Il presente e la storia del mondo


  • La crisi finanziaria dell’Occidente ha riportato al centro del dibattito il confronto tra politiche liberiste e politiche protezioniste, tra laissez faire e intervento dello Stato in economia, vuoi sotto forma di grande regolatore vuoi sotto forma di grande soccorritore di imprese e banche a rischio di fallimento. Buona parte del dibattito si è svolta in termini piuttosto astratti, senza un concreto riferimento al contesto storico e alle sue repentine mutazioni. Questo approccio, che diremmo “ideologico”, tradisce l’idea che la politica – dell’una e dell’altra parte – abbia un potere illimitato di governo sulle cose del mondo.

    Al contrario, le nostre possibilità di agire sulla realtà sono – “ahimè” direbbero alcuni, “per fortuna” direbbero altri – limitate. Machiavelli ci inviterebbe alla modestia e ci ricorderebbe che solo in parte il governo della storia sta nelle mani umane, al più si può pensare che la metà del corso degli eventi sia determinabile dall’uomo e che questa possibilità si realizza solo se si indovina la tempistica. Le mani dell’uomo possono certo arginare i fiumi in piena, ma non quando ormai l’acqua tracima: per contenere la corrente della storia gli argini vanno costruiti quando l’acqua è bassa. La capacità di antivedere gli eventi e la forza di persuadere gli altri della necessità di prevenire i rischi sono le grandi doti degli statisti. Pochini all’orizzonte. Anche il buon Rosmini ci metterebbe in guardia dal fare come i rivoluzionari francesi, che pensavano di modellare la realtà storica a partire dalle idee astratte. Le pure ideologie. Ammettiamolo: buona parte della sinistra italiana su questo piano non brilla. Né per senso del limite, per approccio umile alla storia, né per tempistica avendo dismesso un’ideologia sbagliata con cento anni di ritardo rispetto alla sinistra europea. È poco carino ricordarlo, ma non per questo è meno vero. Chi registra oggi un certo ritardo di cultura politica nella sinistra italiana non dovrebbe stupirsi. I credenti in Gesù, la simpatica compagnia degli anti-idolatri, impenitenti schernitori delle ideologie presuntuose, perennemente innamorati della storia umana e dunque preoccupati di ciò che accade agli uomini e alle donne in carne ed ossa, dovrebbero essere più liberi da considerazioni astratte e invitarci a guardare appunto alla storia. La storia del mondo e la sua svolta La storia del mondo – se ci è concesso parlare in questi termini pomposi da inizio Ottocento – inutile negarlo, ha dato una sterzata. Bella o brutta che sia, temporanea o di lunga durata, la sterzata c’è stata ed è stata pesante. Crollato il muro di Berlino – tanto per prenderla alla larga – in pochi hanno creduto alla storia dell’impero unico o dell’edificanda repubblica mondiale. I più hanno pensato: eccoci entrati in una nuova fase di transizione dei rapporti internazionali in cui il mondo si va ristrutturando attorno a un nuovo equilibrio tra blocchi diversi. La divisione tra Est e Ovest era una divisione tra due blocchi politici e militari, tra due sistemi economici e di pensiero, ma era accomunata da un’unica filosofia della storia, la filosofia del progresso umano, in cui un posto rilevante era giocato dalla tecnica. D’altra parte il marxismo che aveva forgiato il sistema di pensiero e di economia del blocco orientale era nato in Occidente come filosofia progressiva della storia. Dunque al di là delle divisioni vi era un orizzonte universale e universalistici erano i principi a cui si richiamavano gli uni e gli altri, spesso con riferimento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei popoli, e universalistica la vocazione dei due blocchi, entrambi portatori di una missione di liberazione rivolta a tutto il mondo. Per cui USA e URSS svolgevano un doppio ruolo, da un lato portatori del proprio interesse nazionale e di quello degli alleati, dall’altro portavoce di un ordine mondiale di libertà ovvero di giustizia. Con ciò né l’uno né l’altro se ne stava buono nella propria parte del mondo, ma cercava di contenere il nemico da ogni sua parte: a Ovest, a Sud, a Est dell’uno e dell’altro continente. Dopo la caduta del muro di Berlino pareva che l’universalismo nella sua versione occidentale dovesse trionfare: il crollo dell’URSS era anche il crollo del comunismo come sistema economico e come sistema di pensiero. Il mondo sarebbe stato finalmente uno. Forse qualcuno ci ha pure creduto negli USA e in Europa. Ma gli scettici sapevano che ben presto la storia sarebbe tornata a riproporre il normale stato dei rapporti internazionali fatto di pluralismo. Per i realisti si trattava di approfittare del vantaggio acquisito e di conquistare il controllo di nuovi spazi in vista della futura non evitabile misurazione di forze con le altre potenze. Si cercò così di allargare la sfera di influenza e di spostare il “muro” dal cuore dell’Europa più ad Est possibile, in particolare in direzione di quel cuore dell’Asia centrale, con Iraq, Iran, Afghanistan da due secoli al centro del mitico “Great Game” che potenze occidentali e potenze asiatiche giocano (o fingono di giocare) per il controllo del mondo. Ma l’espansione inarrestabile degli USA si è arrestata, l’Orso russo si è risvegliato e la crescita impetuosa di India e Cina è stata più veloce del previsto, favorita anche dalla crisi economica e finanziaria dell’Occidente. Tra qualche anno la Cina avrà eguagliato il primato nordamericano sul piano economico e militare e si ricostruirà un equilibrio multipolare. L’universalismo sembra finito. Certo il modello capitalistico sembra essersi imposto anche ad Est, ma non poggia su una radice umanistica comune né su di una filosofia della storia condivisa. La stessa fede nella universale piattaforma dei diritti umani, un tempo sventolata per giustificare incursioni nell’altrui campo, comincia a scricchiolare. E sulle ceneri dell’universalismo rimangono nudi l’Occidentalismo e l’Orientalismo o comunque le dottrine dell’interesse nazionale o di blocco. Le ingerenze degli uni nel campo degli altri, in particolare dell’Occidente nel campo di tutta l’umanità come fosse il giardino di casa propria, saranno sempre meno accettate e la conseguenza probabile sarà il ritrarsi degli Stati Uniti entro la sfera dell’Occidente. La dottrina di Monroe “l’America agli Americani” varrà anche per l’Asia intera. “L’Asia – tutta l’Asia – agli Asiatici” e gli Americani a casa loro. Anche il Sud America pare voler ripensare le applicazioni della dottrina di Monroe. L’Occidente dunque sta per essere ricacciato nell’Occidente. Giusto!, si dirà. E tuttavia nel mentre lo si dice, qualcosa in noi si chiede se ciò sarà un bene. Non solo per l’Occidente stesso, che lasciato a se stesso tramonta, ma anche per il mondo. Le correnti ideali non occidentali e gli altri regimi non si può dire siano entusiasmanti. In ogni caso, se lo scenario è quello che si profila, il destino dell’Europa è segnato in modo radicale dalla ripresa del rapporto atlantico. Nell’Occidente ricacciato nell’Occidente l’Europa è legata agli Stati Uniti. Avrà i suoi margini di dialogo con il resto del mondo, ma il dialogo non potrà alterare lo schieramento. All’interno di questa logica di schieramento, in cui ogni blocco ritorna (o è ricacciato) su se stesso, si può comprendere il riorientamento delle politiche economiche. Se il quadro politico si modifica, anche l’economia (che i grandi economisti classici ci hanno insegnato essere “economia politica”) ne è condizionata e le politiche economiche a seguire. Di fronte alla crisi di Wall Street i poteri politici negli Stati Uniti (entrambi i candidati alla presidenza) e negli Stati europei si sono mossi all’unisono in direzione di operazioni di salvataggio che certo non rispettano la logica del mercato. C’è poco da strillare, i ranghi si serrano, ci si prepara alla nuova grande misurazione delle forze e la difesa del proprio spazio è il valore primario e decisivo. Il “vento” che spira nell’Europa centrale spostando l’elettorato a destra di alcuni punti di percentuale è pure legato a questa dinamica. I cittadini come topi fiutano il cambiamento d’aria e si spostano in cerca di protezione. Votano pensando inconsciamente: “chi meglio mi difenderà nella grande misurazione delle forze?” Poco importa se il politico è rozzo o magari imbroglione, ciò che importa è la sua capacità di difenderci. È un grave errore di comprensione pensare che la destra strumentalizzi solo la paura interna e il senso di insicurezza derivante da una presunta criminalità degli immigrati. Certo tutto questo è presente e gioca il suo bel ruolo, ma la paura interna è legata a filo doppio alla paura cosmica di venire ridimensionati sulla scena del mondo. Per l’Italia di tornare ad essere un’espressione geografica, terra di conquista di eserciti stranieri, come alla fine del Quattrocento quando cominciò l’età della decadenza e i lunghi secoli di soggezione allo straniero. Per l’Occidente di perdere le proprie sfere di influenza, le fonti di approvvigionamento e dunque il proprio benessere economico, ma più profondamente il primato nella storia del mondo. E se avesse ragione Hegel quando diceva che una civiltà può esprimere lo spirito guida della storia del mondo solo una volta nella storia? Il Cristianesimo atlantico L’Occidente ricacciato nell’Occidente ha bisogno di un’ideologia, come tutti i sistemi politici che si rispettino. Qualcosa di popolare possibilmente, non roba da intellettuali. Quello che è stata la “nazione”, per intenderci, per i vecchi Stati. Il cristianesimo è lì a portata di mano e poco importa se è una religione universalistica. Il cristianesimo sa bene come conciliare il suo universalismo con identità politiche parziali. In molte situazioni, dall’Irlanda alla Polonia ai Balcani, il cristianesimo sa sposarsi piuttosto bene con la difesa dell’identità nazionale. Qui deve sposarsi con l’Occidente. Giovanni Paolo II si muoveva su di un orizzonte accentuatamente universale. Certo l’Occidente lo aveva sostenuto ed anche strumentalizzato quando si era trattato di far crollare il socialismo reale, ma caduto il muro di Berlino il suo venire dall’Oriente era riemerso forte e le declinazioni bellicose dell’Occidentalismo non gli piacevano per nulla, come dimostravano i suoi discorsi sulla guerra. Ma alla sua morte i capi di Stato sono venuti al suo funerale, sembravano voler segnare il territorio, come fanno i cani e le volpi. Appunto difendere lo spazio. Del cristianesimo hanno bisogno: quando il gioco si sposta sullo scenario della storia del mondo, non bastano più le piattaforme programmatiche, si ha bisogno di una filosofia della storia, meglio ancora di una teologia della storia, insomma di qualcosa capace di inscrivere il proprio destino in un destino trascendente, che dia al proprio stare nel tempo il senso di una “missione”. Benedetto XVI è sensibile all’Occidente. Il suo orizzonte teologico affonda le radici nella teologia tedesca cattolica degli anni Venti, quando era forte il senso dell’Abendland, del Sacro Romano Impero Germanico appunto d’Occidente per contrastare l’avanzata dell’Oriente. L’anticomunismo era certo ostilità nei confronti di un sistema materialistico e ateo, negatore della proprietà privata, ma era anche ostilità nei confronti dell’Oriente, di quel mondo in cui si riteneva prevalesse la massa e l’individuo non contasse nulla. L’idea di una rifondazione del connubio cristianesimo-Occidente non può dunque dispiacere a Benedetto XVI: da un lato, sul piano teologico, si tratta di rifondare la prospettiva universalistica del cristianesimo in chiave post-illuministica: le religioni – custodi del sentimento di “dipendenza”, di “creaturalità” dell’essere umano – possono essere unite nella difesa di un ethos comune (così argomentava nel dialogo con Habermas) diverso da quello della supponente autodeterminazione; dall’altro, sul piano culturale e politico, si tratta di rifondare l’alleanza tra cristianesimo e Occidente, tra fede e ragione. Dal discorso di Regensburg alla preghiera a Ground Zero il nuovo occidentalismo cristiano di Benedetto XVI si va delineando come un razionale atlantismo cattolico. L’antiamericanismo cattolico durato tanti decenni ha lasciato lo spazio ad una diffusa ammirazione del modello nordamericano di rapporti tra religione e politica espressa da molti vertici della gerarchia ecclesiastica. Alla laicità europea, che sarebbe diffidente nei confronti del ruolo pubblico della religione, vescovi e cardinali contrappongono volentieri la laicità americana così aperta alle declinazioni civili della religione. Chissà se qualcuno si è ricordato di spiegare agli entusiasti prelati che negli Stati Uniti il riconoscimento della sovranità della Chiesa cattolica non trova spazio in costituzione, né vi sono Concordati o otto per mille a garantirne l’esistenza materiale. Ci attende una prova Di fronte a questo riposizionarsi del cristianesimo a favore di un nuovo connubio con l’Occidente – un rapporto certo non esclusivo, ma tuttavia privilegiato – è lecito domandarsi: il cristianesimo, con il suo universalismo, riuscirà a “moderare” l’occidentalismo, o quest’ultimo userà il cristianesimo come ideologia e sfocerà nello sciovinismo? L’interrogativo è serio. Le prospettive politiche di Benedetto XVI sono state spesso influenzate in passato dal modello da cui egli stesso proviene, il modello della Baviera dove il cattolicesimo è vissuto come religione dello Stato e del popolo. I suoi interventi sulla questione dei crocifissi nelle scuole, a suo tempo, avevano di mira quel modello. Il crocifisso era espressione della fede del popolo, toglierlo avrebbe significato fare spazio non al muro vuoto, ma ad un’altra religione. Come era accaduto in passato: al crocifisso sarebbe stata sostituita una croce uncinata e allo spodestamento del cristianesimo non sarebbe seguito il trionfo della ragione illuminata, ma il trionfo della bestia neopagana. Purtroppo né in Austria, né in Baviera, il cattolicesimo riuscì a svolgere il ruolo di moderatore della furia sciovinista. Quando la bestia cominciò a scatenarsi, ci furono cristiani che si illusero di poter mitigare gli istinti di chiusura con il proprio universalismo, ma finirono stritolati dalla difesa della propria parte politica e a guidare i processi furono altri. Così, per colmo di sventura, proprio quelle cattolicissime regioni dovettero ospitare alcuni tra i più terribili campi di concentramento. Lo smottamento a destra delle moderate regioni dell’Austria e della Baviera pone di nuovo questo interrogativo: riuscirà il razionale atlantismo cattolico a intercettare il bisogno di protezione dei cittadini e a declinarlo in forme moderate, oppure di nuovo altre correnti avranno la meglio? La santità di Alcide Degasperi fu certamente quella di evitare lo smottamento a destra della pancia del mondo cattolico. Finita la DC quella pancia smottò tranquillamente. Ma che possano essere oggi i nostri buoni cardinali a rifare il miracolo di Degasperi mi pare ottimistico. La destra se li mangerà a colazione e loro forse nemmeno se ne accorgeranno, batteranno le mani felici pensando che sia il modello americano. Eppure solo il Cielo sa se non avremmo oggi bisogno di un cristianesimo che si china sulle paure dell’umano e trasfigura quelle paure in speranza e riapre i cuori, uno ad uno. Sull’altro fronte, quello dei credenti che a destra non stanno, ci si aspetterebbe un sussulto di serietà teologica e politica. L’amore per la libertà dovrebbe pur sapere di doversi confrontare con il problema del male. E dovrebbe ricordarsi di come l’esercizio della libertà umana – che pure è un bene teologico irrinunciabile – produca effetti negativi sui poveri, sugli uomini e le donne in carne ed ossa. La responsabilità politica non può avere declinazioni paternalistiche: non può essere decidere per il bene degli altri, ma assumere su di sé, realmente, la sofferenza degli altri. Essere liberal – in senso profondo – ha bisogno di una teologia della storia che sappia fare i conti con la presenza del male come Dio, governatore della storia, ha fatto: non sostituendosi all’uomo, ma coinvolgendo l’uomo nella storia della sua salvezza. Ma qui, di questo senso avvertito della presenza del male nella storia, della sua capacità divoratrice e annientante dell’umano, non si vede molta traccia. In questa teologia della storia, bisognerebbe cercare anche di collocare il destino cosmico-storico di noi che stiamo in Occidente e capire se oltre all’espiazione dei molti peccati commessi in passato possiamo fare ancora qualcosa di buono. Sapendo, con un po’ di realismo, che nella grande misurazione delle forze che ci aspetta, anche noi saremo da questa parte. In questa grande misurazione delle forze, il nostro paese, spiace dirlo, da solo non può farcela. Un tempo gli Stati piccoli potevano provvedere a se stessi, ma ora – anche ammesso che l’Italia sia uno Stato – non gliela si può più fare. Occorre serenamente accettare che tutti non possono fare tutto e che dobbiamo dividerci le cose da fare (la giustizia, diceva il Platone della Repubblica, è anche questo).

    All’interno del paese questa divisione del lavoro è urgente ed è questa la risposta seria che va data al federalismo, che se declinato in chiave leghista è un errore, perché anche i pezzi più forti volendo far da soli non si salveranno. Se non c’è divisione delle cose da fare, il paese non riesce a risollevarsi. Dividersi le cose da fare vuol dire differenziare, scegliere di assegnare funzioni diverse a parti diverse. Il sistema universitario del nostro paese è la dimostrazione di un sistema indifferenziato che sta lentamente affondando, mentre gli altri paesi adottano sistemi di differenziazione. Non solo i paesi in cui è il mercato a decidere sulla capacità competitiva delle istituzioni accademiche (come negli Stati Uniti), ma anche Germania e Francia che hanno deciso di procedere ad una differenziazione del sistema dall’alto. Così si dovrebbe fare in altri settori, sviluppando però al tempo stesso una forte economia di base diffusa così come un’altrettanto forte cultura di base diffusa. E questa differenziazione si dovrebbe compiere all’interno dell’Europa e l’Italia dovrebbe scegliere quale parte fare entro l’Europa, quell’Europa che è la sua nuova casa comune. È questa casa più grande che dobbiamo costruire, anche e proprio dentro quella dialettica di occidentalismo e universalismo di cui sopra si diceva. L’orizzonte della storia del mondo che si profila all’orizzonte è serio: la ricreazione è finita e ci attende una prova. Al cospetto di tutti i popoli ci peseranno e ci diranno se saremo all’altezza delle nuove sfide del mondo, e vedremo se riusciremo a stare con il senso di una ritrovata dignità dentro la storia del mondo al servizio dell’uomo. Solo a pensarci un orizzonte di questo genere è appassionante, perché le grandi battaglie cosmico-storiche dovrebbero pur sempre entusiasmare i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà e moltiplicare il loro fervore.

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina