La rivoluzione di credere



  • Cicerone, nel suo De natura deorum, non esitava a connettere religio al verbo relegare, una sorta di "doppia lettura" nel senso di "scrupolosa osservanza" dei precetti, riducendo così la fede a morale. Lo scrittore cristiano Lattanzio, nelle sue Divinae Institutiones (siamo nei primi anni del IV secolo), pensava a un improbabile religare, ossia il "collegamento" tra umanità e divinità. Ecco, però, Agostino che nel De civitate Dei spariglia le carte e rimanda a un religere, per cui la religione è in pratica una "nuova scelta", cioè una conversione dal peccato e dalla vacuità verso la centralità di Dio.

    Le cose si complicano ulteriormente quando si voglia procedere verso una definizione pertinente e coerente: come coagulare nello stampo freddo di una determinazione una realtà così fluida e incandescente che dalle religioni classiche e storiche approda fino all'esoterismo e al paradosso di una "scientologia" che si denomina "Chiesa" e che, in verità, deborda sia dalla scienza sia dalla religione? E che dire, poi, della netta distinzione introdotta da una grande teologo come Barth tra fede e religione? E come collocare la religione in quella sorta di hotel che è ai nostri giorni la spiritualità dai contorni così aeriformi e dal nucleo così liquido? Ma ancora: come interpretare il paesaggio religioso contemporaneo, incastonato in una terra secolarizzata e strattonato tra fondamentalismo e sincretismo e avvelenato al suo interno dall'erba dell'indifferenza? Che cos'è quella "rivoluzione del credere" attuale al cui studio si è dedicato con acribia Marcel Gauchet coi suoi saggi La religione nella democrazia (Dedalo 2009) e Il disincanto del mondo (Einaudi 1992)?


    È, infatti, indubbio che – con buona pace del secolarismo avanzante – la regione del religioso è in ebollizione e persino in espansione. Il senso spirituale non istituzionale pervade spazi inattesi, la religiosità continua a scomporsi e a ricomporsi, si destruttura, ma anche acquisisce nuove forme identitarie all'interno delle stesse tradizioni religiose classiche (si pensi solo al rilievo che ha in ambito protestante il movimento "evangelicale", noto a livello popolare come il born again, o più in generale al fenomeno "pentecostale"). Su questo panorama si sono imposte molteplici griglie interpretative, una delle quali è elaborata ora dal teologo di Losanna, Pierre Gisel, con un saggio breve ma molto (fin troppo!) denso, la cui lettura è talvolta un po' faticosa, ma che risulta interessante e – anche se, a nostro avviso, non del tutto esaustivo o almeno complessivo e organico – proponibile come una buona mappa di partenza.
    Dopo aver ricostruito la "genealogia" religiosa occidentale, egli punta il suo obiettivo a più riprese sul "religioso oggi", registrando l'indubbia tensione tra l'individuo credente e l'istituzione sacra. «Con la modernità – scrive – la tensione si esaspera: l'istituzione si fa corpo proprio e autolegittimato, per di più sulla difensiva, mentre il polo individuale si fa più avventuroso, mettendosi in ricerca a volte in modo dirompente». In realtà, Gisel segnala che «l'istituzionale non dev'essere visto come un polo monolitico e unicamente negativo, vuoto di umano e alienante, ma neanche il polo individuale ci appare più come semplice e unicamente positivo». È, quindi, necessario per un'analisi corretta non schierarsi solo "romanticamente" sul versante della libertà soggettiva, ma neppure arroccarsi nell'acropoli dell'istituzione. Gettato questo sguardo sulle due coordinate capitali, la disanima dello studioso svizzero si focalizza sul quesito centrale: tenendo conto della mobilità e delle tensioni del religioso contemporaneo, qual è lo specifico strutturale che deve permanere?


    Dopo aver esorcizzato le forme patologiche a cui ci conduce la deriva della religione, in particolare la tentazione totalitaria ierocratica, Gisel propone un duplice filo ermeneutico strutturale. Da un lato, «la religione risponde della propensione e della necessità che l'uomo ha di simbolizzare il proprio rapporto con il mondo, con gli altri, con se stesso». "Simbolizzare" significa, certo, unificare ma non in modo totalitario, esclusivistico, integralistico (sarebbe un "dia-bolizzare"), bensì coordinare (syn-ballein) in una relazione l'individuo, la società, il trascendente, la stessa pluralità religiosa. In appendice Gisel commenta il passo della Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino sulla religione (II-II, qq. 81-100). Ebbene, la definizione tomistica è tipicamente "relazionale": religio proprie importat ordinem ad Deum, in senso proprio la religione è un rapporto globale (ordo!) con Dio.
    D'altro lato, la religione – continua lo studioso – «risponde anche di un altro dato, ancorato nel cuore dell'uomo, per il meglio e per il peggio: una prospettiva di assoluto». E qui, un po' liberamente, vorremmo rimandare all'altro testo commentato in appendice, un brano desunto dal saggio De la religion del sociologo Georg Simmel (1858-1918), appartenente a una famiglia di ebrei tedeschi convertiti, divenuto agnostico, docente a Strasburgo (in italiano il testo è stato pubblicato nella raccolta dei suoi Saggi di sociologia della religione, Borla 1993). Scriveva, infatti, questo autore, in chiave sicuramente solo "antropologica" e quindi non certo accusabile di tentazioni apologetiche: «La religione scaturisce dal troppo pieno dell'anima che, non avendo più posto a sufficienza per contenere la propria felicità, deve proiettarla, per così dire, fuori di sé nell'infinito, affinché questo gliela restituisca... La religione non costituisce il riempimento di un vuoto, bensì la sovrabbondanza della vita: è il surplus dell'uomo, è ciò che fa sì che oltrepassi se stesso non per il fatto di essere troppo piccolo per se stesso, ma per il fatto di essere troppo grande». Certo, questa è un'assolutezza immanente; essa è, però, da coniugarsi con la differente lettura di un'assolutezza che ci precede e ci eccede, proposta dalla tradizionale teologia della religione.

    Pierre Gisel, Che cos'è una religione?, Queriniana, Brescia, pagg. 174, € 14,00

    Granfranco Ravasi  su www.ilsole24ore.com   l'8.4.2012

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