La rinascita di Berlino, una città tra due secoli.


  • Il muro è diroccato, perché l’edificio venne distrutto alla fine della guerra, da uno fra i tanti bombardamenti che devastarono la capitale tedesca. Konrad Zuse sopravvisse alla guerra, ed ebbe anche successivamente fortuna come produttore di strumenti di alta tecnologia (computer compresi) nella Germania occidentale.

    Ma il fronte avanzato della ricerca era ormai diventato appannaggio della comunità scientifica e tecnologica statunitense, che a sua volta aveva indipendentemente creato il computer, per poi perfezionarlo e commercializzarlo.

    Questa storia esprime l’indissolubile groviglio di creazione e di distruzione nella Berlino del novecento, a sua volta un microcosmo emblematico del groviglio di creazione e di distruzione del novecento in Europa e nel mondo.

    Da un lato, a Berlino hanno avuto luogo tanti episodi decisivi della prima e della seconda guerra mondiale, di quei tornadi storici che portarono l’Europa ad un passo dalla sua cancellazione dalla faccia della Terra. E da Berlino, nell’età oscura del nazismo, partirono gli ordini della guerra di annientamento contro l’Unione Sovietica e subito dopo dell’Olocausto, che segnarono un’escalation di una barbarie inaudita in un secolo già cosparso di tante barbarie.

    D’altra parte, Berlino ha vissuto anche un’escalation di tutt’altro tipo, assolutamente pacifica, la notte in cui la caduta del muro è stata la svolta decisiva verso un nuovo ordine mondiale. E, oltre al computer, qui hanno avuto origine tante altre invenzioni e idee decisive nel mondo moderno: la televisione, il treno elettrico, la teoria dei quanti, la relatività generale, il design, l’urbanistica, il marxismo…

    Che “quel mucchio di macerie vicino a Potsdam”, come Bertolt Brecht definì Berlino nel 1949, sia tornata a essere una metropoli vitale e pulsante, capace di esercitare un potere d’attrazione su vasta scala, non è stato un processo scontato e indolore. Anzi, nei decenni di un duro dopoguerra questa rinascita poteva apparire sommamente improbabile.

    Berlino, nel corso del Novecento, aveva sperimentato nel suo tessuto urbano le ondate di una quadruplice distruzione che hanno alterato e scosso alle radici i suoi fondamenti non solo materiali, ma anche identitari.

    La prima è la devastazione conseguente alla seconda guerra mondiale, sotto l’azione combinata dei bombardamenti occidentali e della successiva irruzione dell’esercito sovietico. La seconda è la divisione imposta dall’edificazione del muro, una lunga ferita che per decenni ha reso spopolate e inedificabili aree fra le più centrali e strategiche della città.

    La terza è una de-industrializzazione estrema, che ha scosso il tessuto economico di quello che era stato il centro indiscusso dell’Europa della seconda rivoluzione industriale. La quarta è dovuta all’impoverimento culturale allorché l’avvento del nazismo, nel 1933, impose l’emigrazione forzata di coloro che avevano reso Berlino una capitale mondiale della scienza, del cinema e delle arti.

    Dopo il crollo del muro una “nuova Berlino” è venuta in essere e si è evoluta, grazie a una particolare mescolanza di tre componenti che il più delle volte, negli sviluppi urbani, erano stati separati o addirittura contrapposti, e di cui soltanto ora si inizia a comprendere la loro indissolubilità e complementarità.

    Il primo è la memoria: l’impossibilità di passare sotto silenzio quello che è stato, nel bene e nel male, continua a generare opinioni, visioni, controversie del presente e per il futuro. Così il continuo richiamo degli orrori del passato impone uno spirito di vigilanza, in grado a sua volta di alimentare democrazia e tolleranza.

    D’altro lato la persistenza dei focolai culturali e dei tessuti architettonici materialmente scomparsi ispira e orienta, in maniera controversa ma feconda, la progettualità del presente. Non è in gioco un’impossibile ricostruzione letterale, bensì una selezione di ciò che rimane vivo in un’eredità spesso dispersa.

    Il secondo è l’innovazione. Oggi gli architetti di tutto il mondo arricchiscono Berlino delle loro proposte e dei loro interventi, e molti giovani in fase di apprendistato la pongono come propria sede elettiva.

    Ciò, a dire il vero, è stato reso possibile dalla lungimiranza dei decisori della Berlino ovest del dopoguerra le quali, nello stato d’assedio conseguente dalla costruzione del muro, avevano compreso che una delle chances a disposizione della città agonizzante poteva essere una sua reinvenzione quale vero e proprio museo all’aria aperta dell’innovazione urbana.

    Di tale intuizione fu espressione l’esposizione architettonica (IBA) degli anni ottanta, che produsse in diverse aree soluzioni originali ed eterogenee al tema dell’abitazione privata in un’ambiente di qualità. E lo fu anche e soprattutto l’idea del Kulturforum: nella fascia desolata immediatamente prospiciente al muro vennero insediati edifici ad alto valore architettonico e culturale (la Filarmonia, la Biblioteca di Stato, la Galleria Nazionale dedicata alle mostre dell’arte novecentesca), nella prospettiva di una città futura sperabilmente riunificata, e nuovamente ricca di flussi e di transiti.

    Oggi, allorché una tale prospettiva è diventata reale, il Kulturforum si salda, in un paesaggio del tutto inaspettato, con i nuovi edifici di Potsdamer Platz che nella città riunificata hanno avuto il compito di battistrada per sanare la ferita del muro, per riconnettere le città divise.

    Il terzo è il riuso, e la conseguente risignificazione. Le intrecciate vicende della guerra, della divisione e della de-industrializzazione hanno reso disponibili aree dall’immensa estensione, anche in zone centrali del tessuto urbano. Esse non ospitavano soltanto edifici non più ricostruiti dopo le vicende belliche e post-belliche, ma anche fabbriche, macelli, panifici, centrali elettriche, torri dell’acqua, stazioni, depositi ferroviari, scali merci, porti fluviali e persino due aeroporti (Tempelhof e, a partire dal prossimo giugno, anche Tegel).

    Queste aree in genere non sono completamente vuote, e spesso sono anzi dotate di edifici di un notevole valore estetico, in buona parte agevolmente riadattabili a nuove funzioni, una volta sottratti ad anni o a decenni di degrado. Due strategie convergenti hanno reso queste aree una vera e propria ricchezza.

    La prima ha reso una parte di esse il nucleo di nuovi parchi, in una città già molto ricca di verde, animati da impianti sportivi, bar, caffè, attrezzature per bimbi, mercatini, addirittura spiagge per la stagione estiva. La seconda ha insediato in aree ancora più ampie teatri, cinema, luoghi di mostre e di eventi culturali, esposizioni permanenti, discoteche, e soprattutto atelier per artisti.

    D’altra parte la cultura non è separata dalle professioni, giacché queste stesse aree ospitano studi di design o di architettura, sedi di istituti di alta istruzione e incubatori tecnologici: l’aeroporto di Tegel oggi in fase di dismissione si vuole porre come il più importante centro europeo in tema di green economy. Il fatto che il più delle volte le tipologie siano miste, le rende aree ricche di relazioni sociali, certamente una risorsa assai importante nella nostra società della conoscenza.

    Negli ultimi anni Berlino è sede di una scommessa economica e sociale, difficile e nello stesso tempo esemplare di un mondo in transizione. Come reinventare un’economia post-industriale vivibile in una metropoli di punta dell’età industriale? Si tratta di fare di necessità virtù, creando nuovi sviluppi economici dalla qualità e dall’eccellenza di tutti gli aspetti trainanti della società post-industriale, e dalle loro possibili combinazioni.

    Si tratta così della politica e dell’indotto della politica, giornalismo, televisioni e conferenze internazionali. Berlino è poi la città del cinema, dei telefilm, della musica, dei musei, dei trasporti, dei teatri, degli artisti impegnati socialmente, dei progettisti dei giardini, degli scrittori migranti, degli scienziati, degli ingegneri, delle fiere, dei traduttori, delle grandi manifestazioni sportive, della multiculturalità, delle coppie di nazionalità miste, di una nuova ondata di natalità che porta alla proliferazione di nuove asili, di un turismo che vuole essere selettivo senza essere elitario.

    Tutto questo forse non basta all’autosufficienza sul piano delle nude cifre economiche, né basta a compensare vari disagi sociali, nonché quel senso di emarginazione che aveva colpito molti cittadini della disciolta DDR all’indomani della caduta del muro. E tuttavia la parola d’ordine degli anni venti, “tenere una valigia a Berlino”, è tornata d’attualità. Per molti cittadini dell’Europa d’oggi Berlino è divenuta una città alla quale ci si affaccia e si fa ricorso spesso, per esplorare le novità del tempo e arricchire le proprie esperienze personali e professionali.

    Non solo i visitatori più o meno transitori, ma anche gli abitanti stessi percepiscono spesso Berlino come un’oasi di scarso controllo sociale in un mondo in cui il controllo sociale continua a essere pesante. Per questo è divenuta un palcoscenico dell’innovazione sociale, in cui viene proclamato il diritto di ognuno di cercare di vivere a modo suo, senza per questo rinunciare a integrazioni e a supporti comunitari.

    La posta in gioco di questo palcoscenico è la stessa scommessa sociale e ambientale che tutti noi, cittadini d’Europa e del mondo, siamo spinti ad affrontare in questa difficile età: svincolare la qualità della vita associata da imperativi di profitto troppo rigidi e unilaterali. Speriamo che un nuovo intreccio fra politica e cultura possa di delineare una prospettiva di sviluppo umano in grado di dettare nuove regole a un’economia che ha bisogno di una sua compiuta rigenerazione.

     

    tratto da tamtamdemocratico

     

    Gianluca Bocchi

    Università di Firenze

    Docente di Filosofia della scienza

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