Medioevo, il passato che non passa di moda


  • Un’immagine dal videogioco "Assassin's Creed -
    Revelations", ambientato anche nel tardo Medioevo

     

    «Esperienza Medioevo»; e non solo per gli amanti delle rievocazioni o dei giochi di ruolo stile Dungeons and Dragons. A ben guardare, riesce davvero difficile trovare nei nostri postmodernissimi tempi un periodo più gettonato (e travisato) dell'età di mezzo. Una fase storica prêt-à-porter per tutti i gusti e le destinazioni, che ha finito per dilagare in una maniera che ha dell'incredibile nell'immaginario contemporaneo, come racconta l’interessante volume Medioevo militante (Einaudi, pp. 344, euro 19), scritto dallo storico dell’Università di Urbino Tommaso di Carpegna Falconieri.

    C’è persino un nome per indicare queste rivisitazioni ad uso e consumo odierno dell’epoca che si colloca tra la caduta dell’Impero romano e la scoperta dell'America, ovvero neomedioevo o medievalismo. Si tratta, d’altronde, di una storia lunga - quasi come l’epoca in oggetto… - poiché il Medioevo è stato assunto si può dire da subito, e cioè dal Rinascimento, quale pietra di paragone in negativo per indicare l’opposto di quella modernità di cui gli umanisti e gli scienziati cinquecenteschi si sentivano portatori, dopo il lungo letargo indotto dall’evo dell’oscurantismo e della superstizione religiosa; una linea interpretativa su cui si è configurata la Riforma protestante, e che ha poi innervato la cultura illuminista e il marxismo. Dall’altra parte, l’un contro l’altra armato, stava a fronteggiare il filone anti-irrazionalista l’eredità cattolica, trapassata nell’erudizione italiana e francese, nella letteratura britannica e, infine, nel romanticismo, con la sua visione del Medioevo a un tempo apologetica e fiabesca, ritornata prepotentemente sulla scena in virtù di quella fine delle ideologie sotto ai cui calcinacci è rimasta anche la nozione di progresso.

    Sinistra vs. destra, per semplificare. Ma la cifra politica - pur veritiera e opportuna - non basta, come dimostra il libro del medievista Falconieri. Perché, a complicare irresistibilmente il tutto, dall’epoca romantica in avanti (e specialmente in questa nostra età ipermoderna), ci pensa il sentimento supremamente prepolitico della nostalgia. Ragion per cui «le dame, i cavalier, l'arme, gli amori», come li cantava il rinascimentale Ludovico Ariosto, e ancora i castelli, i draghi e le streghe possono quindi acquisire una valenza politica, ma anche no. E, a sua volta, quella coloritura (come è avvenuto nella maggioranza dei casi) si rivela in grado di assumere sfumature conservatrici o reazionarie, ma persino progressiste, anarchiche o rivoluzionarie, che hanno, per esempio, permesso di esaltare le rivolte contadine e i movimenti ereticali, oppure figure come il «poeta ribelle» Cecco Angiolieri, quello «maledetto» François Villon (la cui Ballata degli impiccati venne declamata da Brassens e De André) e il vendicatore dei poveri Robin Hood.

    In questo immenso giacimento medievalista - per il quale è sospeso il principio di non contraddizione - Falconieri individua le (quasi innumerevoli) «invenzioni della tradizione» che sono andate per la maggiore negli ultimi decenni, partorendo mode o fornendo suggestioni al dibattito culturale e politico. C’è il Medioevo celtico della religione neopagana della Wicca e dell’universo New Age (sviluppatosi tra gli Anni Settanta e Ottanta e intriso di millenarismo, catastrofismo, attese messianiche o apocalittiche), come pure del film Braveheart. L’antiutopia del Medioevo futuro trasposta in immagini dalla cinematografia della fantascienza postatomica, da Fuga da New York al ciclo di Mad Max (protagonista il Gibson che si convertirà alcuni anni dopo al tradizionalismo cattolico), dal non fortunatissimo Waterworld (con Kevin Costner) a Doomsday. C'è il Medioevo identitario (e idealizzato) del rifiuto della Modernità liberale e capitalistica che, lungo tutto il Novecento, tiene insieme culture e pensatori di orientamenti alquanto differenti (e, a volte, pure gli esponenti degli opposti estremismi), da Georges Sorel a Carl Schmitt, dalla «rivoluzione conservatrice» dei nemici della Repubblica di Weimar ai francofortesi, da Ingmar Bergman col suo Il settimo sigillo a Pier Paolo Pasolini, da Ezra Pound a Mircea Eliade, da Tolkien ai neofascisti italiani dei «campi Hobbit» e agli ecologisti e hippy ugualmente suoi fans, fino a David Taggart, il fondatore di Greenpeace, che dichiarò di aver tratto ispirazione, per le sue muscolari campagne ambientaliste, dal cattolicissimo scrittore britannico, la cui malefica Mordor gli ricordava una Waste Land sfregiata dall'inquinamento. E, suo parente prossimo, il Medioevo della Tradizione di René Guénon, Julius Evola e della nuova destra a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Quello della moda e della musica, dal gothic al dark, dai menestrelli del medieval folk (come i Jethro Tull, i Chieftains o l'italiano Angelo Branduardi) al fantasy che, sul finire degli Anni Sessanta, diviene il genere letterario più seguito in Occidente. Il Medioevo delle nazioni, impugnato duramente come una bandiera dai Paesi dell’Est Europa dopo il crollo del comunismo e da forze politiche quali la Lega Nord, che si traduce nel nazionalismo e nella xenofobia delle «piccole patrie» in odio ai processi di globalizzazione. Ma c’è anche un Medioevo dell’Europa unita - peraltro non condiviso da tutti i padri costituenti (a causa dello scontro sulle radici cristiane) - il quale elegge a propri simboli Carlo Magno e gli imperatori patroni di architetture politiche sovranazionali, come i viandanti e pellegrini che percorrono le vie devozionali del continente. E mille altri: da quello, assolutamente postmoderno, di prodotti culturali di straordinario successo come Il nome della rosa di Umberto Eco - da sempre arguto (e ironico) esegeta dei secoli bui - o di teorie quali il New Medievalism, abbondantemente impiegato da una parte del mondo accademico anglosassone per decodificare le relazioni internazionali, sino alla mostruosa follia «neotemplare» della strage in Norvegia del terrorista Breivik.

    Dunque, uno, nessuno, centomila gli Evi di mezzo, anch’essi oggetto di singolar tenzone, come in una giostra medievale…

     Massimiliano Panarari (pubblicato su La Stampa del 25 novembre 2011)

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Data: domenica 27 novembre 2011

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