La desacralizzazione di Ermanno Olmi


  • Le lacrime del vecchio Olmi.
    Ermanno Olmi è il poeta solitario del cinema italiano , il poeta dell’anima, uno che ha cercato, da sempre , con assiduità e dedizione, di capire il senso della vita e il cuore dell’uomo, come il francese Bresson, il polacco Kieslowski, lo svedese Bergman, il russo Tarkovski. E’ ormai un uomo anziano , un vecchio poeta , e – come si sa – i vecchi piangono più facilmente. Anche i poeti “non fanno che piangere” . Ed io ricordo una scena televisiva , un fotogramma , una lacrima di tenera commozione sgorgare sul suo bel volto roseo e luminoso , da nordico montanaro . Il fatto, l’evento imprevisto si consumò qualche anno fa, in diretta, durante un’intervista di Giuliano Ferrara, che rimase un poco imbarazzato, “spiazzato” , da quell’improvviso scoppio di commozione del Grande Regista bergamasco mentre parlava dei suoi genitori ( il padre ferroviere, che , vittima della seconda guerra mondiale , lo lasciò presto orfano,e la madre , santa tre volte per la forza di volontà il coraggio la fede che hanno tutte le madri nel tirare avanti ,spesso da sole , la loro prole) , che gli avevano dato il bene più prezioso che possa esistere, la “vita” , e lo avevano fatto compiendo un atto “d’amore”. Olmi non seppe trattenere il classico groppo in gola , e poi le lacrime , che sgorgarono copiose sulle sue gote d’anziano fanciullo , come il pianto della vite che dal tralcio zampilla a goccia a goccia , linfa vitale , nelle immagini del suo ultimo film-documentario , “Le rupi del vino”, in cui si narra la storia eroica della viticoltura “terrazzata” che si pratica in Valtellina , patrimonio dell’Umanità, e dell’incantesimo della natura, della tenerezza e verità della poesia che riesce ad esprimere la natura, della sacralità della natura , del senso panico, il mistero, il fascino, la creaturalità della natura , che è “buona agli occhi di Dio”, che è la “strada giusta” per una possibile riconciliazione dell’uomo con il creato.

    Il voluminoso nichilista Giuliano Ferrara , che alla sua domanda , – come sempre molto arzigogolata, molto sfaccettata, molto complessa, molto macchinosa, molto logorroica e che di solito contiene anche la risposta ( è il classico modo farraginoso e narcisistico di intervistare sempre se stesso)- si aspettava una risposta diversa , magari chissà quale violenta requisitoria nei confronti della società, della cultura e della religione del nostro tempo ( credo che si parlasse del film “Cento chiodi”, ma non ne sono certo), disse , Va bene, Maestro , grazie , e s’affrettò a interrompere il collegamento ( Olmi era in un altro studio televisivo, credo a Milano ) passando ad intervistare gli ospiti in studio , dimenticando e oscurando completamente il regista , forse fino alla fine della trasmissione, credo.

    Il poeta dell’anima.
    Di fatto io spensi il televisore , e mi misi ad inseguire i ricordi , a far scorrere nel nastro della memoria, le immagini di alcuni film del maestro Olmi , il poeta del pudore , che , con la macchina da presa in mano , ( è stato quasi sempre anche operatore dei suoi film, operaio-regista), si avvicinò , fin dagli esordi , all’anima dei personaggi con la mano tremante . Fu da subito salutato il nuovo poeta della condizione operaia , rivalutando però i valori individuali rispetto a quelli classisti ; fu il narratore di immagini di provincia che rispose all’incomunicabilità collettiva dei film in voga in quei tempi lanciando zattere e ponti privati; si profilò subito come poeta dell’anima , il regista che riusciva a trarre l’anima dal silenzio delle cose e diceva il tumulto del cuore nascosto nei gesti; un regista appartato , mistico, che da allora ha sempre ripagato l’attesa dei suoi estimatori con racconti sempre densi gravi pensosi drammatici , ma ricchi di pudore e gentilezza , di umiltà profondamente cristiana ( “Un uomo in ginocchio è più grande di un uomo in piedi”). In ogni suo film c’è il rigore, la spiritualità, la purezza di un Bresson, ogni sua opera esprime la soltitudine dell’uomo , le schiarite improvvise , il desolato richiudersi del cielo su un mondo che intende la pietà come un’elemosina .

     L’albero degli zoccoli
    Rivedo le immagini di uno dei suoi capolavori , L’albero degli zoccoli, la soffusa luminosità delle campagne bergamasche di un passato appena trascorso , viste col suo sguardo di figlio devoto,riconoscente e pieno di civile lirismo ( “Noi abbiamo la responsabilità dello sguardo”) ; ecco il ritmo pacato del susseguirsi delle stagioni, la vita semplice e dilatata in una celebrazione rituale della terra e della fatica, all’insegna del pudore e della dignità; ecco il senso vivo della solidarietà creata dal dolore, il valore della famiglia unita; ma anche la fiducia in Dio, cardine della vita umana , ecco le inevitabili ingiustizie sociali ,che non devono impedire all’uomo di proseguire , con coraggio, sulla strada della storia , della gioia e della libertà.

    Eccolo in un altro film , La leggenda del santo bevitore in cui si misura la sua grandezza , la sua grazia e fragilità umana , e l’intatta fede cattolica , le sue umili origini , il tono fiabesco dei racconti di formazione della sua prima giovinezza ( Rilke Svevo Saba Musil Grillparzer) , soprattutto il racconti di J. Roth in cui si celebra il misticismo di un barbone sotto i ponti della Senna , una sacralità che egli coglie anzitutto nel rispetto per la fragilità del corpo, nelle mani, nel volto, nello sguardo del barbone Andreas come in tutta quella gente segnata da una vita errabonda, sbandata, fallita , attraversata da un desiderio insopprimibile di rinascita , di dignità e di grazia , da un senso forte dell’incarnazione.

    Tutto doveva portarlo per forza sulla strada infinita del Cristo in croce che perdona tutti, senza eccezioni, compresi i suoi carnefici. E infatti la santità del bevitore è tutta nel senso di piena umanità, che comprende le carenze, le fragilità, ma anche le aperture agli altri, le aperture a Dio, che è sempre lì , in attesa , con le braccia aperte.

    Ed ecco i paesaggi dell’anima di Olmi ( la bassa padania ) e il confronto con la morte nel Mestiere delle Armi, ecco la grandezza e la miseria di ciascuno di noi , di ogni persona che è perennemente sospesa tra il sublime e l’immondo , tra la consapevolezza del proprio ruolo, della propria responsabilità personale , e la propria dignità spirituale , che è solo sua, unica, irripetibile, universale ( Ogni uomo è un cosmo).

     I libri crocifissi
    E via via , eccolo arrivare ai tempi di oggi, il vecchio Olmi , nostro padre, nostro fratello maggiore , che , sul finire della carriera fa la summa del suo percorso filosofico-teologico , e pianta cento chiodi sui libri e sulla religione. Cento chiodi conficcati in cento libri , proprio nel loro corpo, uguali ai chiodi che nell’iconografia tradizionale trafiggono il corpo di Gesù sulla croce. E’un’immagine terribile , per chi ha sempre creduto nei libri ( quorum ego) , per un Borges , ad esempio, che cercava nei libri il nome segreto di Dio. Ma secondo Olmi quei cento chiodi che trafiggono il simbolo di una “dottrina inerte” sono necessari , indispensabili, anzi, rappresentano “ la sola strada che può farci uscire dall’idolatria del potere e dell’interesse che rende sempre più bui questi tempi bui”.

    Il vecchio regista ci dice , senza mezzi termini , che abbiamo perduto la genuinità e la speranza, che viviamo una vita inautentica , fatta di carta, di lettera morta , di libri che servono per ingannare , che diventano strumento di potere, che sono più importanti delle persone. Invece non è così:

    “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico; la sapienza del mondo è una truffa ; le religioni non hanno mai salvato il mondo.// Dio non ha salvato nemmeno suo figlio sulla croce:

    Il grido.

    Ma questo Ghandi della bassa , vestito solo della sua anima , in quel silenzio quasi irreale , sulle rive del Po, lontano dalla civiltà , in mezzo agli “indios” nostrani , in un clima da ultima Cena, che vuole dire , di preciso, con quel suo folle gesto ?

    “Non voglio far lezioni di morale , ma alla mia età certe domande non sono più rinviabili” :

    Quali domande? Il suo gesto , maestro , è follìa pura , scandalo , delirio. E’ un grido . Contro chi?

    “Contro i dogmi e fanatismi religiosi. Oggi i più prepotenti dichiarano che Dio è con loro. Quanti delitti abbiamo compiuto in nome di Dio? Io sono per la libertà dell’uomo”

    In quel grido , dice, c’è l’anelito di libertà , di pace e d’amore di un popolo che soffre, che cerca nuove forme di relazione , che cerca nuove speranze e un futuro migliore. Con quel grido si dice che non c’è più tempo, bisogna voltare decisamente strada , diventa impellente la necessità di rinascere a un nuovo tipo di vita, nuove relazioni con se stessi, con la natura, con gli altri, con gli umili, i semplici. E’ un grido di condivisione, di solidarietà, è il grido dello stesso Cristo che torna fra noi.

     La desacralizzazione
    Ma , attenzione , – dice il cardinale Ravasi -, quella di Olmi non è una banale dissacrazione , se mai una desacralizzazione della cultura, della dottrina, del libro. Bisogna distinguere tra fede e religione, e il rifiuto della falsa e falsamente consolatoria idea del “Dio tappabuchi” di cui parla Bonhoffer , che si invoca come una specie di protesi la quale dovrebbe supplire tutte le nostre mancanze, insufficienze, frustrazioni. Gesù non è venuto a fondare una religione, un complesso di dottrine e principi, ma a cambiare la vita, il senso del mondo. La fede non è un contenuto dottrinale , bensì una sostanza della persona, un modo di essere e di sentire , di guardare la realtà e di darle un significato.

    Cercate Cristo per le strade

    Io non capisco quest’uomo mite – scrive Cappelli sul Corsera – , che non ha mai fatto mistero della propria fede cattolica, e che si congeda dal cinema dicendo che la religione non salva nessuno , che nei libri non c’è la libertà, quella libertà contro cui da sempe s’accanisce il potere , tanto quello secolare che quello clericale. Anzi , Olmi sostiene che la libertà viene incatenata nei libri , che i libri non cercano lettori, ma seguaci e fedeli . Infatti là dentro c’è solo l’accettazione inerte della Verità e della Dottrina .

    Ma , a pensarci bene , seguendo il percorso dei suoi primi films , il vecchio regista non poteva che arrivare , coerentemente , fatalmente, a questa conclusione . All’inizio l’anima sua gentile scavava nei personaggi fino a toccare il fondo della loro anima , ma poi se ne ritraeva, come intimidita , come smarrita, come impaurita . Non era pronto per esplorare, conoscere quali implicazioni comporti l’esistenza di un’anima .Ma la poesia dei gesti e dei volti della gente comune è stato da sempre il materiale che gli ha fornito l’ispirazione delle sue opere , fin dall’esordio ( I fidanzati) . Con la macchina in mano Olmi ha fermato il tempo e col suo stile diretto immediato amaro ha fatto il ritratto della solitudine , guardando sempre con occhio compassionevole e sincero a un’umanità colta nella umile laboriosità quotidiana , al Cristo delle strade, al povero Cristo che vive sotto i ponti , che chiede un gesto di solidarietà, un sorriso amico, un barlume di vita e amore, e al quale l’idolatria del potere risponde con l’autorità morta di un libro. E’ per questo che oggi tutti i libri vanno crocifissi , tranne uno, quello del Vangelo Nudo , Vero, Autentico , senza interpolazioni , quello che fu scritto duemila anni fa in Galilea , e che possiamo riscoprire ,rileggere , sfogliare ogni giorno, ogni ora, ogni momento , nella nostra realtà quotidiana .

     Mi congedo con allegrezza

    Eccolo allora il vecchio Olmi ottantenne , colla sua lacrima e col suo sorriso buono , che ci dice, prendendoci idealmente per mano, come fa ogni domenica alla messa di San Carlo da Sezze di Acilia il mio amico don Fabrizio Centofanti , quasi usando le stesse parole del regista:

    “Amici, fratelli e sorelle , non c’è bisogno di andare sulla croce per comportarsi secondo le indicazioni di Cristo , la vera vittoria è il perdono , questa è la vera grande intuizione di Gesù. Sapete quanti problemi risolveremmo con i segni del perdono?

    Sappiamo tutti quanti equivoci ha prodotto la religione cristiana nel passato cercando il martirio come segno di fede! Tanti eroismi che spesso non servivano:

    Cristo non ha invocato questo, non ci ha chiesto questo. Ricordatevi che l’unica rivoluzione avvenuta è quella cristiana, non il cattolicesimo, e ricordate anche che la follia è l’unico viatico per la salvezza. I movimenti innovativi portano scandalo, devono scuotere realtà superate che poggiano su basi granitiche. Perfino la spiritualità oggi è diventata profitto.

    Certe volte – dice Capelli – Olmi parla come John Lennon , e immagina un mondo ideale con parole asciutte come un giunco .E’ vero. Ma sono proprio l’educazione, il rispetto degli uomini, lo studio delle psicologie , l’attenzione all’ambiente , la sua poetica umanista e la sua idea di cinema antropocentrico sia sul piano figurativo che sul piano morale , che l’hanno condotto lì, – scrive Claudio Magris – su quella strada che Ravasi chiama “desacralizzazione” La sua è stata una grande creazione poetica, una grande intuizione.

    C’ è più verità in una carezza che in tutte le pagine del mondo.

    Ormai sono vecchio . Mi congedo allegramente, con lietezza.

    Aveva detto Claudio Magris: “Lo spirito , sta scritto, soffia quando e dove vuole e nessuno si può illudere che per lui sia un vento costante . Con un’intuizione geniale , in una scena destinata a restare un grande momento della storia del cinema – Olmi fa crocifiggere quei libri. Ma ad essere crocifisso , nella storia della salvezza, è il Verbo incarnato, è Cristo, è la parola viva e redentrice. “

    E Olmi, a ottant’anni, conclude : “Mi sono posto una domanda: chi vorrei avere con me? Ho scelto un compagno non dico come Gesù Cristo ma qualcuno che un poco gli somiglia»

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