Adesso la Chiesa apra le sue porte. di Vito Mancuso


  • Tutti coloro che hanno a cuore il cattolicesimo e la Chiesa sono concordi nel dire che occorre
    riformare radicalmente la curia romana. La curia romana è considerata luogo e causa degli scandali
    morali e finanziari che hanno condotto Benedetto XVI alle dimissioni e, cosa ancora più grave,
    molti cattolici a non sentirsi più tali. La curia però non è piovuta dall’alto. Se la sono disegnata i
    Papi lungo la storia secondo una determinata concezione del papato emersa a partire da Gregorio
    VII con i celebri Dictatus Papae (1075) che hanno fatto del Romano Pontefice un dictator e del
    papato una dictatura. Tale concezione verticistica del papato rispecchia a sua volta la cosmologia
    del passato, quella specie di universo a tre piani con amministrazione centralizzata che abbiamo
    studiato a scuola con la Divina Commedia. Cosmologia, ecclesiologia e politica formavano un
    tutt’uno, ed è in base a quella concezione ormai in frantumi che ancora oggi vengono pensati il
    papato e la curia. La rivoluzione scientifica e le altre rivoluzioni susseguitesi a tutti i livelli della
    vita umana hanno distrutto la visione tradizionale del mondo e per questo oggi tutte le istituzioni
    verticistiche sono in crisi: lo sono, perché la mente umana non guarda più in alto per capire cosa
    fare. E con il verticismo della tradizione sono in crisi i valori che esso, almeno formalmente,
    garantiva, come il primato del diritto sul denaro, della gentilezza sulla volgarità, dell’onestà sulla
    furbizia, dell’aristocrazia dell’animo sulle passioni delle masse, del ragionamento sul populismo. Le
    conseguenze di tutto ciò si manifestano oggi come nichilismo delle anime e anarchia dei corpi,
    disperazione interiore e lacerazione sociale. La crisi della Chiesa si salda alla crisi della società,
    ormai massa anonima di individui e non più societas di cui ci si sente soci e di cui si tutela il bene
    come fosse il proprio. L’unica possibilità per, non dico vincere ma almeno fronteggiare, questo
    tsunami interiore ed esteriore, ecclesiale e sociale, sta nell’individuare un principio di unità che, a
    differenza del passato, non cali più dall’alto ma salga dal basso, e a questo riguardo la differenza
    essenziale è tra ordine e organizzazione. L’ordine scende dall’alto, l’organizzazione sale dal basso,
    l’ordine è maschile, l’organizzazione è femminile, laddove maschile e femminile indicano due modi
    diversi di stare al mondo e di considerare gli altri: da un lato un modo dominante, dall’altro un
    modo cooperante; da un lato il primato, dall’altro la relazione; da un lato il dictatus, dall’altro il
    collegium. Oggi in Occidente nessun sistema complesso può essere governato dall’alto imponendo
    ordine in modo direttivo. I popoli e le società, la scuola e il mondo dell’educazione, le famiglie de
    iure e quelle solo de facto, persino le aziende più innovative mettono in discussione il modello
    tradizionale di leadership. Ma è soprattutto la mente (“il foro interiore”, come si dice in teologia
    morale) a non poter più essere governata dal principio di autorità. A mio avviso gli scandali legati
    alla pedofilia che hanno colpito sacerdoti, vescovi e cardinali della Chiesa cattolica in ogni parte del
    mondo dimostrano, prima di tutto, una mente in balìa dell’anarchia. L’unica soluzione sta nel
    comprendere che il principio che può dare direzione, governo e senso, trattenendo dal precipitare
    nel nichilismo interiore e nell’anarchia sociale, è la fede nella logica relazionale, nell’armonia, nella
    ricerca del bene, della giustizia, della pace, non in quanto conosciuti una volta per sempre secondo
    la logica verticistica dei “principi non negoziabili” cara a Benedetto XVI, ma quali volta per volta è
    possibile realizzare nella situazione concreta alle prese con il chiaroscuro della vita di cui parlava il
    cardinal Martini. Cercando l’armonia si attua la logica che da sempre è all’opera nel mondo già a
    livello fisico, essendo la natura un intreccio di relazioni, intreccio che in inglese si dice
    entanglement, termine utilizzato da Schrödinger per dire la non-separabilità di tutte le cose, a partire
    dalle particelle subatomiche. Non c’è nulla che sta in sé, ogni cosa esiste solo in quanto scaturisce
    dalla relazione. Se i cardinali in conclave credono veramente alla creazione divina come processo
    continuo (creatio continua), allora hanno il dovere di prendere terribilmente sul serio la logica della
    natura e la fenomenologia dello spirito contemporaneo. Entrambe dicono la medesima cosa: in
    principio la relazione. Il linguaggio di Dio è la relazione che crea armonia, non il dictatus che crea
    sottomissione. Da qui si prefigura tutto un altro stile di essere Chiesa, portato più a insistere sul
    fare-chiesa, sui dinamismi di una vita orientata alla relazione e all’amore, che non sulla pesantezza
    di una struttura identitaria che deve custodire un patrimonio dottrinale. Da qui anche un altro modo
    di essere Papa, portato più a suscitare relazioni e confronti, cammini di conversione delle anime alla
    ricerca della verità, che non a imporre dogmi infallibili e valori non negoziabili. Ma si profila un
    immenso problema. Se il nuovo Papa dovesse procedere secondo questa logica rinnovata
    incontrerebbe una fortissima opposizione interna, a partire dalla Curia romana ma anche ben al di
    là, visto che per secoli la Chiesa è stata il ricettacolo di tutti gli oppositori della trasformazione della
    società, il principale baluardo dei nemici del cambiamento, è sufficiente un’occhiata ai documenti
    papali dell’Ottocento e della prima metà del Novecento per rendersene conto. Ne viene un dilemma
    abbastanza angoscioso: se la Chiesa non si trasforma in organizzazione e rimane ordine verticistico,
    continuerà a risultare sempre meno interessante al mondo contemporaneo e a quei cattolici che non
    vogliono tradire il proprio tempo; se viceversa si trasforma, sperimenterà innumerevoli defezioni da
    parte di quei cattolici per i quali l’immagine tradizionale della Chiesa è intoccabile perché
    rappresenta per loro l’unica sicurezza interiore di fronte a un mondo che temono. Nell’unica Chiesa
    cattolica ci sono due chiese, una guarda avanti, l’altra guarda indietro, e tenerle insieme è molto
    difficile. Per quanto dolorosa però, la scelta ormai è inevitabile. Giovanni XXIII aveva scelto di
    guardare avanti aprendosi al mondo e convocò il Vaticano II, Paolo VI iniziò a vivere su di sé la
    tensione tra riforma e fedeltà alla tradizione, Giovanni Paolo II mascherò con il carisma personale
    un papato tendenzialmente volto al passato, Benedetto XVI venne eletto proprio per continuare tale
    torsione della Chiesa all’indietro ma le sue dimissioni sono anche il fallimento di quel progetto. Il
    compito principale del prossimo Papa sarà di mediare tra queste due spinte, non per bloccare la
    Chiesa nel suo indispensabile rinnovamento, ma per convincere il maggior numero di cattolici che è solo stando al passo con il mondo che si sta al passo con Dio.

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Data: mercoledì 13 marzo 2013

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