Crisi e futuro della chiesa


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    Innanzitutto vorrei esprimere la mia profonda gratitudine per l’invito a Brescia. Devo confessare che è la prima volta che vengo di persona in questa famosa e bella città. Però tramite la casa editrice Queriniana sono legato ad essa da decine di anni. 


    1. Esperienze personali con la Chiesa

    Il tema che tratterò di seguito è: “Crisi e futuro della Chiesa”. Non me ne occupo solo da oggi con la Chiesa; questo tema mi interessa da quando posso pensare, e sono ormai più di 70 anni. Perciò desidero cominciare questa conferenza con delle note biografiche, per chiarire che quello della “Chiesa” non è per me un tema con cui abbia a che fare solo a livello accademico o per “dovere d’ufficio”. La Chiesa ha a che fare qualcosa con me, la mia vita e la mia esperienza di vita. Si tratta della mia Chiesa.

    Sono cresciuto prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo del nazismo e della guerra, quando la Chiesa, da noi in Germania, non se la passava bene. Il vescovo della nostra diocesi era stato cacciato dai nazisti. Nel campo di concentramento di Dachau c’era un grande blocco per i sacerdoti e, alla fine della guerra, molte chiese erano ridotte in macerie. Da ragazzo, sapevo che non dovevo riferire ai miei compagni quel che mi diceva mia madre (mio padre era soldato) sui nazisti, perché altrimenti sarei finito in campo di concentramento. Il discrimine era chiaro, c’era un chiaro sì o un chiaro no. Ma proprio con questa identità chiara, la Chiesa era per noi patria, casa. Era, come si dice oggi, la Chiesa preconciliare. Non la percepii come limitante. Eravamo fieri di appartenervi.

    Dopo la guerra, incontrai la rifioritura del movimento giovanile, strettamente legato a quello liturgico e a quello biblico. Dopo il nazismo e gli orrori della guerra, fu un nuovo avvio. Durante i miei studi universitari, negli anni ’50, feci la conoscenza della teologia di Tubinga. Non si trattava né di una neoscolastica cristallizzata né di una teologia liberale; era, invece, una teologia basata sulla concezione della tradizione viva della Chiesa; l’ha concepita Johann Adam Möhler, uno dei più grandi precursori della teologia del XX secolo, che, analogamente a John Henry Newman, preparò il rinnovamento ecclesiologico del Concilio Vaticano II.

    Nonostante ciò, per noi fu una sorpresa assoluta che Papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959, annunziasse di voler indire un Concilio. Nessuno se lo era aspettato. Ma non percepimmo mai il Concilio come una frattura; per noi fu, invece, l’attuazione di aspirazioni non dette, che portavamo già da tempo nei nostri cuori. Si propagò un’ondata di entusiasmo, come oggi i giovani non possono nemmeno immaginare e che non potrebbero più rivivere. L’esperienza del Concilio mi ha dato un’impronta permanente; il Concilio è diventato, per me, punto di riferimento fisso della mia teologia. A posteriori, talune aspettative di allora si possono giudicare ingenue. Nondimeno considero anche oggi i documenti conciliari una sicura bussola per la via della Chiesa nel ventunesimo secolo e nell’ancora giovane terzo millennio. Spero che il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, che celebriamo questo anno, renda di nuovo presenti e feconde le ricchezze dei sedici documenti conciliari. 

    Si parla spesso di una crisi della Chiesa dopo il Concilio; sì, quella esiste soprattutto in Europa occidentale. Ma non tutto ciò che è avvenuto dopo il Concilio è avvenuto a causa del Concilio. Anzi, solo approfondendo la conoscenza e la comprensione del Concilio e realizzando meglio i suoi intenti profondi, se leggiamo e comprendiamo i testi conciliari in una ermeneutica non di rottura ma di una continuità viva e innovativa, saremo in grado di superare le difficoltà attuali. In questo spirito e con questo intento negli anni dopo il Concilio ho pubblicato la cristologia 1 e il libro sulla dottrina di Dio per aiutare a rafforzare i fondamenti su di cui la Chiesa è costruita. 

    Verso la fine del mio periodo all’università, volli pubblicare anche un’ecclesiologia. Ma le cose andarono diversamente. Dopo 25 anni di docenza all’università, fui chiamato a essere vescovo di una grande diocesi e dovetti fare dell’ecclesiologia pratica. Fu il momento della verità per la mia ecclesiologia, prima più che altro teorica, e, al tempo stesso, fu un’esperienza che mi arricchì. Feci esperienza concreta del popolo di Dio. Inoltre, ero responsabile dei rapporti della Conferenza Episcopale col Terzo Mondo. Viaggiai in molte parti del globo; conobbi le giovani Chiese d’Africa, America Latina e Asia; fui impressionato dalla loro vitalità ma fui anche messo a confronto con molte situazioni di povertà, miseria e persecuzione. I problemi di casa nostra apparivano, al confronto, di modesta entità. Feci anche esperienza di ciò che erano capaci di fare le suore cattoliche e i volontari delle organizzazioni umanitarie. Fu un’esperienza grandiosa, appartenere a questa Chiesa dalle tante forme che però è una sola, universale; una Chiesa che è luce di speranza per innumerevoli persone e in cui si è ovunque a casa, in un mondo che, altrimenti, è così lacerato. Già oggi la Chiesa è, pur con tutte le sue divisioni, il più grande movimento per la pace che ci sia al mondo; essa è segno di speranza per innumerevoli persone in tutto il mondo. Così tutte queste esperienze erano per me un ampliamento d’orizzonte formidabile positivo oltre ogni dire.

    Quando, 12 anni fa, fui chiamato a Roma al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, cominciò una fase esistenziale del tutto nuova. Provenendo dalla Germania, paese confessionalmente diviso, mi erano familiari i problemi tra cattolici ed evangelici; dell’ortodossia sapevo solo quel che s’impara dai libri di scuola. Fin dal principio mi fu chiaro che non ci si può occupare di ecumenismo dalla scrivania e che neanche i documenti da soli sono sufficienti. Invece, si tratta di costruire rapporti, anzi, meglio, fiducia e amicizia con gli altri cristiani. Questo mi ha condotto, di nuovo, a compiere molti viaggi intorno al mondo e a vivere molte esperienze commoventi. Conobbi la Chiesa universale e la cristianità mondiale nella loro varietà di colori; le Chiese orientali precalcedonesi, ortodosse e cattoliche, la Chiesa cattolica latina, le Chiese protestanti tradizionali, le Chiese libere e le nuove comunità carismatiche e pentecostali, le Chiese dell’emisfero Nord e di quello Sud. A prima vista, tutto questo appare molto disorientante; ad un secondo sguardo, arricchisce; infine, però, è doloroso fare esperienza concreta della lacerazione dell’unico corpo di Cristo.

    Tutte queste esperienze di vario genere, fatte come docente universitario, vescovo di una grande diocesi e la responsabilità nella Chiesa mondiale mi hanno rafforzato nella mia fede cattolica e hanno ampliato la mia ecclesiologia originaria. Era di ciò che volevo render conto e volevo anche condividere con altri, nell’opera che ora è pubblicata 3. Al tempo stesso, volevo dire che nonostante le differenze che sussistono, l’esperienza ecumenica dell’appartenenza di tutti i battezzati a Cristo, la cooperazione e l’amicizia ecumenica, indicano che l’unità piena di tutte le Chiese è un compito grande. Essa è la volontà del Signore, il compito che ci è stato affidato dal Concilio.


    2. Il metodo e le sfide attuali dell’ecclesiologia 

    Dopo aver illustrato il retroterra, si pone ora la domanda: come si fa ecclesiologia? Qual è, dunque, il metodo della ecclesiologia e come sapete, la questione del metodo è costitutiva per ogni disciplina accademica.

    Ho già accennato di provenire dalla tradizione della Scuola di Tubinga del XIX secolo. Per essa, il metodo storico è determinante. Però metodo storico non significa solo l’uso dei metodi storici critici, ha un significato teologico molto più profondo. Significa che la fede e la dottrina della Chiesa non sono un sistema astratto di dogmi, enunciati e principi. Il contenuto della fede è una storia concreta, la storia di Dio con gli uomini, che comincia con Abramo, Mosè, i profeti e che si compie in Gesù Cristo. In ultima analisi, la fede orienta ad una Persona concreta, Gesù Cristo Figlio di Dio, dunque ad uno che ci ha testimoniato Dio come Padre misericordioso, appunto nella propria morte e nella propria resurrezione. Ma Gesù Cristo non è solo vissuto 2000 anni fa in Palestina, per poi andarsene; egli è presente in permanenza, mediante il suo Spirito Santo, nella storia della Chiesa, nel suo annuncio, nei suoi sacramenti e in tutta la sua vita, in specie quella dei santi.

    Se, dunque, si vuole conoscere e comprendere la fede, allora si deve studiare questa storia. Certo, i dogmi sono importanti. Ma non sono caduti dal cielo; sono invece, nella storia, per così dire, il sedimento, l’espressione dell’esperienza di fede e della proclamazione della fede da parte della Chiesa. Se si vuole comprenderli, si deve comprendere come si sono formati e, al tempo stesso, bisogna tradurli nella storia di oggi, nei problemi e negli orizzonti di oggi. In questo senso si parla di una tradizione viva, che non solo è un contenuto fisso, ma anche un processo di tradizione attiva. Ciò non ha nulla a che fare col relativismo ma, al contrario, vuol dire e mostrare che, in questa tradizione si esprime qualcosa di durevolmente valido, di durevolmente importante e di durevolmente meritevole di riflessione. Compito della teologia è dare di questo tesoro ciò che è durevolmente valido, di renderlo fruttuoso per l’oggi e, così, trasmetterlo vivo al futuro.

    Così, parto sempre dalla testimonianza dell’Antico e del Nuovo Testamento e dalla sua interpretazione, vissuta e, abbastanza spesso, sofferta, nella Storia della Chiesa. In ciò, riveste un’importanza speciale la testimonianza dei Padri della Chiesa dei primi secoli e anche dei grandi Santi. Proprio questa era l’intenzione del Concilio Vaticano II: voleva un certo aggiornamento, ma non un aggiornamento che fosse un adattamento all’oggi; invece, voleva, come dicono i francesi, un ressourcement, un ritorno alle fonti per attingere ad esse acqua fresca e rinfrescante. Il Concilio non ha così instradato una Chiesa nuova, ma una Chiesa rinnovata; una Chiesa che è in linea di continuità con la tradizione fino ad ora, ma una continuità viva, innovativa. Il suo messaggio è il medesimo in tutti i secoli, che non è mai vecchio; è, invece, sempre giovane e sempre fresco, perché Gesù Cristo è la novità mai logora, è la novità eterna, giovane.

    Questa Storia, talvolta, è complicata, ma è anche enormemente confortante. Poiché indica che la Chiesa non si trova solo oggi in difficoltà, ma che si è trovata in difficoltà, per così dire, fin dall’inizio e che ha già superato molte crisi, da cui è uscita, di solito, rafforzata. L’intera Storia della Chiesa è una storia di crisi e Gesù non ha preannunciato niente di diverso ai discepoli: «Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!». (Gv 16, 33).

    Domandiamoci, dunque: quali sono le sfide che ci sono di fronte, oggi, e a quali sfide deve rispondere l’ecclesiologia odierna? Vedo una triplice sfida.


    1. Ci sono difficoltà e crisi concrete, diverse secondo i Paesi. Per esempio, negli ultimi anni, i brutti scandali di abusi in diversi Paesi, anche nella mia patria. Sono costati molto alla Chiesa, in fiducia, e hanno leso gravemente il suo prestigio. Ci si deve domandare, dunque: che cosa è andato storto? E che cosa si deve fare, come processo di guarigione, per aiutare le vittime? La Chiesa dev’essere ecclesia semper purificanda et renovanda: Chiesa che necessita di continuo di purificazione e rinnovamento (Lumen Gentium 8). Un’ecclesiologia deve, quindi, essere apologeticamente certa, nel senso di difendere la struttura permanente della natura della Chiesa voluta da Cristo, ma non deve difendere tutto della Chiesa; deva anche indicare vie di rinnovamento sulle orme del Concilio.


    2. La Chiesa, da noi in Europa, si trova attualmente in una difficile fase storica di transizione. Le premesse culturali e sociali del milieu cattolico e della Chiesa di popolo vecchio stile sono alla fine o, in molti luoghi, hanno già avuto fine. Con Chiesa di popolo vecchio stile s’intende la situazione in cui la Chiesa determina nel modo più ampio la vita pubblica e i parametri che valgono pubblicamente, mentre noi ci troviamo in una situazione ampiamente secolarizzata e di pluralità sociale. In molti Paesi, andiamo incontro a un nuovo genere di situazione di diaspora, in cui i cristiani convinti e praticanti, cattolici e non cattolici insieme, costituiscono ancora una grande minoranza, ma non sono più la maggioranza. Papa Benedetto ha parlato di minoranza qualitativa, sveglia e creativa.

    Tale situazione preoccupa e spaventa molti cristiani. Ma se si segue il grande e famoso storico Arnold J. Toynbee, allora, nei periodi di maggior crisi e rivolgimento della storia dell’umanità, furono sempre minoranze, sveglie e creative, a trovare una via d’uscita e una soluzione, che poi poté essere seguita anche dalla maggioranza. Le minoranze, dunque, non devono diventare sette; possono avere un enorme influsso culturale, se sono sveglie e creative. Perciò non bisogna avere paura. Però questo sviluppo ci pone sfide notevoli, per esempio nella ristrutturazione delle nostre parrocchie e nella nostra attività di cura pastorale, come già avviene in Francia e Germania e, parzialmente, anche in Italia. In ultima analisi, però, si tratta del problema ecclesiologico: che cos’è una chiesa locale? Che cos’è una comunità locale (parrocchia)? Come apparirà essa in futuro, e come appare il rapporto tra Chiesa universale e locale?


    3. La sfida vera e più profonda, nella nostra situazione secolarizzata e pluralistica, è la questione di Dio. Non s’intende solo e neanche, in prima linea, il nuovo ateismo aggressivo, che esiste, ma l’indifferenza verso Dio, l’oscuramento della consapevolezza di Dio e l’apparente assenza di Dio. Molti, nella nostra società, vivono come se Dio non esistesse e pensano, così, di poter vivere benissimo. Oltre a ciò, ce ne sono anche molti, più numerosi di quanto pensiamo, che si definiscono agnostici, ma sono per così dire agnostici devoti che interiormente sono alla ricerca, sono in un certo senso pellegrini, e si trovano, per così dire, nell’atrio dei gentili. Essi non s’interessano alle questioni strutturali interne alla Chiesa, come quelle del celibato, dell’ordinazione delle donne e simili, che attualmente sono di solito gli insider a mettere in primo piano. Essi chiedono se e che cosa la Chiesa abbia da dire sulla questione basilare della loro esistenza, cioè in ultima analisi sulla questione di Dio che indelebilmente è impressa nei cuori degli esseri umani creati a immagine di Dio. Sono convinto che il futuro della Chiesa nelle nostre società dipende da ciò: se siamo o no capaci di rispondere a questa domanda e se non ci pronunciamo solo con la bocca, ma possiamo testimoniare credibilmente anche nella vita.

    E con ciò ci troviamo di fronte alla questione basilare dell’ecclesiologia di oggi. Essa non può trattare solo pure questioni strutturali interne alla Chiesa. Deve farlo, anche, ovviamente. Ma, prima di tutto, deve porre la questione della Chiesa nella luce della questione di Dio. L’ecclesiologia, dunque, può essere non soltanto ierarcologia, della quale s’interessano gli insider, ma non le persone al di fuori. L’ecclesiologia dev’essere teo-logia, cioè discorso (logos) su Dio (theos). Questo è quanto tenta di fare l’ecclesiologia che propongo. Più esattamente, essa tenta di trattare l’ecclesiologia nell’orizzonte dell’escatologia, dunque del messaggio del regno venturo di Dio e della speranza, che esso ci dà. La speranza oggi è merce scarsa. Gesù stesso probabilmente non ha mai parlato esplicitamente della Chiesa, ma del regno di Dio; la Chiesa ne è segno e strumento. Detto teologicamente: la Chiesa è quasi-sacramento, cioè segno che rende già presente e strumento del regno incipiente di Dio, regno di verità, di giustizia, di santità e di felicità.

    I Padri della Chiesa avevano una bella immagine per esprimere tale idea. Dicevano che la Chiesa è come la luna: non brilla di luce propria, ma soltanto della luce che riceve dal sole. Nemmeno la Chiesa ha uno splendore proprio, ma soltanto quello che cade su di essa da Dio e da Gesù Cristo. Essa non è importante in sé, ma è importante come segno e strumento di Dio e di Gesù Cristo nella storia dell’umanità e del mondo. Le prime due parole della Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II sono “Lumen gentium” (Luce delle genti), ma poi non si continua con “Luce delle genti è la Chiesa”, quanto invece con “Lumen gentium quod est Christus” (Luce delle genti, che è Cristo). Della Chiesa viene detto che essa è solo sacramento, cioè segno e strumento dell’unità con Dio e dell’unità degli esseri umani. La Chiesa è nella sequela di Cristo testimone di Dio servitore per gli altri. Essa esiste ascoltando la Parola di Dio e pronunciandola e dando la sua vita per molti, cioè per tutti.


    3. Riscoprire la Chiesa


    Muovendo da tale visione teologica della Chiesa, dobbiamo riscoprirla. È come per un albero, che può resistere alla tempesta solo se ha radici profonde. Quindi, dobbiamo interrogarci sulle radici della Chiesa e domandare: Chiesa, chi sei? Che cosa dici di te stessa? Oggi il grande rischio è l’appiattimento della comprensione della Chiesa. Tale pericolo non viene solo dall’esterno, ma spesso dalla Chiesa stessa. È il rischio dell’autosecolarizzazione della Chiesa, che si impegna in molte cose, certo importanti, con grande zelo, ma dimentica talvolta la sua missione fondamentale. Ciò che ci occorre è una svolta teocentrica. Una visione teologica della Chiesa.

    Il primo capitolo della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II inizia, a ragione, con un capitolo sul mistero della Chiesa. Essa, dunque, non è in prima linea un ente sociale. Certo, deve impegnarsi per la caritas, per la giustizia sociale, per lo sviluppo e la pace nel mondo, e lo fa anche. Ma le sue radici si spingono più in profondità. Essa è, in ultima analisi, fondata nel disegno eterno di salvezza, presa da Dio prima di tutti i tempi, per riportare a casa l’umanità intera e tutta la realtà per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Ricapitolare e ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose (Ef 1,10). Con la Chiesa, Dio ha posto un inizio. Essa è, per così dire, l’avanguardia del regno di Dio.

    Le quattro grandi Costituzioni del Concilio Vaticano II indicano questa natura, ognuna in modo differente. La Costituzione sulla Chiesa 4: la Chiesa è popolo di Dio e il corpo di Cristo; essa farà risplendere la luce di Cristo nel mondo, per mezzo della propria parola e dei sacramenti e della propria intera vita. La Costituzione sulla Rivelazione 5 aggiunge: perciò la Chiesa deve ascoltare la Parola di Dio; essa è dunque, essenzialmente, Chiesa che ascolta: quindi, però, deve anche testimoniare la Parola con energia e coraggio. Deve dare orientamento e essere una lampada che dà luce nell’oscurità. La Costituzione sulla Liturgia 6 afferma che, nella liturgia, in particolare nella celebrazione eucaristica, il regno venturo di Dio si fa presente, già adesso, sotto segni sacramentali, come forza e cibo nel cammino della vita e della Storia. La Chiesa è “Ecclesia de Eucharistia” (Giovanni Paolo II, 2003): Chiesa che vive dell’Eucarestia. Infine, la Costituzione pastorale 7 afferma che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo. La Chiesa, dunque, dev’essere solidale con le sventure e le gioie degli uomini. Dev’essere Chiesa nel mondo e per il mondo.

    In questa sede mi preme giungere all’essenziale e riscoprire il mistero profondo della Chiesa: e così anche mostrare la bellezza della Chiesa come la Sposa di Cristo nonostante le sue macchie e rughe (cfr. Ef 5,27). La Chiesa, dicevano i Padri della Chiesa citando il Cantico dei Cantici, è nera ma bella. Però le sole riforme esteriori non aiutano ad andare avanti. È come con una casa che va riparata: non basta stuccare le crepe e rinnovare la tinteggiatura; occorre prima rendere sicure le fondamenta. Così è anche per la Chiesa: le mere riparazioni cosmetiche non risolvono. Ci occorre un rinnovamento che provenga dalla fede e un rinnovamento spirituale. Allora, perché la Chiesa è una realtà incarnatoria, cioè una realtà complessa di una dimensione divina e una dimensione umana (LG 8), un tale rinnovamento può e deve condurre anche a riforme concrete. Le due cose si integrano. Desidero trattare, da questo punto in poi, almeno una questione di riforma concreta.


    4. Rinnovamento della forma di communio della Chiesa

    Nelle questioni di riforma istituzionale, l’approccio va fatto dal lato della comprensione della Chiesa in quantocommunio. Questo è la Leitidee, l’idea principale e direttrice della Chiesa nel Concilio Vaticano II. Ma che cosa s’intende con communioCommunio non vuol dire, semplicemente, comunione, che si fonda su derivazione e provenienza comune, o che viene in essere per simpatia ed interessi comuni e tramite unione e fusione fra di noi.Communio indica, nel senso del Nuovo Testamento, in origine partecipazione (participatio); più esattamente, partecipazione alla realtà salvifica di Gesù Cristo, alla vita e allo Spirito di Gesù Cristo; in ultima analisi, partecipazione alla communio trinitaria, dunque alla vita trinitaria di Dio.

    In tale accezione, la Chiesa viene intesa dal Concilio nel senso dei Padri della Chiesa come immagine, per così dire icona della Trinità. Così come noi adoriamo un solo Dio in tre Persone, così anche la Chiesa, in quanto communio, è una sola unità nella varietà (Lumen Gentium 4; Unitatis Redintegratio 3). La communio è fondata mediante il Battesimo e l’Eucarestia. Mediante l’unico Battesimo, partecipiamo del corpo di Cristo (Gal 3, 28; I Cor 12, 13). Dell’Eucarestia, Paolo dice: “Poiché c'è un solo pane, noi siamo un corpo solo” (I Cor 10, 16 e s.). Communio è, quindi, un concetto teologico e non sociologico.

    Se intendiamo la Chiesa, in senso scritturale, patristico e conciliare, come la communio fondata per mezzo del Battesimo e dell’Eucarestia, allora ogni rinnovamento deve principiare con il Battesimo e con l’Eucarestia. Rinnovamento del Battesimo significa, prima di tutto, rinnovamento della catechesi per i sacramenti della iniziazione, il Battesimo (insieme con la Cresima) e l’Eucaristia. Essa era il segreto del successo della Chiesa antica e lo è anche oggi nella chiesa in missione. Da noi, poiché molti cristiani sono battezzati senza sapere che cosa significhi essere cristiani; c’è, attualmente, un diffuso analfabetismo cristiano, che porta ad un cristianesimo attestato solo sulla carta da un certificato di Battesimo. Molti si definiscono cristiani, ma vivono come tutti i moderni gentili. Il rinnovamento della catechesi per i sacramenti d’iniziazione per i bambini e per i giovani ma anche per gli adulti è come per l’alfa e l’omega del rinnovamento ecclesiale e di prima importanza per l’anno della fede che ci aspetta. Devo dire, che a Roma ho conosciuto alcune parrocchie che su questo aspetto danno un notevole esempio e lo fanno con grande successo. 

    Si aggiunge a ciò che la communio richiede uno stile comunicativo nella Chiesa, cioè uno stile dialogico e fraterno, che si distingua tanto da quello vetusto, feudale, quanto da quello nuovo, apparentemente moderno, burocratico. Una tale forma di communio della Chiesa non comporta la democratizzazione della Chiesa. La democrazia ha il suo luogo legittimo nell’ambito politico. La Chiesa non è un qualche popolo: essa è il popolo di Dio; è una realtà di genere proprio. Si tratta dunque della realizzazione della realtà di popolo di Dio, dove tutti sono figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle nella stessa famiglia di Dio. Nella rivelazione Dio parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi (DV 2). Da lì, anche la vita della Chiesa dovrebbe essere caratterizzata da uno stile comunicativo, partecipativo e dialogico di fraternità, amicizia e fiducia e da una cultura del dialogo disposta all’ascolto e all’apprendimento.

    “Dialogo” è una parola chiave dell’ultimo Concilio, nei cui documenti si ritrova una trentina di volte, in contesti diversi. Paolo VI ha scritto in proposito una sua enciclica, l’Ecclesiam suam (1964), e Giovanni Paolo II vi ha accostato profonde riflessioni antropologiche: dialogo non solo come condivisione di idee ma di doni (Ut unum sint, 1995, n. 28). Perciò ci si deve meravigliare che, di recente, alcuni abbiano sollevato sospetti sulla pura parola “dialogo”, bandendola dall’uso linguistico ecclesiale, quasi volendola fare oggetto di un anatema.

    Si deve, semplicemente, sapere che cosa s’intende con dialogo. Dialogo non vuol dire colloquio informale, né tavola rotonda, né disputa accademica, né manifestazione informativa, né negoziato politico e neanche procedimento quasi parlamentare. Nel dialogo non si condivide qualcosa con l’altro, ma si condivide con lui se stessi, anzi, si condivide se stessi. Il dialogo, inteso teologicamente, significa darsi reciproca testimonianza ognuno della propria fede e, in tal modo, partecipare della ricchezza dell’altro, lasciarsene arricchire, ma poi comprendere anche meglio e più profondamente la propria fede. Perciò, nel dialogo, non ci s’incontra a livello del minimo denominatore comune. Il dialogo non ha niente a che fare né col relativismo né col sincretismo. Al contrario: attraverso il dialogo, veniamo introdotti più a fondo nella verità e, mediante ciò, veniamo arricchiti, soprattutto nel dialogo ecumenico, nella nostra comprensione della verità.

    Se, in tal senso, vogliamo tradurre in pratica la realtà di communio della Chiesa nella realtà concreta, allora di ciò fa parte la comunicazione, e questo vuol dire dare nuova vita e rafforzare le istituzioni sinodali nella Chiesa, tanto a livello locale quanto universale. Tale rinnovamento non è un qualcosa da fare ex novo. La Chiesa ha, a partire dal concilio degli Apostoli una ricca tradizione sinodale, la cui riscoperta potrebbe dare alla Chiesa un volto giovane, fresco e una forma rinnovata.

    La cosa ideale mi sembra essere descritta nella regola di S. Benedetto. Per S. Benedetto, l’abate ha un posto importante nella comunità monastica; egli, per così dire, rappresenta Gesù Cristo. Ma, in caso di decisioni importanti, dice Benedetto, deve sentire il consiglio dei confratelli, e deve ascoltare anche il più giovane, perché lo Spirito Santo può parlare anche per mezzo di lui. Dopo essersi consultato, continua Benedetto, l’abate deve riflettere su tutto, pregare per questo e poi deve decidere, cioè lui non è esecutore di qualche voto democratico, decide liberamente, ma decide sulla basi di una consultazione. Autorità e fraternità, dunque, si integrano e condizionano a vicenda. Nella Chiesa, dev’esserci auctoritas nell’accezione originaria della parola, da augere, crescere. Autorità che non opprime la vita, ma che fonda vita, moltiplica vita, fa crescere vita e promuove vita.

    Un tale insieme comunicativo di ministero e comunità o meglio Chiesa dovrebbe esistere a tutti i livelli della vita ecclesiale, parrocchiale, diocesana, universale. A livello della Chiesa universale, la Chiesa ha bisogno, per amore dell’unità nella varietà, in un mondo sempre più globalizzato, ma interiormente lacerato, di un centro forte. Abbiamo bisogno di Pietro, che, con la sua professione di fede in Cristo, è la roccia su cui è fondata la Chiesa (Mt 16, 18) e che deve rafforzare i suoi fratelli (Lc 22, 32). Proprio in tempi difficili come i nostri, vale la pena di raccogliersi intorno a Pietro. Parimenti, la Chiesa necessita di rafforzare la struttura collegiale/sinodale. Le due cose non sono in contraddizione. L’integrazione, voluta dal Concilio Vaticano II, dei due punti di vista, potrebbe invece contribuire a rafforzare l’unità interna e a superare un certo affetto antiromano, che purtroppo è ancora presente. 

    Al dialogo rivolto all’interno corrisponde il dialogo rivolto all’esterno: il dialogo con il popolo di Dio dell’Antica Alleanza; il dialogo ecumenico e il dialogo con le altre religioni; il dialogo con la cultura di oggi e con tutti gli esseri umani di buona volontà. Con questi dialoghi, il Concilio ha indicato la via nel futuro: da una Chiesa che intende se stessa come rocca e fortezza chiusa ad una Chiesa comunicativa e aperta al dialogo. Dialogo non significa rinunciare alla propria identità; significa, invece, crescere nella propria identità. Perché, per l’identità cristiana, nella sequela di Gesù, è essenziale l’essere per gli altri e con gli altri. Ciò esclude tanto l’adattamento quanto una mentalità ansiosa, che si isola a coltivare il proprio territorio circoscritto.

    Di ciò fa parte, nella nostra situazione, in particolare il dialogo ecumenico. È compito dato da Gesù ed è impulso ed opera dello Spirito Santo. La decisione in proposito, quindi, è irreversibile e irrevocabile; è un cantiere importante della Chiesa del futuro. Abbiamo ottenuto molto e possiamo già raccogliere dei frutti. Ma ci sono ancora questioni serie davanti a noi. Non siamo ancora giunti alla meta. Non è solo la questione del ministero, ma la questione del ministero in rapporto a quella della Chiesa. Poiché noi, cosa che nessun esperto contesterà, con i Protestanti abbiamo una diversa concezione della Chiesa, abbiamo anche una diversa concezione dell’unità della Chiesa. Qui tocchiamo le difficoltà fondamentali del dialogo ecumenico attuale. Nonostante tali difficoltà, dobbiamo fare anche insieme quel che possiamo già oggi, nella verità e nell’amore.

    Ovviamente, anche il dialogo interreligioso è un comandamento di quest’epoca. È l’alternativa alla violenza e allo scontro di culture, etnie e religioni. Mediante tale dialogo nella verità e nell’amore, la Chiesa, come escatologico popolo di Dio, può essere, in mezzo ai conflitti del nostro mondo, esempio e strumento della pace (shalom) escatologica.


    5. Conclusione: gioia nuova per la Chiesa

    Con i dialoghi rivolti all’interno e all’esterno, il Concilio Vaticano II ha avviato sviluppi che non possiamo programmare. Il Concilio ci ha indicato la direzione verso una nuova epoca. Esso ci ha dato una luce per il cammino che non è un proiettore capace d’illuminare un’intera pista che porta al futuro; ci ha messo in mano una lanterna che, come ogni lanterna, fa luce solo nella misura in cui avanziamo. Fornisce luce per ogni singolo passo, cui deve e può seguire il passo successivo. Perciò un programma dettagliato per il futuro non è possibile. Il futuro è nelle mani di Dio. 

    Papa Giovanni XXIII convocando e aprendo il Concilio Vaticano II parlò di una rinnovata Pentecoste. Se siamo convinti che, in ultima analisi, solo lo Spirito di Pentecoste possa donare il rinnovamento, allora dobbiamo, prima di tutto, fare quel che i primi discepoli e discepole fecero prima di Pentecoste. Allora, i discepoli e le donne che avevano accompagnato Gesù si riunirono con Maria, madre di Gesù, assidui e concordi nella preghiera (Atti 1, 12-14). Anche oggi il futuro della Chiesa è determinato, in prima linea, da coloro che pregano e la Chiesa del futuro sarà, prima di tutto, una Chiesa di persone che pregano.

    Lo Spirito può venire, come nella prima Pentecoste, nella tempesta e col fuoco (Atti 2, 2 e s.): con la tempesta che spazza via talune cose e col fuoco che brucia alcune delle cose che, oggi, a noi sembrano ancora importanti. Lo Spirito, però, può anche, come nel caso del profeta Elia, venire nella brezza leggera del vento (I Re 19, 12 e s.), può purificare e trasformare noi e il mondo, col suo ardore, partendo da dentro. Può renderci di nuovo consapevoli che la gioia per Dio è la nostra forza (Neemia 8, 10). Se noi, muovendo da tale gioia, come popolo di Dio gioiamo della Chiesa, la Chiesa vivrà anche domani e avrà futuro dopodomani. Allora, essa diventerà splendore che preannuncia il regno venturo di Dio e attirerà persone che cercano e interpellano, giovani e vecchi, e sarà di nuovo per molti patria spirituale. Il lamentarsi non attira nessuno; la gioia, per contro, è contagiosa. La gioia di essere cristiani convince. Se ho potuto contribuire un poco a tale gioia, ne sarò molto felice.

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Data: domenica 13 gennaio 2013

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