Mi piaccion le fiabe. di Francesco Guccini


  • Le canzoni possono essere storie da raccontare. Quando si scrive, e questo accade sia per la canzone che per la prosa, si attinge sempre dal proprio vissuto. Come diceva Jorge Luis Borges, un autore parte sempre da se stesso, dalla propria esperienza di vita, sia che scriva «Sono nato il giorno tale nel posto tale», oppure «C'era una volta un re che aveva tre figlie».

    Forse bisognerebbe, quando si compone una canzone, riuscire a farlo con la mente più libera possibile da sovrastrutture. Ma non sempre questo succede perché entrano in gioco le complesse vicende personali di colui che, esprimendosi, si espone nudo di fronte all'ascoltatore. Una canzone può toccare diverse emozioni, essere allegra o triste, violenta o dolce, sguaiata o riflessiva, malinconica; scritta quindi «con l'anima di un bambino» (Una canzone), che nel frattempo, però, è diventato adulto.
    La canzone è una sorta di terapia psicanalitica che si fa in solitudine, interrogandosi: ci si esamina e si narra. Partendo dal mio vissuto, nelle canzoni mi è capitato spesso di rievocare l'infanzia e infanzie anche molto diverse tra loro. In Piccola città ricordo la mia infanzia e la mia adolescenza modenesi: altri tempi e un mondo diverso, più duro, meno facile da vivere. In Culodritto dialogo invece con una bambina che possedeva sì moltissime cose che allora io, alla sua età, non avevo, ma a cui erano precluse occasioni e situazioni – più semplici ma più fascinose – che nel corso degli anni erano andate perdute. Vedo questa bambina crescere con una grande fiducia nell'adulto e la invidio perché ha ancora tutto da scoprire, da sperimentare e perché è libera perfino di sbagliare, mentre l'adulto ha già visto, ha già fatto, ha già sfruttato le sue possibilità: dico per esempio dei libri che io ho già letto e lei non ha ancora sfogliato, e delle scoperte meravigliose che verranno da quegli incontri letterari. Poi, crescendo, ci si allontana dall'atmosfera di quando si era bambini, si ha altro per la testa. E un giorno... arriva appunto il momento in cui non si ricercano più le favole perché ci si imbatte e ci si confronta con una realtà nuova, quella che ogni giorno la vita ci apparecchia davanti, e del resto è inutile raccontare favole a chi non ha più voglia di ascoltarle.
    Mia nonna, finché ero stato bambino, aveva sempre narrato favole ma poi, avendo io raggiunto una certa età, aveva smesso; quando sono cresciuto, avrò avuto intorno ai trent'anni, sono ritornato io a chiederle: «Nonna, per favore, raccontami ancora quelle due favole!» non tanto per il piacere di tornare bambino quanto per risentire ancora una volta la magia e il fascino di quelle storie. In Auschwitz e ne Il vecchio e il bambino denuncio invece un altro tipo d'infanzia.
    In Auschwitz si affronta il dramma di quei bambini che abbiamo visto tantissime volte nei film, nelle fotografie, ai quali l'infanzia è stata sottratta: essi sono «passati per il camino» e la loro voce ci arriva ancora come portata dal vento. Purtroppo la tragedia della guerra continua: mi ha turbato molto vedere il corpo di un bambino colpito a morte durante gli scontri di Gaza, poche ore prima della tregua: sarebbe bastato spostare di alcuni minuti la lancetta dell'orologio e quel bambino avrebbe avuto ancora tutta la vita davanti. Ne Il vecchio e il bambino la mia immaginazione si sposta sul tema della paura di un eventuale disastro nucleare. Tutto è cancellato, tutto è scomparso: non esiste più il mondo che conoscevamo. Il vecchio racconta al bimbo com'era questo mondo, con le sue piante, i suoi fiori, i suoi frutti, l'acqua che scorre nei fiumi, risuona nei mari e la pioggia che scende dal cielo. Il bimbo ascolta queste cose ma non le ha mai viste e non capisce. Crede siano favole e chiede al vecchio di raccontargliene altre. Anche nel mio ultimo album parlo di infanzia. Ne L'ultima volta racconto di un paio di sandali che puntualmente, ogni estate, quando raggiungevo per le vacanze il paese dei miei nonni sull'Appennino, mi venivano comperati: non solo perché ero cresciuto, ma anche perché i sandali vecchi li avevo distrutti «in rincorse e cammino». E ogni anno si andava al mercato, un affascinante rito di inizio stagione, e ogni volta provavo a rimediare, oltre ai sandali, qualcosa di più prezioso per me: un libro per ragazzi, una scatola di pastelli colorati, e una volta, addirittura, un'armonica a bocca. Ogni canzone è una storia a sé, che racconta di vicende, di situazioni, di emozioni e di personaggi. A volte è bello ascoltare canzoni, e sentirle cantare ancora, come i racconti e le favole della nonna.

    Prefazione di Francesco Guccini a «Culodritto e altre canzoni», Mondadori, Milano, pagg. 64, € 9,90, con illustrazioni di Alessandro Sanna, in questi giorni in libreria

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Data: mercoledì 13 novembre 2013

Argomento: CulturaVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento | Teologia

 

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