Martini, il pastore che voleva una “chiesa in croce”


  • Le vie del Signore sono tortuose, nella loro infinitudine. Deve aver pensato qualcosa di simile Carlo Maria Martini quando, all’alba di quegli anni ‘80 che avrebbero costruito il mito effimero di Milano, Giovanni Paolo II lo chiamò per affidargli la seconda diocesi più grande del mondo: “ma sicuramente la più importante”, come dicono quei civettuoli dei preti ambrosiani. Lui, studioso sommo di bibbia e di lingue antiche, torinese di famiglia borghese e laica, i suoi primi cinquant’anni li aveva passati alla ricerca della Verità nelle pieghe profonde della Parola. A ricostruire la linea che, da quei pescatori che pensavano in aramaico, pregavano in ebraico e tramandavano la voce di Cristo in greco, è arrivata fino alla nostra contemporaneità. A studiare quelle parole e ogni segno che di esse è rimasto nella terra di Gesù con gli strumenti della glottologia, della linguistica, dell'archeologia per temprare fino all'ultimo dubbio – da gesuita – la forza della propria fede.

    Nel 1980 Karol Wojtyła lo sottrae dal cono d’ombra dell’intellettuale di Chiesa riservato, dello studioso maniacale, del religioso illuminato e già noto all’élite delle intellighenzie. Dalla Cattedra di Pietro di Roma gli indica la strada dell’Arcivescovado di Milano: di quella diocesi che, fin dai tempi di sant’Ambrogio, dice messa seguendo una diversa liturgia e che, lungo il percorso che dal cardinal Borromeo porta fino a Giovanbattista Montini, cardinale a Milano quando diventa papa Paolo VI, ha sempre segnato la storia della chiesa e dell’Italia. Più diversi i due Carlo – Martini e Wojtyła – non potevano essere: schivo e misuratissimo il primo, carismatico e amante delle folle il secondo; attento e aperto ai movimenti ecclesiali progressisti e critici l’italiano, preoccupatissimo di tutto ciò che potesse anche solo somigliare ad un’apertura di dialogo col mondo comunista il polacco; teologicamente e dottrinalmente ricettivo a molte provocazioni che arrivavano dalla contemporaneità nordeuropea il Vescovo di Milano, rigorosamente conservatore il Pontefice romano. Eppure fu proprio Wojtyla, ancora fresco di fumata bianca, a nominare Martini arcivescovo di Milano. E lì cominciò la seconda vita di Carlo Maria Martini: quella di un uomo pubblico tra i più influenti degli ultimi trent’anni.

    I vecchi preti milanesi guardarono a questo vescovo come a un marziano piovuto sulle loro teste. Cresciuti nei seminari dei suoi predecessori, ultimo dei quali il cardinal Colombo, faticavano proprio a capire quest’uomo dall’accento forestiero e dai gesti misurati fino alla freddezza: un gesuita torinese che studiava le lingue morte alle prese con una Chiesa milanese per sede e definizione ma profondamente provinciale e contadina, che governava le parrocchie dell’intera brianza del boom, del varesino, di parte importante del comasco, perfino di un angolo di Svizzera. Da Milano 2 a Gemonio, insomma, passando per tutto quel che c’è in mezzo. Terre remote, lontane, difficili da comprendere per il Martini abituato alle biblioteche e agli incontri di Roma, e agli angoli più silenziosi e mistici di Gerusalemme. Così come difficile da capire fu quell’unicum, insieme di pastorale e welfare sostitutivo, che nella diocesi di Milano sono stati sempre gli oratori parrocchiani. Per un uomo che poco o nulla aveva dedicato alla pastorale, quel fiume di giovani e giovanissimi che affollavano polverosi campi da calcio sono rimasti “in un angolo per i primi anni del suo magistero milanese, mai citati per un biennio pieno”, racconta un sacerdote ambrosiano che ben conosceva il Cardinale, e che nel pieno del martinismo era educatore di punta nei seminari ambrosiani.

    Contemporaneamente, lo spaesamento della“vecchia diocesi” ambrosiana sembra compensarsi con la formazione di un nuovo clero, di un nuovo mondo di laici credenti e, improvvisamente, di un’attenzione ricambiata per il mondo laico, che sfocerà nel pieno degli anni ’80 nell’istituzione della cattedra dei non credenti e nel forte potenziamento della Caritas di Don Virginio Colmegna, poi fondatore della (efficiente e potentissima) Casa della Carità di Milano. Il “martinismo”, dentro le mura delle Chiese e dentro il perimetro della fede, diventa una provocazione forte e minoritaria di viva discontinuità col passato. Fuori dal perimetro di chi alla Chiesa ci crede, diventa sì un’occasione di confronto e dialogo con la diversità ma anche, innegabilmente, una moda mondana ed intellettuale che si porta molto anche in qualche circolo radical chic e pieno di tradizionali “mangiapreti” con cattedra universitaria o alta tribuna sui grandi giornali. Ci son stati anni, a Milano e non solo, in cui il nome di Martini ed eventualmente un qualche contatto diretto, anche sporadico, si portavano meravigliosamente in società, nei salotti che contano, nei circoli dell’intellighenzia che legge sempre i libri giusti e intellettualmente corretti.

    Un effetto collaterale del suo strano silenziosocarisma di studioso e di scrittore italiano tra i più tradotti e venduti nel mondo. Ma anche il frutto naturale di posizioni “ultra-liberal” dentro alla Chiesa di quel papa polacco che lo aveva elevato a vescovo, e dentro a una società italiana della quale – dalla Milano degli anni ’80 – non si poteva vedere il cambiamento, la spinta inarrestabile al “valore” del consumo, la secolarizzazione irreversibile dei costumi, la perdita di peso dell’identità cattolica come elemento fondativo dell’italianità.

    Proprio a Milano, rispondendo a un clima culturale che nel 1979 è in aperto declino ma appena un decennio prima viveva il suo apice, era nata e andava radicandosi Comunione e Liberazione. Il movimento di Don Giussani – esperienza ecclesiale fortemente innovativa nel rapporto con la società, l’economia e la politica e fortemente conservatrice in dottrina e nel magistero – era nato come esplicita risposta cattolica sia al marxismo che minacciava di prendersi tutte le menti migliori sia al cattolicesimo post-conciliare più spinto ed esplicito: quello che, guardando a Dossetti, coi comunisti non solo ci parlava ma pensava pure di poterci governare condividendo qualche tratto non marginale di analisi della società. Parlare di Martini ai ciellini, ancora oggi, significa parlare di un avversario giurato, anzi di un vero e proprio nemico. Del resto, chi ha frequentato i martiniani negli anni d’oro del suo vescovado milanese sa che l’antipatia era reciproca, e il clero ambrosiano di conio martiniano era allevato in maniera piuttosto esplicito alla distanza critica dai ciellini e dal loro mondo.

    Contava, senz’altro, un posizionamento radicalmente diverso dentro agli schieramenti ecclesiali dei due blocchi. I ciellini amavano le adunate oceaniche di Giovanni Paolo II, il suo carisma intuitivo e anti-intellettuale, il suo esplicito conservatorismo in dottrina e società da prete della provincia polacca, lo spontaneismo di chi fonda sull’esperienza – più che sullo studio – un percorso di fede e di Chiesa. Ai martiniani – dopo tutto figli di un gesuita diventato vescovo – si insegnava ad ascoltare e leggere le parole di un teologo grande e ribelle come Kung, che tanto scavava sui confini dell’ortodossia da finire più volte nella lista di quelli “a rischio”. La stessa cattedra dei non credenti, a seconda dei punti di vista, era un grande luogo di confronto e di rafforzamento della fede di chi ce l’aveva, o un camuffamento gesuitico per avvicinare i non credenti al prezzo – inaccettabile – di annacquare, e cioè di distruggere, la Verità. È del resto con questi toni, con il piglio di chi denuncia decenni di deriva di una chiesa sempre più lontana dalla sua missione che Don Carron, successore di Don Giussani scriveva nel marzo del 2011 una lettera riservata – poi pubblicata dal Fatto Quotidiano – per caldeggiare la nomina di Angelo Scola ad arcivescovo dopo Tettamanzi. Perché, spiegava Carron al nunzio apostolico Giuseppe Bertello, «negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una rottura di questa tradizione, accettando di diritto e promuovendo di fatto la frattura caratteristica della modernità tra sapere e credere, a scapito della organicità dell’esperienza cristiana, ridotta a intimismo e moralismo». Più sotto, tra vari passaggi di rara esplicitezza che rendono quel documento un unicum di grande valore, si diceva anche: «Per quanto riguarda la presenza nel mondo della cultura, così importante per una città come Milano, va rilevato che un malinteso senso del dialogo spesso si risolve in una autoriduzione della originalità del cristianesimo, o sconfina in posizioni relativistiche o problematicistiche che, senza rappresentare un reale contributo di novità nel dibattito pubblico, finiscono col deprimere un confronto reale con altre concezioni e confermare una sostanziale Irrilevanza di giudizio della Chiesa rispetto alla mentalità dominante».

    La guerra delle idee fu aperta. Da un lato, la chiesa del vescovo che chiese scusa a padre Turoldo per essere stato di fatto messo ai margini dalla diocesi ambrosiana del suo predecessore Giovanni Colombo; dall’altro il movimento dei Papa Boys che non si scandalizzarono mai per la visita a Pinochet di Wojtyla. Da un lato una teologia che portava il Vaticano II alle sue estreme conseguenze, e nel dialogo con le altre confessioni cristiane cercava ponti verso l’orizzonte messianico di una riunificazione; dall’altro il Catholic pride dell’infallibilità papale, dogma proclamato sul finire dell’Ottocento in pieno modernismo (ironia della storia: per ispirazione dei gesuiti), accompagnato dal mantra quasi ossessivo della naturale fallibilità dei cristiani, in quanto uomini, del quale i ciellini han fatto a tratti uno stucchevole manifesto politico. Da un lato il pastore che, a chi confessava debolezze e “devianze”, parlava del mistero della sessualità «che il Signore ci svelerà nell’Ultimo Giorno»; dall’altro la rigida ortodossia tradizionale di una Chiesa cattolica non ancora in grado – pochi pochi anni fa – di riconoscere quanti peccati (e quali reati) prosperavano nel suo seno.

    La guerra di idee, già. Forse anche di interessi? Entrambe le parti, recisamente, negherebbero, e anche nella lettera di Don Carron si parla delle iniziative cielline come di attivismo disinteressato e caritatevole che ha dovuto a lungo scontrarsi con chi – la diocesi costruita da Martini e dai suoi – puntava ancora sulle forse esauste dell’Azione Cattolica. E della Caritas, si potrebbe aggiungere, e di quella Casa della Carità, costruita attorno al carisma di un prete atipico come Virginio Colmegna che esprime oggi pezzi importanti di giunta di Pisapia, a cominciare da Maria Grazia Guida. Idee o interessi? Come sempre, quando a distanziare le parti è un insieme di elementi decisamente non distinguibili, a sancire un’inimicizia arriva, alla fine, la politica. Con Cl che guarda da subito a Berlusconi, mentre Formigoni si prende per la prima volta la regione Lombardia nel 1995. Sulle spalle del primo centrosinistra prodiano, quello che vince nel 1996, arriva una silenziosa e convinta benedizione di Carlo Maria Martini. Qualcuno giura, addirittura, che gli incontri decisivi quando fu il momento di scegliere l’uomo giusto e lo schema con cui giocare il cardinale c’era: sono racconti che si perdono nelle pagine della leggenda ma che descrivono, senza dubbio, una suggestione non sprovvista di una sua forza e verità.

    Di quella stagione, della visione di società che la fondava resta in verità poco. Intriso di Novecento, il “martinismo politico” ha aiutato a leggere quei blocchi sociali appena prima del loro sgretolarsi, tanto da assistere impotente – nel primo decennio del terzo millennio – a un’egemonia berlusconiana che affondava le radici in quegli anni Ottanta in cui tutto, da Milano, iniziò. E se è vero che anche dalle parti di Cl l’anima politica non sprizza di salute e cerca nuovi referenti e nuove identità, colpisce vedere come del ventennio pieno di martinismo, a Milano, resta assai meno: qualche assessore, la Casa della Carità, e poco altro. Resta forse – e per la pastorale martiniana non è un dettaglio, anzi – un’educazione alla Bibbia, alla comprensione culturale dei testi sacri. Restano generazioni di credenti e non che da quel magistero hanno trovato – e continuano a cercare – spunti per una vita migliore. Sarebbe un peccato però se non restassero – ben oltre i confini di Milano – i suoi tanti insegnamenti nascosti nelle lettere pastorali che indirizzava, lungo gli anni, alla sua diocesi. Nel pieno degli anni ’90 i toni si fanno più forti, la critica alla vita di chiesa più acuta. Carlo Maria Martini – prefigurando immagini e atti di Benedetto XVI che anche lui sostenne in Conclave – rispondendo alla domanda sul calo di vocazioni e di credenti praticanti in quegli anni ripeteva: «Perché la Chiesa non attrae più vocazioni e fedeli? Perché ha perso il suo fascino? Perché ha dimenticato che il suo segno distintivo è una croce, perché non è più crocifissa insieme a Cristo». In questa strada popolata di “un piccolo gregge” sta forse l’eredità più preziosa e difficile di Carlo Maria Martini. Che provoca i credenti troppo affezionati alle cose della terra e i non credenti che, come un santino laico, hanno sventolato nome e libreria di questo grande italiano, e di questo grande uomo di fede



    Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/carlo-maria-martini-morte#ixzz2594A0aeG 

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