Un mondo di parole


  • Se lo scopo dell’evoluzione delle lingue è favorire la comunicazione, allora perché sono così tante e così diverse tra loro? Un parallelo con la biodiversità aiuta a capirlo.

    Per gli appassionati di lingue, la costa nordorientale della Papua Nuova Guinea è come un negozio di caramelle ben fornito. Persone che parlano korak vivono accanto ad altre che parlano brem, a loro volta vicine a chi parla wanambre, e così via. Una volta ho conosciuto un uomo originario della zona e gli ho chiesto se era vero che dalle sue parti bastava fare pochi chilometri per incontrare una lingua diversa. “No”, ha risposto, “le nostre lingue sono molto più vicine”.

    Oggi nel mondo si parlano settemila lingue diverse. Ci sono quindi settemila modi per dire “buongiorno” o “sembra che stia per piovere”. Un unico mammifero parla più lingue del numero di specie mammifere che esistono sulla terra. Inoltre, queste settemila lingue rappresentano solo una parte di quelle parlate nel corso della storia. Per mettere in prospettiva questa diversità, basta pensare che un gorilla o uno scimpanzé prelevato dal suo branco e trasferito in qualsiasi altro posto dove vive la sua specie saprebbe comunicare. E lo stesso saprebbe fare un asino, un grillo o un pesce rosso, ma non un essere umano.

    Questo dato sottolinea l’affascinante paradosso alla base della comunicazione umana. Se il linguaggio si è evoluto per permetterci di scambiare informazioni, perché non capiamo la maggior parte degli altri abitanti della terra? Nell’Antico testamento la domanda è al centro dell’episodio della torre di Babele. A un certo punto gli esseri umani, che parlavano tutti la stessa lingua, ebbero la bizzarra idea di collaborare alla costruzione di una torre che li avrebbe portati in paradiso. Infuriato per il tentativo di usurpare il suo potere, Dio distrusse la torre. Poi, per essere sicuro che non ne costruissero un’altra, sparse gli uomini su tutta la terra e li confuse dandogli lingue differenti. Secondo l’episodio della torre di Babele, le lingue esistono per impedirci di comunicare. La cosa sorprendente è che forse non è un’ipotesi lontana dalla realtà.

     

    Ai poli e ai tropici

    È difficile risalire all’origine del linguaggio. Secondo i reperti fossili, dal punto di vista anatomico, i nostri antenati hanno acquisito la capacità di parlare tra 1,6 milioni e seicentomila anni fa. Ma le prove certe del fatto che la capacità di parlare fosse usata per esprimere delle idee complesse le troviamo solo nella cultura più raffinata e nell’uso del simbolismo degli esseri umani moderni. Questi si difusero in Africa tra i duecentomila e i centosessantamila anni fa, e sessantamila anni fa cominciarono a lasciare quel continente per sparpagliarsi nel resto del mondo. In quel periodo si formarono nuove lingue perché, quando un gruppo si separava da un altro e occupava nuove terre, il suo linguaggio cambiava per adattarsi alle necessità del luogo. Ma la diversità più grande delle società umane e delle lingue non si verifica dove le persone sono più sparpagliate, ma dove sono più vicine.

    La Papua Nuova Guinea è un esempio classico. Il suo territorio abbastanza limitato ospita tra le ottocento e le mille lingue, il 15 per cento di quelle parlate sul pianeta. Questa diversità linguistica non dipende dalle migrazioni o dall’isolamento geografico dei vari gruppi. Anzi, persone che vivono così vicine hanno deciso di dividersi in molte comunità, conducendo vite talmente separate e distinte da non riuscire più a comunicare. Perché? Rilettendoci mi è venuto in mente lo strano parallelo tra la diversità linguistica e quella biologica. Secondo un principio noto in ecologia come regola di Rapoport, la diversità tra le specie biologiche è maggiore vicino all’equatore e diminuisce avvicinandosi ai poli. Potrebbe essere lo stesso anche per le lingue?

    Per verificare quest’ipotesi, io e l’antropologa Ruth Mace, dell’University college London, abbiamo studiato la distribuzione di cinquecento tribù native americane prima dell’arrivo degli europei e l’abbiamo usata per calcolare il numero di gruppi linguistici diversi per unità di superficie a ogni grado di latitudine. Abbiamo scoperto che la loro distribuzione corrispondeva alla regola di Rapoport. Probabilmente la corrispondenza tra la diversità biologica e le culture con lingue diverse non è casuale. Per sopravvivere in un ambiente difficile come quello dei poli, gli animali devono percorrere lunghe distanze lasciando poco spazio per la nascita di nuove specie. Lo stesso succede ai gruppi umani che vivono nelle regioni settentrionali più estreme: devono attraversare vaste aree geografiche per trovare cibo a sufficienza, un fatto che provoca una maggiore sovrapposizione di lingue e di culture. All’estremità opposta gli assolati tropici sono la culla di numerose specie biologiche, e questa ricchezza ambientale ha consentito anche agli esseri umani di nutrirsi facilmente e di suddividersi in molte società.

    Questo non spiega perché gli esseri umani desiderano formare tanti gruppi distinti. Per le specie biologiche che vivono ai tropici, la diversità è vantaggiosa perché permette a ognuna di adattarsi alla propria nicchia ecologica. Ma gli esseri umani occupano tutti la stessa nicchia, e dividersi in tanti gruppi culturali e linguistici comporta una serie di svantaggi, come una circolazione più lenta delle idee, delle tecnologie e delle persone, e rende le società più soggette ai rischi e alla cattiva sorte. Non sarebbe meglio formare un gruppo più ampio con una lingua comune?

    Una risposta a questa domanda sta emergendo con la constatazione che, nella storia umana, ci sono sempre stati dei conlitti. Da quando i nostri progenitori hanno cominciato a lasciare l’Africa, sessantamila anni fa, gli esseri umani sono sempre stati in lotta tra loro per il controllo del territorio e delle risorse. Nel mio libro Wired for culture spiego come, di conseguenza, abbiamo acquisito una serie di tratti che aiutano il nostro particolare gruppo a prevalere sugli altri. I due tratti fondamentali sono la “tendenza a fare gruppo”, cioè ad associarci con persone con cui condividiamo un’identità precisa, e la xenofobia, cioè la tendenza a demonizzare chiunque sia esterno al gruppo. In questo contesto, le lingue agiscono come potenti ancore sociali della nostra identità tribale. Il modo in cui parliamo ci ricorda chi siamo e, cosa altrettanto importante, chi non siamo. Chiunque parli il nostro particolare dialetto è la pubblicità vivente dei valori e della storia culturale che condividiamo. Inoltre quando delle comunità diverse vivono molto vicine tra loro,
    l’uso di lingue diferenti è un sistema efficace per evitare di essere spiati o di lasciar trapelare informazioni importanti agli estranei.

    A sostegno di questa tesi ho trovato i resoconti di alcuni antropologi su certe tribù che hanno deciso di cambiare lingua solo per distinguersi da quelle vicine. Un gruppo di parlanti selepet della Papua Nuova Guinea ha cambiato la parola “no” da bia a bune per distinguersi dagli abitanti di un villaggio vicino. Un altro gruppo ha invertito i nomi maschili e quelli femminili: lui è diventato lei, uomo è diventato donna, madre è diventato padre, e così via.

     

    Estinzione

    Gli abitanti della Papua Nuova Guinea non sono gli unici a usare la lingua come un marcatore d’identità. In tutto il mondo le lingue servono per capire chi fa parte della propria “tribù”. Abbiamo una chiara consapevolezza, a volte ossessiva, di come parlano le persone intorno a noi e adattiamo il linguaggio per distinguere il nostro particolare gruppo dagli altri. In modo simile a quello che è successo tra i due gruppi che parlavano selepet, molte variazioni ortografiche che distinguono l’inglese americano da quello britannico – la tendenza a eliminare la u in parole come colour – sono emerse all’inizio dell’ottocento quando Noah Webster compilò il primo American dictionary of the english language, sottolineando che “in quanto nazione indipendente, il nostro onore ci impone di adottare un sistema nostro, sia per la lingua sia per il governo”.

    L’uso della lingua per deinire l’identità di gruppo non è un fenomeno recente. Analizzando il modo in cui le lingue si sono diversificate nel corso della storia umana, io e i miei colleghi abbiamo tracciato gli alberi genealogici di tre grandi gruppi linguistici: le lingue indoeuropee, le lingue bantu africane e quelle polinesiane dell’Oceania.

    Questa “filogenesi”, che ricostruisce la storia di ogni gruppo facendolo risalire a un antenato comune, permette di vedere quante volte una lingua contemporanea si è separata o ha “divorziato” da quelle collegate. Abbiamo scoperto che alcune lingue hanno alle spalle molti divorzi, altre ne hanno meno. Quando una lingua si stacca da un’altra, per un breve periodo subisce rapidi cambiamenti. La stessa cosa succede durante l’evoluzione biologica ed è conosciuta come evoluzione puntuazionale. Quindi più divorzi ha avuto una lingua, più il suo vocabolario differisce da quello originario. La nostra analisi non ci ha permesso di capire perché una lingua è arrivata a dividersi in due. La migrazione e l’isolamento dei gruppi sono cause possibili, ma almeno in
    parte alcuni cambiamenti linguistici sono avvenuti per permettere ai parlanti di affermare la propria identità. C’è stata una vera e propria guerra delle parole.

    Cosa succederà in futuro? Il mondo in cui viviamo è molto diverso da quello dei nostri antenati. Per gran parte della nostra storia le persone hanno conosciuto solo chi faceva parte del loro gruppo culturale e i vicini più immediati. La globalizzazione e la comunicazione digitale ci hanno permesso di essere più collegati e ci hanno reso culturalmente più omogenei, sottolineando i vantaggi di riuscire a capirsi. Il risultato è un’estinzione in massa delle lingue, simile alle grandi estinzioni biologiche del passato. Anche se le lingue contemporanee continuano a evolversi e a divergere l’una dall’altra, oggi il numero delle lingue minoritarie estinte supera quello delle lingue che nascono. Ogni anno scompaiono tra le trenta e le cinquanta lingue, perché i giovani delle piccole società tribali adottano quelle maggioritarie. Questa perdita supera in percentuale il calo di diversità tra le specie biologiche provocato dalla scomparsa di alcuni habitat e dal cambiamento climatico. Solo quindici lingue, delle settemila esistenti, sono parlate dal 40 per cento della popolazione. La maggior parte delle lingue ha pochissimi parlanti.

    Ma questa omogeneità di lingue e culture si sta realizzando a un ritmo molto più lento di quello che si potrebbe avere, grazie all’importante ruolo psicologico svolto dalle lingue nel delineare i territori e le identità culturali. Una conseguenza è che le lingue resistono alla  contaminazione”, e i parlanti guardano con sospetto l’introduzione delle parole straniere, come testimoniano le proteste degli inglesi e dei francesi per i cosiddetti americanismi. Un altro fattore
    importante è il ruolo dei nazionalismi per salvare le lingue in via di estinzione, che può dare origine a scelte politiche come quella del Galles di rendere obbligatorio l’insegnamento del gallese ai ragazzi fino a sedici anni.

     

    Una morale positiva

    La resistenza al cambiamento lascia spazio alla diversità linguistica interna. Linguaggi di strada come l’hip hop, per esempio, sono fondamentali per affermare l’identità di gruppi specifici, mentre i mezzi di comunicazione di massa gli permettono di raggiungere facilmente il loro pubblico naturale. Un altro esempio è quello del globish, una forma ridotta d’inglese composta da appena
    un migliaio di parole e da poche strutture linguistiche semplificate. Si è evoluto naturalmente
    tra le persone che viaggiano molto, come i diplomatici e gli uomini d’affari. Quando si parla globish i madrelingua inglesi sono svantaggiati perché usano parole e strutture grammaticali che gli altri non capiscono.

    Ma sembra inevitabile che, nel corso del tempo, un’unica lingua sostituirà le altre. In termini evoluzionistici quando ci sono due soluzioni ugualmente valide a un problema, una delle due tende a prevalere. Lo si vede già nel modo standardizzato a livello mondiale di dire l’ora, di misurare i pesi e le distanze, di indicare il formato dei cd e dei dvd, dei voltaggi e delle frequenze elettriche.
    Forse ci vorrà molto tempo, ma le lingue seguiranno la stessa strada: sono tutti strumenti di comunicazione validi, quindi alla fine uno sostituirà gli altri. Quale sarà?

    Oggi 1,2 miliardi di persone, più o meno un sesto della popolazione mondiale, parla il cinese mandarino. Subito dopo vengono lo spagnolo e l’inglese con quattrocento milioni di parlanti  ciascuno, seguiti dal bengali e dall’hindi. Il mandarino sembra il favorito nella gara per diventare la lingua mondiale. Ma la maggioranza delle persone studia l’inglese come seconda lingua. Anni
    fa, in una lontana zona della Tanzania, ho rinunciato a parlare swahili perché il mio interlocutore ha alzato una mano dicendo: “Il mio inglese è molto meglio del suo swahili”. L’inglese è già la lingua franca del mondo, quindi se dovessi scommettere su quale sarà quella che alla ine sostituirà le
    altre non avrei nessun dubbio.

    Nella continua guerra delle parole è inevitabile che ci siano delle vittime. Quando una lingua si estingue non perdiamo solo un modo diverso per dire “buongiorno”, ma anche un po’ di diversità culturale. Ogni lingua svolge un ruolo fondamentale nell’affermazione di un’identità culturale, è
    la voce interna portatrice dei ricordi, dei pensieri, delle speranze e delle paure di un particolare gruppo di persone. Se scompare una lingua, si perde anche tutto questo.

    Credo però che il futuro monolinguistico non sarà così brutto come sostengono i catastrofisti. È convinzione diffusa che la lingua che parliamo determini il nostro modo di pensare.  Di conseguenza la scomparsa di una diversità linguistica significherebbe anche la perdita di stili di pensiero unici. Non sono d’accordo.

    La nostra lingua determina le parole che usiamo, ma non limita i concetti che siamo in grado di capire. Quindi potremmo trarre anche un’altra morale, più positiva, dalla storia della torre di Babele: se tutti parlano la stessa lingua, per l’umanità sarà più facile collaborare alla costruzione di qualcosa di grande. E in effetti oggi sono proprio i paesi che hanno una minore diversità linguistica
    ad aver ottenuto più successi.

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Data: lunedì 4 marzo 2013

Argomento: CulturaVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento | Scienza

 

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