Non banalizzate il cardinale


  • Il cardinale Martini è morto a poche settimane dal cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio (11 ottobre 1962). Furono per lui, disse una volta, i più bei anni della sua vita, perché ariafresca entrava in una Chiesa che sapeva troppo si sacrestia e di muffa, e perché lo studio delle sacre scritture su base storica ne usciva legittimato, permettendo così anche ai cattolici di abbandonare il semplice devozionismo per entrare in un rapporto più maturo e adulto con la Bibbia.

    Con il testamento spirituale consegnato al confratello padre Georg Sporschill, Martini ha indicato la strada per la Chiesa del terzo millennio: povertà e non sfarzo, collegialità e non centralismo, profezia e non burocrazia, testimonianza e non legalismo. Ha però ragione Vito Mancuso a dire (sulla Repubblica) che nei confronti del potente messaggio di Martini è subito partita un’operazione di ridimensionamento, una di quelle in cui la Chiesa gerarchica è sempre stata molto abile. Si sta mettendo il silenziatore alle denunce di Martini e si cerca di ridurre il suo messaggio a quello di un servitore della Chiesa generoso ma probabilmente un po’ troppo vivace. Servitore certamente lo è stato, fino all’ultimo, ma indignato! E triste davanti a una Chiesa cieca e sorda di fronte ai veri drammi degli uomini e delle donne di oggi.

    Ma un’analoga operazione di ridimensionamento sta avvenendo anche nei confronti dello stesso Concilio Vaticano II. Il papa, in occasione dell’anniversario, ha proclamato un anno della fede. Il che provoca qualche perplessità perché sarebbe come, per un marito, proclamare l’anno dell’amore verso la moglie, o per uno studente l’anno dello studio. Ma, a parte questo, il problema è che, nei commenti e nelle iniziative che arrivano dalla Chiesa gerarchica, l’anno della fede, di cui si occupa il misterioso Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (nome burocraticissimo), ha completamente soppiantato l’anniversario del Concilio. Come non bastasse, l’accento viene posto volentieri sul fatto che in questo 2012 ricorre anche il ventesimo anniversario del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica (1992), e così il gioco è fatto: anziché parlare del Concilio, della sua attualità e del bisogno, eventualmente, di farne un altro, ecco che tutto viene ridotto di nuovo a devozionismo e legalismo. Così lo spirito profetico viene accantonato, ridotto a folclore, e si torna a mettere in primo piano le norme, proprio come denunciato dal cardinale Martini.

    L’operazione, ripetiamo, non è certamente nuova, ma rappresenta una costante da parte dei curiali e della Chiesa gerarchica, sempre pronta a catturare le novità per ingabbiarle, ridimensionarle, assorbirle in sé e sostanzialmente annullarle. Davanti allo stesso annuncio del Concilio da parte di Giovanni XXIII (accolto dai cardinali con un «impressionante, devoto silenzio», come annotò il papa non senza ironia) la curia reagì cercando di riportare il tutto, per quanto possibile, nell’ambito del centralismo, depotenziando immediatamente l’iniziativa papale. Non dimentichiamo, per esempio, che Giovanni XXIII dovette imporsi per far inviare ai vescovi di tutto il mondo una lettera con la quale chiedeva quali dovessero essere a loro parere i temi da mettere al centro del Concilio. Il cardinale Felici, infatti, voleva che fosse la curia a occuparsi della questione e che ai vescovi fosse inviato un semplice prestampato con l’invito ad esprimere opinioni su quanto elaborato da Roma.

    Nei quattro anni di preparazione del Concilio l’impegno di Giovanni XXIII fu di mettere d’accordo la carica profetica dell’iniziativa con le esigenze organizzative senza penalizzare la prima ai danni delle seconde, e su questo terreno dovette combattere una battaglia continua con il partito della curia. La stessa parola messa dal papa al centro della riflessione, “aggiornamento”, venne guardata con sospetto e si cercò di depotenziarla, esattamente come si sta facendo oggi con l’eredità di Martini. Aggiornamento, per il papa, non doveva essere soltanto una revisione del linguaggio. Doveva essere una nuova creatività, la rinnovata disponibilità a confrontare il Vangelo con le culture e a farne scaturire una vita dalla parte della giustizia e dei più poveri, senza alcuna forma di autocompiacimento per le proprie sicurezze e nessun compromesso con il potere in tutti i suoi aspetti.

    Ecco perché papa Roncalli volle un Concilio pastorale, non dogmatico. Come disse il teologo domenicano Marie-Dominique Chenu «tutto questo Concilio è pastorale come presa di coscienza, da parte della Chiesa, della sua missione». Un Concilio, quindi, denotato da una «originalità sensazionale», perché, «senza ignorare gli errori, le malvagità, le oscurità di questo tempo, non si pone in atteggiamento di tensione o di chiusura verso di esso, ma discerne soprattutto nelle sue speranze e nei suoi valori i richiami impliciti del Vangelo e vi trova la materia e la legge di un dialogo».

    Giovanni XXII volle che il Concilio fosse libero, dialogo a tutto campo, e anche su questo dovette subire l’opposizione dei curiali e dei tradizionalisti. Criticava apertamente quei padri conciliari che, per il fatto di essere teologi, pensavano di dover produrre lezioni di teologia per dirimere questioni dottrinali e non riuscivano a concepire l’idea di mettersi in ascolto del mondo e delle Chiese dei diversi continenti. Dovette faticare per lasciare libertà ai vescovi e invitarli al confronto, senza paura. Lasciandosi trasportare dallo Spirito, papa Roncalli riuscì a condurre la barca del Concilio in mare aperto, là dove gli fu possibile dispiegare le vele con quelle parole iniziali della sua prima allocuzione: Gaudet Mater Ecclesia, la madre Chiesa si rallegra! I curiali e i tradizionalisti (i “profeti di sventura”), sempre pronti a innestare la marcia indietro, furono sconfitti.

    Ma eccoli risorgere ad ogni svolta. E ora ci riprovano. Con l’anniversario del Concilio e con il testamento di Martini. Prontamente soppiantati da un istituzionale anno della fede gestito dal centro, all’insegna di celebrazioni e convegni con i soliti noti, e da una lettura riduzionistica tesa a privilegiare il Martini testimone della fede e, al più, uomo del dialogo, ma ignorando la sua denuncia di una Chiesa che non si scuote, conserva più cenere che brace ed è dominata dalla paura e dall’autoconservazione. 

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Data: mercoledì 19 dicembre 2012

Argomento: CulturaVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento | Teologia

 

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