande distanza tutti. Mi ritrovo in quello che esprime e racconta: c’è sempre una verità che andando a scavare riconosci nelle persone vicine a te o, addirittura, in te stesso. Bernhard riesce, senza minimamente essere naturalista o realista, ad entrare nel cuore della realtà. È uno scrittore straordinario. Sbotta in un profluvio di maledizioni, ma sono sempre rese accettabili dall’ironia che lui applica anche a se stesso e che lo rende simpatico».

    Qui lei però, stavolta, non interpreta un anziano terribile, ma dà voce a due giovani in crisi che perdono il loro futuro. Come quelli di oggi?
    «I due protagonisti del Soccombente il futuro se lo bloccano da soli, ma almeno, a differenza dei ragazzi di oggi, hanno avuto la possibilità di averne uno. Sono entrambi due promettenti pianisti, non due mediocri, che si trovano di fronte a un genio, ed essendo in grado di capire, si rendono conto di quanto sia lontano quel modello da quello che loro possono fare. Uno (lo stesso Bernhard) si dedica ad altro, probabilmente la scrittura, l’altro si lascia andare alla disperazione, si mette a leggere i filosofi, a torturare la sorella, e, alla fine, si impicca. Un "soccombente", appunto, davanti a un ideale troppo alto».

    Ma chi sono i soccombenti di oggi?
    «Forse sono le persone normali, quelle che non ce la fanno a campare. E le persone sensibili, come appunto lo è il musicista che non ce la fa, un soccombente intellettuale, una persona che ha già una fragilità insuperabile, e se fosse meno sensibile di come è, camperebbe lo stesso».

    Lei, però, non è un "soccombente". Le sue scelte teatrali sono sempre state indipendenti.
    «Io le cose le faccio da me, i teatri stabili mi ignorano, a parte quello di Trieste con Antonio Calenda, non so perché e non mi interessa neanche più. Io ho sempre lavorato con compagnie alternative, giovani, quelle che mi hanno proposto cose che mi piacevano. Ciò mi dà il vantaggio, non economico, di fare sempre quello che voglio, di non dipendere da nessuno e di non essere costretto ad accettare una parte che non mi piace, in cambio di un contentino».

    Dopo una lunga e gloriosa carriera, se lo può permettere. Anche lei alla ricerca della perfezione dell’arte?
    «Non si finisce mai di migliorarsi e di studiare. Il mio è stato un percorso lungo iniziato tanti anni fa grazie al grande regista Orazio Costa, un incontro all’Accademia di Arte Drammatica che mi ha illuminato, mi ha fatto capire quanto sia lunga e difficile la strada, e che per ottenere dei risultati bisogna lavorare sodo. Non basta insegnarlo. Costa mi ha fatto vedere dei risultati recitando lui stesso: era un maestro meraviglioso, perché recitava meravigliosamente non in scena, ma per noi quando insegnava. Uno faceva di tutto per imitarlo, ottenendo risultati pessimi, ma accumulando dentro di sé esempi che poi sarebbero maturati».

    Oggi mancano i maestri: lei ha mai pensato di insegnare?
    «Per carità, io ho la vocazione contraria. Mi hanno proposto tante volte di insegnare, ma occorre esserci portati: io finirei per nuocere. Però è vero che oggi occorrono maestri seri».

    Apprezziamo la modestia, ma lei fra un po’ rischia di finire agli Oscar con «La grande bellezza» di Sorrentino.
    «Beh, se sarà l’Oscar non lo daranno a me, anche perché faccio solo un cameo. Il cinema l’ho sempre amato moltissimo, ma è difficile conciliarlo col teatro perché hanno tempi diversi. Il ruolo che mi ha cambiato la vita professionale al cinema è stato quello di Aldo Moro in Buongiorno notte di Bellocchio. Ultimamente ammetto di avere avuto molto successo con alcune piccole partecipazioni a film importanti, ma sinceramente mi piacerebbe che mi offrissero dei ruoli più fondamentali».

    Di recente, però, l’abbiamo vista protagonista di opere molto intense come «Sette opere di misericordia» dei fratelli De Serio.
    «Questo grazie ai giovani che mi cercano molto, e io accetto subito. I film sono bellissimi, poi però vengono buttati via. Se devo dire i film che ho amato di più ci sono, oltre a Sette opere, Il rosso e il blu di Piccioni e Narciso di Giovanni D’Angelo che nessuno vedrà mai. Il sistema italiano distrugge il nostro cinema, la distribuzione in Italia è mercantile, si crede di andare sul sicuro con dei nomi che dovrebbero garantire il successo, cosa che invece spesso non è. Ma a rimetterci sono i giovani autori e registi, che alla fine cambiano mestiere».

    E il teatro italiano come è messo?
    «Dicono che sia in crisi, ma oggi tutto è in crisi. Io vedo spesso spettacoli che mi piacciono. In un certo senso è in una situazione più difficile il cinema. Perché la creatività dei giovani non viene sostenuta, ha bisogno di più mezzi finanziari, e poi il cinema è stritolato da internet. Il teatro, invece, si può fare senza una lira e ovunque, in più l’attore dal vivo non te lo puoi scaricare sul telefonino».

    Altri progetti al cinema?
    «Ad aprile uscirà il film Io, Arlecchino, scritto, diretto e interpretato da Giorgio Pasotti. Io faccio un vecchio Arlecchino di provincia, che passa testimone a suo figlio, appunto Pasotti. Se mi avessero detto che avrei fatto Arlecchino non ci avrei mai creduto: mi ha sempre affascinato, ma è non nel mio raggio di azione. Ho vissuto l’atmosfera straordinaria del Piccolo, lavorando con Strehler. Lui evocava questa maschera con tutte le convenzioni teatrali che si porta dietro, ma sapeva gestirle in modo straordinario. Perché Arlecchino piace ancora tanto? È una figura nata in modo felice, sembrava il perdente, invece ha trionfato sopra tutti i suoi colleghi».

    Angela Calvini
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Data: venerdì 17 gennaio 2014

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