Dylan e mezzo secolo di Blowin’ in the Wind


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    Dylan e mezzo secolo  di Blowin’ in the Wind

     

    L’anima di Bob Dylan, questo enigmatico ed elegante signore americano che proprio oggi compie settantadue anni, è una casa degli specchi con la porta spalancata sulla parte di mondo che ha avuto l’accidente o il merito di volerla varcare. Il 27 maggio 1963, cinquant’anni fa esatti, usciva The Freewheelin’ Bob Dylan, il suo secondo disco, il primo in cui il ragazzino ebreo del Minnesota sceso a New York a inventarsi un’altra incredibile vita prese davvero sul serio l’idea di scrivere canzoni di proprio pugno. E ad aprire quel disco c’era Blowin’ in the Wind, quella lenta cavalcata nella rabbia e nella natura umana che sarebbe diventata il simbolo di un decennio, di un’epoca e di un modo di vedere o di immaginare le cose, nonché forse il brano più amato e popolare del suo autore.

    Nei giorni scorsi è uscito un libro che i ragazzi di Arcana hanno avuto l’eccellente idea di far scrivere ad Alberto Crespi, critico cinematografico, rockettaro, grande interista, sul mezzo secolo di questa canzone. Si intitola Quante strade (240 pp., 18.50 euro), ed è un balsamo per lo spirito di tutti i dylaniani e i dylaniati d’Italia. Non solo per quelli, a dire il vero: Crespi non fa un’esegesi, naturalmente, ma una ricognizione sugli infiniti universi paralleli che si nascondono, più o meno plausibilmente, dietro ai versi di Blowin’ in the Wind. C’è la storia di Dylan, certo, e ci sono i riferimenti culturali e politici, e, qua e là, anche quelli personali. C’è una bibliografia eterodossa, c’è una discografia arbitraria, c’è una filmografia possibile. Come la faccenda dell’anima, lassù: Quante strade è una casa degli specchi costruita dentro a un riflesso di uno specchio della casa degli specchi dell’anima di Dylan, e costruita da qualcun altro.

    Crespi ripercorre la parabola di “Bobby”, come lo chiamano tutti gli amici che appaiono nel documentario di Martin Scorsese No Direction Home del 2005, partendo dai tempi del Greenwich Village e dell’investitura ingombrante e scomoda a portavoce dei movimenti di protesta dell’America degli anni Sessanta e andando a finire all’altro ieri, a Dylan che tra la seconda e la terza strofa di Blowin’ in the Wind, nel concerto del 5 novembre 2012 a Madison, Wisconsin, mentre la band continua a suonare, ringrazia il pubblico e assicura: «I think he’s still the president, he’s still gonna be the president». Parla di Barack Obama, ovviamente, e la notte elettorale è ancora giovane. Ma lui è sicuro, e non si sbaglierà.

    Nel mezzo c’è stato praticamente tutto. La svolta elettrica e l’allontanamento dall’impegno politico, l’incidente in moto e l’abbandono del palcoscenico, la rinascita con la Band e la conversione momentanea al cristianesimo, gli anni Ottanta in chiaroscuro, gli anni Novanta di nuovo sulla ribalta e l’esibizione a Bologna davanti a Karol Wojtyla, e poi il nuovo secolo, o il nuovo millennio. Alberto Crespi si muove senza briglie, indaga i rapporti di Dylan con la tradizione folk e quella della musica nera, quelli col cinema e quelli con Neil Young, quelli coi Beatles e quelli con Baudelaire (in quest’ultimo caso servendosi, con un azzardo apprezzabile, addirittura di Walter Benjamin e del suo monumentale Charles Baudelaire).

    E poi, piccola delizia del libro, si diverte a intervistare alcuni grandi italiani folgorati sulla via di His Bobness. Tipo Walter Veltroni (che pure confessa una predilezione giovanile per musica più “diabetica”, da Paul Simon a Cat Stevens), tipo Francesco Guccini ed Ernesto Bassignano. Tipo, soprattutto, Francesco De Gregori, che regala alcune delle pagine più belle dell’intera opera. E la chicca è la storia di quando Bob, neanche ventiduenne, passò al Folkstudio di Roma, il tempio della musica folk e cantautorale italiana negli anni Sessanta e Settanta, insieme alla cantante folk africano-americana Odetta. Bassignano assicura che suonò, gliel’aveva raccontato Gianfranco Cesaroni, il boss del club, uno che non diceva frottole. De Gregori garantisce che no, non suonò, gliel’aveva raccontato Cesaroni, uno che non diceva frottole. Lo fece, quindi, e non lo fece. Era Bob Dylan, d’altronde, l’uomo che più di chiunque altri è se stesso e i suoi doppi, al contempo, pressoché in ogni momento. È così che si fanno le leggende.

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