«Canto di Natale», la parabola di Scrooge


  • Il cielo è nero, la nebbia penetra in ogni fessura, e fa freddo, a Londra, la vigilia di Natale del 1843. Nell' ufficio della ditta «Scrooge & Marley», specializzata in «operazioni finanziarie», il titolare unico (Marley è morto da 7 anni) ignora sia il Natale che l' orribile clima. Lui, il freddo vero, il gelo, lo ha dentro: come Dombey, protagonista di Dombey and son.

    Da tempo gli ha aggrinzito le gote e indurito l' andatura, arrossato gli occhi e illividito le labbra, affilato il naso e reso insensibile il cuore: tant' è che nessuno, in strada, si sogna di chiedergli qualcosa; perfino i cani dei ciechi lo riconoscono e trascinano i loro padroni via. E se un ragazzo ingenuo bussa alla porta e propone un piccolo Canto di Natale, viene respinto: «Lieto Natale! Sciocchezze!».

    Ora, nell' ufficio, la fiamma si sta spegnendo; l' unico impiegato, Bob Cratchit - tasche vuote e una marea di figli - è intirizzito di fronte alla candela. Meglio chiudere, dunque: per evitare di consumarne un' altra, o dover rispondere alle continue richieste di beneficenza. Meglio andarsene a casa, ignorando le botteghe dei pollivendoli e dei droghieri addobbate con l' agrifoglio; la neve che cade; la gente allegra che contratta; le finestre illuminate del palazzo del Lord Mayor, dietro alle quali lavorano cinquanta cuochi, ma anche quelle del piccolo sarto che, avendo rimediato in extremis cinque scellini, cuoce il suo arrosto al riparo. Meglio mangiare in fretta alla taverna, salire le scale buie, entrare nell' appartamento buio, mettersi a letto. E aspettare che passi, questo giorno inutile per gli scambi finanziari. Inizia, in tal modo, la lunga notte del romanzo.

    Un romanzo - modernissimo, per la disobbedienza a ogni regola delle strutture narrative - destinato a chiudersi nella pacificazione dell' anima e nella letizia; però - sappia, il lettore - tra i più inquietanti e visionari di Dickens. Perché - altro che favola! - ecco uno strano suono di campanelli, passi sulle scale e un fracasso di ferraglie, non appena Scrooge è sul letto. E, poco dopo, il fantasma di Marley, il socio, imprigionato nella catena che lui stesso si è forgiato in vita, entra nella stanza. «Come sei finito in questa catena?» gli chiede Scrooge, che adesso trema fin nelle midolla. Lo spettro risponde: «Ignorando, nella vita, la benevolenza e la carità, per i nostri affari; camminando tra la folla dei miei simili con gli occhi rivolti a terra, e non a quella stella benedetta che condusse i Magi alla capanna, e avrebbe potuto guidarmi in tante altre misere dimore. Ora, vago inquieto nel mondo, costretto a contemplare, senza poter intervenire, tutte le occasioni passate e presenti del mancato amore. Tu, Ebenezer, hai una possibilità per sfuggire al mio destino. Presto suonerà l' una. Apparirà uno spirito, poi un altro, e un altro. Seguili: ti condurranno».

    Quindi, in un gorgo di fantasmi, Marley sparisce. I tre fantasmi che, non in tre notti consecutive, come aveva annunciato lo spettro, bensì in una sola - poiché anche il tempo, talvolta, disubbidisce alle regole e, nei momenti di verità, è solo presente - guidano Scrooge nell' aria, sopra una Londra superba, come non l' avevamo mai vista, con la nebbia, la neve, il prezioso ardore dei suoi interni caldi, il fumo, sono i fantasmi, rispettivamente, dei Natali passati, di quelli presenti e di quelli del futuro. Il primo, sembra un vecchio-bambino: uno dei tanti personaggi senza età che affollano il mondo «reale e concreto» di Dickens. Ha una voce dolce e piacevole, stranamente bassa: come se provenisse da una grande distanza. Mostra a Scrooge i Natali malinconici e solitari della sua infanzia nel collegio, dove forse è la ragione di tutto; i Natali della prima giovinezza, quando era apprendista nel magazzino di Mr. Fezziwig: cordiale e generoso, non burbero e avaro come lui, con i suoi dipendenti; resuscita una ragazza innamorata che, sul punto di essere abbandonata, gli occhi pieni di lacrime, lo sta rimproverando: perché l' avidità per il danaro, «un idolo d' oro», nel suo cuore, nel cuore sordo di Ebenezer, hanno preso il suo posto; disegna e conclude, nei Natali del passato, che ora s' affollano all' improvviso, uno spietato ritratto.

    Come è chiara, implacabile, questa immagine tenebrosa di una vita. Scrooge, man mano che gli anni passano e rivede se stesso, prigioniero della passione malsana che «avrebbe preso radici» e avviluppato la sua anima con l' ombra cupa dell' albero che in silenzio «stava crescendo», è sovrastato dal rimorso. Implora il fantasma: basta! Ma battono di nuovo le ore: il fantasma del Natale presente è un gigante simpatico col manto orlato di pelliccia. A lui è facile, molto facile, volando su Londra con Scrooge attaccato a questo manto, mostrargli l' immensa felicità del presente, della giornata natalizia che invece sta perdendo. E che stupore, che complicità infantile e adulta: senza età, sa comunicare a chi, prima ancora di leggere, si scopre spettatore con i propri occhi! Perché i negozi di Londra rigurgitano di cacciagione, pasticci di carne, bariletti di ostriche, arance sugose, immense focacce, cascate di castagne, leccornie di ogni tipo. E tazze fumanti di ponce, o di limone e gin, annebbiano col loro delizioso vapore - come è possibile scorgere tra i fiocchi di neve - i vetri delle stanze. Le gente è allegra, smemorata, spinge e si urta, si confonde. Tutti vogliono stare in casa a respirare quell' aroma speciale dello spirito che è la letizia. E questa, si adatta sia alle mense dei poveri: come i Cratchit, uniti attorno al pudding macchiettato d' uvetta, annegato in mezzo quarto di cognac fiammeggiante; sia a quelle dei più ricchi: dove si balla addirittura, si gioca all' indovina-persone, si profitta della moscacieca per una carezza di troppo, si dicono una quantità di cose sciocche e lievi con le guance rosse per il Porto.

    Che nostalgia, che nostalgia del presente, invade il cuore freddo di Scrooge! Ora, con un prodigioso volo - pagine di una potenza evocativa fra le più straordinarie di Dickens - il fantasma lo conduce sulle capanne dei minatori, sui fari che dominano le grotte nelle quali rimbomba il mare, sulle navi: ovunque c' è qualcuno che condivide qualcosa - una pietanza o un grog -, qualcuno che si felicita, o mormora un Canto di Natale. Ma le ore battono di nuovo. E il terzo fantasma, nero e lugubre come la morte, indica a Scrooge il suo futuro, la sua morte, se non si pentirà. È un momento di tensione spasmodica, che cancella ogni visione di letizia. «Pentiti!» è la voce imperiosa che sorge dalle tombe, dalla lapide sulla quale è scritto il nome: Ebenezer Scrooge. E noi lettori, che vediamo passato presente e futuro, siamo atterriti e sconvolti. Proprio come nel finale di un' altra storia irridente e cupa: il Don Giovanni.

    Così, è in una vera e profonda catarsi, un immenso sospiro di sollievo, che accogliamo il pentimento dell' usuraio, le lacrime, la promessa di onorare lo spirito del Natale per sempre, quando il terzo spettro scompare e viene l' alba. «Lieto Natale!» dice ora, a tutti coloro i quali incontra per strada, il «nuovo» Scrooge. Piange di gioia, ordina tacchini, invia doni, distribuisce ghinee. Ha gli abiti della festa: «si sente leggero come una piuma, felice come un angelo». E continua a proclamare: «Buon Natale a tutti quanti. Evviva, evviva!», stordito come un ubriaco da quell' impalpabile, delizioso aroma.

    Giorgio Montefoschi (pubblicato sul Corriere della Sera il 25 novembre 2002)

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