L’eredità di don Milani


  •  

     

    G47510 copiaOccasione d’incontro sono i 20 anni di Emmaus Cuneo. Franco Monnicchi, il responsabile storico della comunità che, come tutte le realtà di Emmaus, permette a persone rifiutate dalla nostra società di recuperare dignità recuperando, risistemando e rivendendo ciò che noi buttiamo via, ha organizzato l’incontro sul tema “Credenti o credibili” chiamando Francuccio Gesualdi e don Luigi Ciotti quali testimoni vivi del messaggio di don Milani e dell’Abbè Pierre. E ha coinvolto anche noi di Romena, in virtù di una amicizia profonda.
    Ecco allora perché sono qui.  Ecco perché c’è Francuccio. E don Milani, in fondo, attraverso di lui.

    Insieme al fratello Michele, Francesco, detto Francuccio, che aveva perso prematuramente il padre, fu affidato piccolissimo al Priore. Sarebbe stato con lui fino alla morte, nel 1967.
    Già nel lungo tragitto in macchina, prima di arrivare, Francuccio mi ritrasmette il ricordo vivo di quegli anni, di quella scuola che durava dall’alba al tramonto “ma dove – dice – non ho mai conosciuto la noia, perché ogni giorno era diverso dall’altro, perché era sempre tutto stimolante”.
    Una scuola, lo sapete, realizzata al confine di tutto, in una parrocchia senza anime, in un luogo senza strada, alla periferia estrema di una campagna povera.
    Una scuola per pochi alunni, al massimo una ventina, sottratti al lavoro dei campi, figli di povera gente, figli senza sogni.
    Una scuola dove un prete insegnava, dove i più grandi preparavano i più piccoli, dove oltre a tutte le materie tradizionali, si imparavano le lingue, dove si esercitava la manualità e si imparavano i mestieri, dove si leggevano e commentavano i giornali. Questo era Barbiana.

    Ma non fermiamoci a una fotografia ingiallita. Portiamo Barbiana qui. Nel nostro presente. Ascoltiamo Francuccio nel suo intervento serale.

    gesualdiLa scelta dei poveri
    Don Lorenzo è diventato un maestro famoso, un pedagogista, ma in realtà  è stato insegnante per caso, per necessità. Lui aveva fatto un’altra scelta, la scelta del Vangelo. Il suo tratto fondamentale era che aveva preso il Vangelo sul serio, lo aveva inteso come invito a aderire al progetto di Dio e quindi a costruire la liberazione, l’uguaglianza per tutti. E proprio in questa prospettiva di uguaglianza c’era questa scelta dei poveri: se vogliamo colmare le differenze, diceva, dobbiamo togliere a chi ha avuto troppo e dare a chi ha avuto poco. Per riuscire a far sì che il regno dei cieli faccia qualche passo avanti bisogna avere il coraggio di colmare le differenze. Questo è stato l’elemento che ha caratterizzato la sua vita e che ne ha fatto persona amica dei poveri e scomoda per tutto ciò che rappresentava il potere.

    L’articolo tre della Costituzione
    Don Milani teneva ben presente il terzo articolo della costituzione (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…” ndr) Anzi sono convinto che quando lo citava avrebbe gradito molto sostituire la parola Repubblica con la parola Chiesa: è’ compito della chiesa rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ostacolano il progetto di Dio di dare a tutte le persone piena dignità…

    La scuola
    Quando gli chiedevano, ma come si fa a fare scuola? Lui rispondeva così: “Mi state ponendo la domanda sbagliata. Non mi dovete chiedere come si fa , ma come si deve essere: per fare una scuola grande bisogna essere maestri che vogliono bene ai loro allievi”.

    E lui ci voleva profondamente bene: Don Lorenzo non dormiva la notte per studiare la via più corretta di insegnarci, per permettere che anche l’ultimo della scuola potesse capire ciò che era fondamentale capire.

    Il ruolo della politica
    A Barbiana ci veniva insegnato che non bisogna studiare per il tornaconto personale, ma per uscire tutti insieme da una situazione di oppressione. Farsi strada da soli è avarizia, avanzare tutti insieme è politica: questo era il motto di Barbiana.

    I messaggi per il nostro presente
    Noi oggi spesso ci accontentiamo del pensiero preconfezionato, lo assimiliamo senza atteggiamento critico. In questo modo il sistema dominante marcia sicuro verso il suo traguardo. Ecco allora il primo messaggio che ci arriva da don Lorenzo: dobbiamo tornare a essere persone che pensano con la propria testa. E questo lui si sforzava di trasmetterlo da mattina a sera. “Non siate come pecore – ci diceva – siate persone che prima di aderire a un invito lo hanno passato attraverso il filtro del proprio pensiero”.

    I sistemi stanno in piedi non per la forza che gli deriva dall’alto ma da quella che arriva dal basso. Per questo oggi questo sistema dominante è in una botte di ferro: perché il suo messaggio culturale è penetrato nelle nostre menti: noi pensiamo esattamente come fa comodo al sistema e se non ci liberiamo da questa concezione non riusciremo mai a costruire un mondo nuovo.

    Il sapere che acquisiamo, però, non deve essere utilizzato per arrivismo personale ma per uscire tutti insieme da una situazione di disagio. E in questo senso occorre reagire ogni volta che assistiamo a un sopruso. “Non giriamo la faccia da un’altra parte”, ci diceva don Lorenzo: se noi ci giriamo da un’altra parte, noi sosteniamo il forte. Ci vuole una certa dose di coraggio, certo, ma questo coraggio ci deve venire dalla consapevolezza che siamo dalla parte giusta.

    Ancora un passaggio: dobbiamo impegnarci costantemente per far cambiare le regole.
    Noi, anche in virtù della nostra cultura cattolica, siamo molto portati a scelte di solidarietà diretta. Guai se non ci fossero. Però bisogna anche far tesoro di una cosa che il priore mi scrisse quando ero in Algeria ed era molto diffuso il fenomeno del chiedere la carità. Gli scrissi su questo e lui mi rispose con una bellissima lettera. “Non possiamo esimerci dalla necessità di dare la carità come tentativo di risolvere in maniera immediata lo stato di necessità di quella persona – mi disse – ma guai se la interpretiamo come qualcosa che ci esime dallo svolgere un altro tipo di funzione, dall’agire sul piano politico per fare in modo che più nessuno abbia subire l’umiliazione di dover tendere la mano per poter continuare a vivere”.
    E, in caso di necessità, se leggi sono strutturate per servire gli interessi dei forti, dei ricchi, abbiamo anche il dovere di disobbedire. E’ il grande messaggio che ci ha lanciato il  priore con la lettera ai giudici: “l’obbedienza non è più una virtù”.

    Infine guardiamo alla situazione attuale: siamo in un momento epocale, in cui niente sarà più uguale a prima. E’ un momento di crisi ma la difficoltà non può diventare un alibi per non assumerci delle responsabilità. Ecco un altro richiamo di don Lorenzo: dobbiamo avere la capacità in ogni momento di assumerci la nostra responsabilità davanti alla storia.

    Il bene vincerà
    Cosa mi trasmette il ricordo di Lorenzo? Una grande serenità e un grande senso di sicurezza. Il messaggio forte che ci ha passato è un messaggio di grande ottimismo: anche se apparentemente tutto va nella direzione contraria, tutto ciò che facciamo non è vano, niente va perduto. 
    Bisogna avere molta pazienza, diceva, ma alla fine il bene vincerà sul male. 

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina

Informazioni

Data: martedì 30 aprile 2013

Argomento: CulturaVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento | Teologia

 

Parole Chiave:

 

Stampa interventoStampa intervento

Invia per emailInvia per email

Salva articolo nella Lista PreferitiSalva nella Lista Preferiti