Il cardinale in viaggio nelle notti di Gerusalemme


  • Gerusalemme è per Carlo Maria Martini la città della devozione e della speranza. Una meta cercata per un'intera vita. Il luogo della storia, del mistero e della profezia. Lasciando Milano, il cardinale disse che avrebbe scelto di vivere solo lì la quarta stagione della sua esistenza. Quarta non per una suggestione biblica, come potremmo tutti immaginare, ma per il fascino struggente esercitato su di lui da un proverbio indiano ricordato nelle Età della vita. Nella prima parte della vita si studia, nella seconda si insegna, nella terza si riflette. E nella quarta? Nella quarta si mendica. Si chiede con pietà, si cerca con fatica e sofferenza. La profonda condizione dell'uomo contemporaneo è tutta racchiusa in questo verbo, mendicare, la cui portata è semplicemente rivoluzionaria. Abbiamo bisogno degli altri, dell'attenzione, della cura e dell'amore degli altri. Abbiamo bisogno di Dio. E di cercarlo. Effatà. Apriti!

    Il mendicante Martini ci ricorda nei suoi scritti, raccolti per la prima volta in un Meridiano Mondadori, che siamo pellegrini ogni giorno, forestieri in ogni luogo, nomadi che ogni mattina levano la loro tenda per piantarla la sera da un'altra parte. Il cammino della fede è però rivolto a un solo luogo, che è insieme «acqua, luce, montagna, gioia, sposa...».

    Martini a Gerusalemme vi è rimasto solo qualche anno.Oggi è ospite dell'Aloisianum, a Gallarate, il complesso gesuita che non ha palme nel proprio giardino come il Pontificio istituto biblico della città celeste che lo accolse «mendicante alla porta». Da arcivescovo scrisse: «Gerusalemme è la mia patria, prima della patria eterna». E aggiunse che lì le «grandi e piccole cose assumono una dinamica divina». Lì le domande vengono poste con maggiore lucidità. E ricevono risposte meno affrettate e astratte.

    Quando lo andai a trovare, nel 2002, vedendolo armeggiare con un grosso mazzo di chiavi in mano, solo nel silenzio dell'istituto ormai immerso nel deserto serale, gli chiesi subito se si sentiva a casa propria e se non aveva nostalgia per l'altra grande città della sua vita, Milano. Avevo appena letto Verso Gerusalemme e la risposta di sua eminenza fu sincera e illuminante. Nella mia vita, disse, vi sono state tre città: Roma, Milano e l'ideale ultimo, la città della parola, Gerusalemme. Nel corso della conversazione emerse qualche piccolo motivo di delusione. Raccontò, con amaro divertimento, che durante il necessario colloquio a Fiumicino con l'agente di sicurezza della El Al, la compagnia aerea israeliana, il funzionario gli aveva chiesto che lavoro facesse. E di fronte alla sua risposta («Il cardinale») si era sentito domandare se vi fosse qualcuno che potesse testimoniare sulla sua identità. Preso alla sprovvista, Martini si ricordò di avere incontrato da poco l'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede. Ne fece il nome, fu fatto un rapido controllo e poté salire sull'aereo.

    La realtà delle piccole cose assume anche dinamiche fin troppo terrestri. Il funzionario faceva il suo mestiere, con scrupolo, e non poteva certo conoscere gli scritti biblici di sua eminenza, né il fondamentale ruolo che la sua opera pastorale ha nel promuovere il dialogo fra ebrei e cristiani. Né il testo Israele radice santa nel quale è scritto che «la Chiesa, ciascuno di noi, le nostre comunità non possono capirsi e definirsi se non in relazione alle radici sante della nostra fede, e quindi al significato del popolo ebraico nella storia, alla sua missione e alla sua chiamata permanente». Ebbi l'impressione, parlando con il cardinale, che la vita quotidiana a Gerusalemme, nella banalità dei rapporti con le autorità locali e persino con le gerarchie cristiane, non fosse priva di delusioni. Ma, ripeto, fu solo una mia impressione.

    Un testo fondamentale, che occupa giustamente uno spazio centrale nel Meridiano ed è lungamente commentato nella prima prefazione di Ferruccio Parazzoli (la seconda, ottima, è di Marco Garzonio), riguarda un'altra conversazione a Gerusalemme, e di spessore ben superiore. Quella che Martini ebbe, nel 2007, con padre Georg Sporschill, anche lui gesuita, celebre per la sua opera sociale in favore dei ragazzi di strada in Romania e Moldavia. Le domande cui rispondono i due gesuiti nelle notti di Gerusalemme - nelle quali «l'oscurità affina i sensi e l'immaginazione» - sono in realtà le domande di tutti noi, e un po' quelle che il cardinale riceve mensilmente dai lettori del «Corriere». Domande dirette, ingenue e pesanti come i «sassi che cadono nel buio del pozzo» della cattedra dei non credenti, che raccolse negli anni milanesi di Martini le speranze, i dubbi e le invocazioni di chi il dono della fede non lo ha, pur cercandolo. «Perché credere in Dio?». «Non esistono domande sciocche, ma solo risposte non pertinenti», dice Martini. Dio, scrive il cardinale, non è «un amico freddo». Nel Martini che, più che predicare, esprime la virtù dell'ascolto e, spogliandosi delle sue vesti, appare accanto all'uomo e sembra condividerne le paure e le incertezze, è riconoscibile la sua sottile indisciplina. L'insofferenza verso il formalismo ecclesiale, la personale interpretazione della vita pastorale: «Mettersi in mezzo al popolo, alla vita degli uomini, imparando molto ad ascoltarli».

    Il sottotitolo di quelle Conversazioni notturne, che apparvero prima in lingua tedesca, è: Il rischio della fede. Riletto, in questa edizione commentata dei Meridiani, il libro conserva un'attualità sconcertante. Il riassunto dell'angoscia quotidiana del vivere moderno, la ricerca di risposte agli interrogativi sul senso della nostra esistenza. Credere è il coraggio di assumersi un «rischio totale», come totale fu quello di Cristo e di Davide. Non vi è distinzione tra fede e vita nel pensiero di Martini, nel quale il dubbio è tutt'altro che assente. «Dal dubbio nasce qualcosa di nuovo e di più profondo». E nelle Conversazioni i dubbi, scandalosamente, non mancano, sui temi delicati del fine vita, il sacerdozio femminile, l'ordinazione dei «viri probati», la sessualità, la riscrittura dell'enciclica Humanae Vitae, la contraccezione. Martini ammette di essere stato sempre persona prudente e timorosa, ma confessa di essersi convinto che un vescovo deve osare. Persino dare scandalo. «Abramo era una persona coraggiosa». Il suo ingresso a Milano, nel 1980, coincise con la ricorrenza di san Tommaso Becket, il vescovo assassinato del dramma di Eliot. Martini lo ricordò due anni dopo commemorando il cattolico Bachelet, ucciso dai terroristi. Il rischio della fede è anche questo. E «per il servizio della verità bisogna essere pronti ad amare le avversità».

    Ferruccio De Bortoli (pubblicato su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2011)

      

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Data: martedì 25 ottobre 2011

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