Alberi


  • Elzéard Bouffier non è mai esistito. Eppure, dopo la pubblicazione del breve racconto L’uomo che piantava gli alberi (Salani editore, 2010), per anni, moltissimi lettori scrissero a Jean Giono chiedendone impazientemente notizie. È realmente vissuto? Esiste davvero, nel Sud della Francia, quella sterminata foresta di querce e faggi da lui creata semplicemente piantando ogni giorno 100 alberi, per oltre trent’anni? Nel racconto di Giono, Elzéard Bouffier è un pastore francese che, ormai cinquantenne, dopo aver perso moglie e unico figlio, decide di ritirarsi sulle montagne intorno a Vaucluse. Il narratore lo incontra una sera, per caso. Ha bisogno di riparo per la notte perché si è inoltrato in un impervio sentiero di montagna e il villaggio più vicino è ormai irraggiungibile. Per di più, il paesaggio che lo circonda è arido, argilloso, senz’acqua; e la sua desolante monotonia viene interrotta qua e là solo da qualche sparuto ciuffo di lavanda selvatica. Ormai è sera, ma per fortuna viene incontro al narratore un pastore di mezz’età che gli offre da bere, un pasto e un riparo dove dormire. Quell’uomo si chiama Elzéard Bouffier. Dopo cena, e dopo aver rifiutato il tabacco che il giovane gli ha offerto, senza parlare prende un mucchio di ghiande e le mette sul tavolo. Meticolosamente inizia a controllarle, una ad una. Scarta quelle marce, quelle sane le ordina in dieci file da dieci. Quindi, le chiude in un fagotto di tela. L’indomani il giovane, stregato da quell’uomo solitario e del suo misterioso rituale, lo saluta, ma poi decide di seguirlo fin quando non scopre il suo segreto. Ogni giorno Elzéard, dopo aver portato il gregge al pascolo, se ne allontana di qualche chilometro per piantare le ghiande che ha selezionato la sera prima. In tre anni, da solo, è riuscito così a coltivare più di 100.000 querce. Arriverà la Prima Guerra Mondiale, poi la Seconda. Ma quell’uomo solitario, al riparo dai disastri della storia, continuerà imperturbabile a piantare alberi. Ogni anno il giovane torna a trovarlo ed ogni anno l’estensione del bosco aumenta fino ad assumere dimensioni vertiginose: “se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre che alla distruzione”.

     II.

    José Saramago lesse L’uomo che piantava gli alberi nel 2007. Così annota nel suo Ultimo Quaderno (Feltrinelli, 2010): Elzéard Bouffier “ha piantato migliaia di alberi sulle Alpi francesi, migliaia di alberi che successivamente, per azione della natura stessa così assistita, si sono moltiplicati in milioni, con gli alberi sono tornati gli uccelli, sono tornati gli animali dei boschi, è tornata l’acqua, proprio lì dove non c’era stato altro che aridità. Siamo davvero in attesa che arrivino un bel po’ di Elzéard Bouffier reali. Prima che per il mondo sia troppo tardi”. Elzéard Bouffier non è mai esistito, dunque. Eppure, un giovane adolescente tedesco di tredici anni – si chiama Felix Finkbeiner – potrebbe esserne la compiuta incarnazione. Questo ragazzo ha infatti già piantato, da solo, in quattro anni, più di un milione di alberi. Ha anche fondato un’associazione, ormai diffusa in mezzo mondo, con un nome inequivocabile: stop talking, start planting. Nei manifesti che la sponsorizzano, un bambino impedisce ad un adulto di parlare, chiudendogli, con la mano, la bocca. L’obiettivo dell’associazione è quello di piantare un triliardo di alberi in un decennio. Finkbeiner è stato ricevuto l’anno scorso dall’assemblea dell’Onu. Di fronte alla seduta plenaria del Palazzo di vetro, senza alcuna agitazione, scandendo parola per parola, questo straordinario ragazzino di tredici anni ha detto: “Io non mi fido di voi adulti. Parlate e non fate nulla. Per quale ragione, alla mole di analisi e di studi che avete finanziato e state finanziando da decenni corrispondono azioni così irrisorie, se non ridicole, sicuramente inefficaci? State vivendo in una favola che presto si trasformerà in un incubo. È il vostro futuro, ma sarà il mio presente. Non c’è più tempo, svegliatevi”.

     III.

    Più di cinquecento anni fa, Michelangelo piantò a Roma un cipresso dentro il parco delle terme di Diocleziano. L’albero è ancora oggi visibile: il suo profilo scuro s’innalza solitario sopra il cortile interno delle terme. Gli alberi antichi, come per magia, ci mettono fisicamente in contatto con la storia di chi ci ha preceduto. Se ci spostiamo dalle terme di Diocleziano e andiamo a Magliano in Toscana, in provincia di Grosseto, possiamo ammirare l’Olivo della Strega, un albero imponente che supera i 3000 anni di vita. È stato piantato in età etrusca. Storie e leggende popolari lo ritengono magico perché capace di far crescere, senza che nessuno le coltivi, piantine di fagioli sotto la sua chioma. Di notte, oltre a tutto, pare ci abiti, da sempre, una strega. In un paesino vicino a Napoli, invece, dei Crociati, tornado da Gerusalemme, piantarono delle sementi rubate dal giardino del Getzsemani. È l’olivo di Cicciano: ha più di 1600 anni. Pochi sanno che in Italia vivono almeno 23 patriarchi arborei, vale a dire piante con più di 1000 anni di vita. Cinque si trovano in Sardegna, quattro in Sicilia. Gli altri sono disseminati qua e là, lungo tutto il territorio nazionale. Il più antico albero italiano si chiama S’Ozzastru ed è un maestoso olivo di quasi 4000 anni: si trova nella provincia di Oristano, nel comune di Luras. Il più antico castagno del mondo, invece, supera i 3000 anni di vita. Sta abbarbicato alle pendici dell’Etna, a Sant’Alfio, in provincia di Catania. Sotto la sua chioma infinita pare che la Regina Giovanna d’Aragona si riparò, sorpresa da un subitaneo temporale estivo, con tutta la sua corte di cento cavalieri. Di qui il nome: il Castagno dei cento cavalli. Se gli alberi antichi ci mettono fisicamente in contatto con la storia di chi ci ha preceduto, andrebbe sempre ricordato che la loro esistenza protegge anche il nostro futuro. Come ci ricorda Mario Pianesi, nel volume Alberi Sacri. Alberi secolari in Italia (Edizioni La Pica, 2011), è proprio con il gimnosperma di queste piante fortissime, capaci di lottare contro il tempo, che bisognerà ricostruire, come sta facendo Felix Finkbeiner, le foreste di domani.

     Daniele Balicco  (pubblicato sul sito www.leparoleelecose.it  il 27 ottobre 2011)

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Data: domenica 6 novembre 2011

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