Dialoghi sulla vita, la morte, la speranza e la felicità.


  • Paolo Giuntella, La Morte non avrà l’ultima parola

    L'esperienza della morte scuote nelle viscere la nostra vita e ci ripropone tutti i dubbi e gli interrogativi. La morte avrà l’ultima parola? O sarà la risurrezione, la vita eterna?

     

    Dialoghi sulla vita, la morte, la speranza, la felicità[1]

     

    Paolo Giuntella, quirinalista, cresciuto negli Scout e in Azione Cattolica. A pochi mesi dalla sua scomparsa, dopo una lunga malattia, proponiamo alcuni suoi testi tratti dal volume pubblicato poco prima della sua morte dal titolo “L'aratro, l'ipod e le stelle”. Aiutato da una straordinaria fede nel Dio di Gesù Cristo, fortificato da una antica appartenenza ecclesiale,che dal di dentro non ha mai mancato di esercitare la profezia, l’autore parla della visione cristiana della morte,e  nel mistero della finitudine della carne, cerca di capire dal dolore, dalla speranza, dalla rabbia, dalla preghiera la verità che tutti ci supera ma che tutti ci comprende

    Come vivere questa vita “drammatica e magnifica” per usare una espressione di Paolo VI  per lui vero maestro e  Padre, come vivere e condividere le gioie e le speranze degli uomini,nell’attesa di poterLo incontrare?

    “la morte non avrà l’ultima parola” pare quasi una esperienza tangibile leggendo con non poca emozione queste pagine; il suo celebre  invito ad avere coraggio, la sua testimonianza di fede e di amore cristiano, il suo incoraggiamento a “conservare la mente robusta e il cuore tenero” restano quanto mai preziosi e di stimolo per ognuno di noi.

     

    31/10/08

     

    Clown: Buona signora, perché portate il lutto?

    Olivia: Buon buffone, per la morte di mio fratello

    Clown: Penso che la sua anima si trovi all’inferno, signora.

    Olivia: E io invece so che si trova in paradiso, buffone,

    Clown: Tanto più siete sciocca allora, signora, ne portate il lutto e

               affliggervi  perché l’anima di vostro, fratello si trova in paradiso.

                          (William Shakespeare)

     

     

     L'esperienza della morte scuote nelle viscere la nostra vita e ci ripropone tutti i dubbi e gli interrogativi. La morte avrà l’ultima parola? O sarà la risurrezione, la vita eterna? […] Per questo ho chiesto al mio amico Paddy O'Shea - che i lettori dei miei racconti conoscono berte - di prendere la parola al mio posto.

     

     

     

                      

     

     6 luglio 2005

    Un Miracolo

     

     

       Cara Teresa,

     

    avrei voluto scriverti questa lettera quando eri ancora in vita. Non l'ho fatto per pudore e, insieme, per non mettere anzitempo il carro davanti ai buoi. Una forma di scaramanzia pagana e, insieme, un'estrema speranza. Di un miracolo.

     

    Volevo dirti, semplicemente, grazie. Grazie per la catechesi quotidiana che tu, nei tuoi anni di malattia, di cancro progressivo alle ossa - usiamola pure questa parola che per molti è un tabù, come la sigla Aids - e ancor più negli ultimi due mesi, ci hai offerto e regalato. Tu hai maturato nella malattia le tue, nostre risposte al mistero della morte e persino del male. Lo hai fatto con semplicità, con l'esperienza del dolore, senza che la tua professione di intellettuale e il tuo mondo di professori universitari, di “sapienti», limitasse il tuo approdo. Anzi. Mi è sembrato che non ci fosse contraddizione, piuttosto semmai stimolo, tra la tua libertà culturale e interiore e la fede. La fede conquistata e riconquistata trovando risposte esistenziali, ma anche intellettuali, agli interrogativi, ai dubbi, ai moralismi e alle meschinità bigotte che pure, talora con protervia, esprimono i credenti e in particolare i cattolici apostolici romani.

     E la fede ricevuta come trapasso delle nozioni, iniziazione, testimonianza di vita, dai genitori.

    Una fede che forse nasceva e si confermava anche dalla contemplazione della Bellezza nelle opere d'arte, nel buon gusto, nell'armonia dei colori, nell'ascolto della musica, nelle buone letture narrative, e nella materia quotidiana del tuo lavoro di studio, insegnamento e ricerca di archeologia cristiana.

     

    Tu hai avuto una serenità, un senso dell'umorismo, dell'autoironia, nella tua malattia che sono stati esemplari della visione cristiana della vita (e dunque della morte, che è il compimento della vita, il passo arduo di mantenimento della nostra speranza).E hanno infatti contagiato le infermiere e gli infermieri dell'ospedale, i medici, i tuoi studenti, le tue amiche, i tuoi colleghi.

    E forse il coraggio di scrivere una lettera non conformista sull'Eucaristia all'arcivescovo della città dove sei morta e quindi la sua visita, ti hanno fatto maturare la pienezza assoluta della fede: «Bisogna saper stare allegramente sulla croce», come diceva ai suoi Antonio Rosmini. Hai dato nella malattia e nella tua morte il massimo di quello che potevi dare, hai raggiunto il tuo compimento, la tua pienezza umana, la tua bellezza, la tua massima maturità, quasi a disegnare davvero, in modo visibile, incarnato, il progetto di Dio su di te. Quello di farti essere testimone di serenità, di speranza, di allegria, di grande forza di resistenza al dolore, nella sofferenza e nel commiato. Con Giobbe, ma oltre Giobbe, perché dopo Giobbe c'è il Cristo, e dunque la risurrezione.

     E tu hai vissuto questa straordinaria forza e serenità da persona assolutamente normale, non da persona pia, devota, bigotta, e tanto meno da «santa» (nell'accezione comune, cioè «da altare»). E proprio questo ha reso per tutti credibile la tua richiesta nel tuo testamento spirituale: « Fate una bella festa ». La morte di un giusto, di una donna giusta, senza aureola, ma come i modelli biblici di Ester e di Ruth, è sempre una festa in una visione di fede. Ora ti devo confidare due cose.

     

    Uno: che mi sono messo a leggere un sacco di libri di teologi, scrittori e filosofi cristiani ed ebrei sul mistero del male e della morte. Non solo per me stesso, ma per rispondere ai tormenti di Cecilia e per cercare fondamenta per affermare che «la morte non ha l'ultima parola», ma anche che « l'ingiustizia non ha l'ultima parola».

     Secondo: devo confessarti che ho detto due parole al tuo funerale. Due mesi fa, come in certi bel racconti chassidici o yiddish, pensando a questo giorno, avrei voluto dire: «Signore, perché tanto accanimento proprio con Teresa? Perché persone che soffrono tanto, condannate al dolore e persone che hanno una lunga vita, agii e gozzoviglie? Noi siamo arrabbiati, Signore, Arrabbiati neri. Scendi giù a discutere con noi, se ne hai il coraggio, ci devi una spiegazione...».Ma dopo questi due mesi di catechesi vivente di Teresa, con tenerezza, vorremmo dirti: «Grazie, Signore. Grazie per quello che, per paradosso - ma noi sappiamo che l'ebraismo e il cristianesimo sono esperienze di fede fondate sulla profezia e sul paradosso -, ci hai dato con il suo dolore e la sua morte... Grazie per averci costretto a meditare sul senso profondo della vita e della storia, sulle cose ultime, sul mistero della vita, della sofferenza, della morte, dell'Eterno, del Divino, del Finito e dell'Infinito ».

     

     Il vero interrogativo al quale l'ebraismo, il cristianesimo, la Torah, i profeti, la Nuova Alleanza, tutte le grandi religioni e spiritualità del mondo, la grande tradizione teologica, hanno tentato, tentano di rispondere è: «La morte ha davvero l'ultima parola?». Noi crediamo di no: «La morte non ha l'ultima parola». Questa è l'essenza del cristianesimo, l'essenza delle esperienze di fede della famiglia di Abramo. Ecco quello che la Chiesa, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, dovrebbero annunciare e testimoniare...

      A Dio.

                     

    Ho poi ricevuto dall'amico Jacques, vecchia grande quercia cristiana, una breve nota a queste parole.

     

       Carissimo Paddy,

     

    la morte non ha l’ultima parola. Trattandosi della vita dopo la morte, tu hai ragione, Paddy, a dire che questa fede è condivisa dalle grandi religioni e, in ogni caso, dalle tre religioni monoteistiche che sono l'ebraismo, l'islam e il nostro cristianesimo. Ma non bisogna, mi sembra, aver paura di dire che, per i cristiani in particolare, questa affermazione ha un rilievo unico, perché fondano la loro fede sulla certezza che Gesù, il figlio di Dio, è morto sulla croce e che Dio suo Padre l'ha risuscitato. Come dice san Paolo (il tuo santo « patrono »!), se noi non crediamo che Gesù ha vinto la morte, la nostra fede è vana.

     Dicendo certezza, io credo di tradurre bene le espressioni che tu utilizzi, in italiano, non per fideismo, per devozione, ma per profonda convinzione e che nel greco antico dei nostri Vangeli si chiama « pistis », che significa, almeno secondo il mio dizionario, « prova, impegno, patto, fede ».

    Permettimi di ricordare l'episodio molto conosciuto del centurione romano del Vangelo, che dichiara a Gesù: «Dì soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito » (Mt 8,8) e, consapevole del suo ruolo nella gerarchia militare, commenta: «Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene... ». Quello che esprime questo commento è che la parola di Gesù sarà realizzata (la Parolaguarirà il servo malato).

    «In verità vi dico, in tutto Israele lo non ho incontrato una tale fede». La fede nel Risorto è la certezza che ci darà accesso alla vita eterna che è la sua, come dice così bene il prologo del Vangelo di Giovanni.

    Sì, per tutti i cristiani, Teresa è viva della vita stessa del Vivente, Gesù Cristo. La sofferenza che lascia senza respiro, vissuta cristianamente nell'abbandono nelle mani della Provvidenza, l'accettazione di questa nemica che ti batte e che minaccia la tua integrità fisica e ti mina dall'interno, è stato il suo modo di praticare l'amore verso i nemici, che Gesù il Cristo ci chiede.

       Con affetto.

                                   Jacques

     

     

     

    Tratto da:“L'aratro, l'ipod e le stelle” , Paoline, 2008,  pp. 105-134



    [1]Questi dialoghi  e racconti mi sono stati consegnati da uno dei protagonisti più  assidui dei mici racconti, Paddy O'Shea. Si riferiscono a persone e situazioni reali. Ma i nomi, per pudore, sono stati cambiati

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina