Contro l’involuzione: per una rivoluzione liberal-popolare


  • La crisi del nostro paese rivela la pochezza delle premesse antropologiche delle culture politiche che hanno dominato l’Italia negli ultimi decenni. Chiudendo ogni discorso nel piccolo cabotaggio del “diritto individuale al benessere”, tali culture hanno progressivamente estraniato il paese dalle sfide storiche del tempo in cui viviamo. Sempre più ripiegato su stesso, il Paese ha visto crescere i suoi difetti peggiori. La crisi istituzionale, economica, morale nella quale ci troviamo ne è la riprova più eloquente.
    Interrompere e invertire l’involuzione in corso, ormai incistata in ampi strati del corpo sociale, non è operazione facile. E tuttavia, non c’è altra strada se non si vuole scivolare fuori dalla storia. Ciò non significa – mi preme sottolineare – adattarsi supinamente a modelli (o presunti tali) presi in prestito da esperienze straniere. Riattivare il desiderio, e soprattutto restituirgli quella profondità che sembra aver perduto, significa tornare ad interrogarsi su quale possa essere il contributo specifico che, in quanto italiani, possiamo dare all’idea e alla pratica dello sviluppo planetario, a partire dal modello che decideremo di adottare qui, nel nostro paese dentro la nostra storia.
    Per cominciare ad affrontare la questione occorre partire dal riconoscere tre malattie che ammalano la società italiana.
    - Con buona pace delle tante anime belle che pensano lo stato come fondamento dei principi di giustizia universalistica, nei fatti la pratica della spesa ha finito per essere un fattore di strutturazione delle disuguaglianze sociali e dei tanti centri di potere chiusi che infestano la vita sociale del Paese. Così statalismo si combina non solo con inefficienza ma anche con disuguaglianza.
    - Il paese non cresce perché è diventato incapace di far aumentare la produttività complessiva. Privo di un baricentro e di una logica strategica chiara, il nostro sistema economico e sociale, invece che scommettere sul futuro attraverso nuovi investimenti nei settori più avanzati, nella ricerca e nel lavoro, ha preferito battere la strada facile dello sfruttamento del lavoro, della rendita di posizione, del ripiegamento corporativo. Consumando risorse e dissipando la ricchezza accumulata.
    - L'Italia è un paese bloccato. Demograficamente e socialmente. Il combinato disposto di rallentamento della crescita economica e blocco demografico non poteva che tradursi nel blocco della mobilità sociale. Al punto che oggi, in questo inizio di secolo, per buona parte della popolazione, le prospettiva di vita dei figli sono, al momento, peggiori di quelle dei genitori.
    Non avendo capito gli ultimi trent’anni, l’Italia, come del resto l’intera Europa, è rimasta marginale alla fase storica che è alle nostre spalle. Entrata in ritardo nei processi avviati con l’avvento del neoliberismo, negli ultimi due decenni – coincidenti con la cosiddetta seconda repubblica – il nostro Paese, più che attrezzarsi rispetto alle sfide che si andavano delineando, ha sostanzialmente vissuto di rendita, da un lato dando fondo alla straordinaria eredità dei decenni precedenti, dall’altro scaricando una parte dei costi sulle generazioni future. Il terreno su cui si è stabilita quella “alleanza perversa” è stato quell’assetto politico chiamato “seconda repubblica’. Alla fine di un decennio già critico e nel quale molte premesse di quello che è accaduto dopo erano già state gettate – la fine ingloriosa dell’egemonia del partito cattolico ha fatto nascere due progetti di modernizzazione diversi tra loro ma accomunati dalla comune estraneità rispetto alle radici più profonde e autentiche del Paese. Il che ha poi finito col radicalizzare le dinamiche di frammentazione e dispersione che già la fase storica, in quanto tale, tendeva a favorire.

    Una miopia durata vent'anni

    Senza nessun discorso sul futuro e sul destino dell’Italia, il sistema politico ha favorito la nascita di un capitalismo marginale da rentier, dove rendita – finanziaria, immobiliare, pubblica, pensionistica, lavorativa – e consumo l'hanno fatta da padrone. Al di là dei fiumi di parole spese per dissimulare quanto stava effettivamente accadendo, il problema non è mai stato impegnarsi per creare le condizioni utili a stare in un mondo che diventava ogni giorno più grane e più complesso. Molto più banalmente, l’obiettivo è stato quello di garantire, e possibilmente aumentare, il benessere individuale e, per questa via, il consenso politico. Senza troppo pensare a quello che ciò avrebbe potuto comportare nel medio-lungo termine. Il debito pubblico è il grande gorgo attorno al quale la società italiana ha ruotato. È dal bilancio dello stato che sono state estratte le risorse necessarie per costruire e mantenere questo pseudo equilibrio di marginalità.
    E la ragione di fondo è che, attorno ad esso, hanno girato centri di interesse economico, apparati politico-amministrativi, ampie fasce della popolazione. Il risultato è una forma di un capitalismo inquinato da pseudo-privatizzazioni, uso clientelare della spesa pubblica, centralità del consumo, svalorizzazione del lavoro, evasione fiscale, blocco demografico, invecchiamento della popolazione, localismi, corporativismi, individualismo meschino.

    Le condizioni per uscire dal fallimento

    Alla domanda: come si fa ad affrontare contemporaneamente i problemi che abbiamo sopra elencato una risposta facile non c’è. Ciò, però, non può costituire un alibi per fuggire le proprie responsabilità. Dato che, in gioco c'è il destino della società italiana, allora quello che conta veramente è riuscire a fissare alcune, poche coordinate per orientare il cammino.
    In primo luogo, si tratta di convenire su un giudizio storico sul fallimento degli ultimi vent'anni. Giunti a questo punto, le cose non possono più andare avanti così. Occorre spezzare l’alleanza perversa che intrappola la società in una spirale implosiva. Invece che servire lo sforzo del paese per aprirsi e stare al mondo, essa serve lo scopo opposto: conservare lo status quo, determinare una logica tutta introflessa delle relazioni sociali e economiche, garantire vaste sacche di protezione, inefficienza, potere. Favorendo potentati particolaristici, clientele diffuse, scambi protettivi, questa alleanza finisce per aumentare le disuguaglianze e distruggere il tessuto morale necessario per raggiungere qualsiasi risultato.
    Per rompere questa alleanza perversa, l’Italia ha bisogno di una stagione di generosa innovazione istituzionale che cambi le logiche costitutive dell’ordine oggi dominante. Il termine “innovazione” viene qui usato in senso schumpeteriano: solo accettando il rischio di una fase di “distruzione creatrice” sarà possibile evocare le tante energie nascoste e sopite di cui l’Italia ha bisogno.
    Con tale espressione, non vorrei evocare pericolosi immaginari truculenti. Il problema è che l’Italia è chiamata a compiere un duplice, per molti aspetti contraddittorio, movimento. Da un lato, il Paese deve aprirsi con più decisione e coraggio ad un mondo che corre a velocità pazzesca. Dall’altro lato, si tratta di invertire la tendenza verso l’aumento dell’ingiustizia e della disuguaglianza, ormai prossimi ai livelli di tollerabilità.

    Ridefinire i rapporto fra stato, società e mercato

    L’unico modo per fare questo doppio movimento è prendere di petto lo statalismo dominante senza perdere, ma anzi rafforzando, lo spirito di solidarietà. Se il debito pubblico (prima) e il servizio di tale debito (poi) costituiscono il gorgo attorno a cui il paese gira, solo intervenendo su questo elemento è possibile sperare di generare un cambiamento. Non si tratta di sposare frustre ricette neoliberiste, fuori moda anche nei paesi in cui hanno spopolato negli ultimi trent’anni. Tali ricette non hanno mai funzionato n mai funzioneranno in Italia. Si tratta, piuttosto, di ridefinire la relazione tra stato, mercato e società, nella consapevolezza che un paese avanzato ha bisogno, per potere esistere, di tutte e tre queste sfere.
    L’idea di fondo è che, in un mondo aperto, solo le collettività che sapranno essere integrate e vitali possono sperare di continuare a esistere. Per questo, decidere di riallocare risorse dallo stato ai soggetti della società non è un atto ingenuo derivante dall’ipotesi sbagliata che la società civile sia buona. È che senza una vita sociale prospera è impossibile pensare di reggere il confronto con i mondi che stanno emergendo. Le nostre eccellenze sono, infatti, da sempre espressione di un’alta qualità della vita personale e sociale.
    Dunque, destatalizzare socializzando. Socializzando e non semplicemente privatizzando, puntando sulla tradizione delle autonomie e dell’auto-organizzazione sociale, in un grande progetto di innovazione istituzionale che riattivi risorse, soggetti, sinergie.
    Nel mondo contemporaneo, la rivitalizzazione della società non può prescindere né dallo stato né dal mercato. Lo stato è oggi più che mai necessario, anche se le forme che esso deve assumere sono molto diverse da quelle del passato. Senza di esso, il sociale è destinato a implodere e, in ogni caso, esso non avrà mai le risorse necessarie per reggere le sempre più virulente dinamiche planetarie. Il mercato è una delle infrastrutture fondamentali del mondo contemporaneo. Il che basta per dire che gli anacronismi rischiano, alla lunga, di causare danni molto grandi. Ma, allo stesso modo, è evidente che, nelle condizioni nelle quali l’Italia si trova, non c’è alcuna speranza di fare significativi passi in avanti limitandosi ad invocare il mantra economicistico. Lo sviluppo non è mai solo una questione tecnica e di efficienza, ma è sempre la combinazione di molteplici fattori, tra i quali non può mancare quello riferito al senso.
    In un momento difficile come questo, per mobilitarsi, le energie migliori hanno bisogno non solo dell’appello all’efficienza e alla meritocrazia, ma anche del riferimento ad un’idea orgogliosa di italianità, vista come un modo di vivere e di stare al mondo unico e originale.
    Per andare in questa direzione, l’Italia ha bisogno di una rivoluzione liberale e popolare che, mettendo insieme dimensioni apparentemente contraddittorie, sia capace di raggiungere insieme più apertura e meno disuguaglianza. L’obiettivo è quello di restituire il senso e l’orgoglio di essere italiani in un mondo così vasto e complesso come quello nel quale viviamo, motivando alla partecipazione i tanti cittadini oggi diffidenti, nel quadro di uno sforzo corale da cui nessuno si possa sentire escluso. Una rivoluzione, insomma, che aiuti a fondare delle buone ragioni per continuare a vivere, lavorare, investire, generare in Italia.

    Mauro Magatti è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano

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Data: mercoledì 3 luglio 2013

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