Il riso abbonda sulle bocche dei gioppini


  • Qual è il segreto alla base dei successi della Lega? Come è riuscita a diventare uno dei protagonisti principali della politica italiana? Non esiste ovviamente “un” segreto: la parabola politica ed elettorale del Carroccio si può spiegare ricostruendo le opportunità politiche dalla fine degli anni ottanta e come sono state utilizzate da Bossi e dalla leadership leghista. È però possibile affrontare le questioni su cui si sono impegnati sociologi e politologi provando a guardare il partito di Bossi “dall’interno”, con la ricerca etnografica, come racconta Lynda Dematteo nel volume L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord (ed. orig. 2007, trad. dal francese di Matteo Schianchi, pp. 268, € 16, Feltrinelli, Milano 2010). Oppure cercando di rileggere in modo critico “la Lega raccontata dalla Lega”, come propongono Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci partendo dai discorsi e dai documenti del Carroccio raccolti nell’antologia Svastica verde. Il lato oscuro del Va’ pensiero leghista (pp. 437, € 15, Editori Riuniti, Roma 2011). I due volumi propongono letture divergenti su diversi punti, ma arricchiscono indubbiamente le conoscenze disponibili sul partito di Umberto Bossi.

    Per Peruzzi e Paciucci le radici dei successi leghisti si possono ritrovare, in ultima analisi, nelle trasformazioni del sistema produttivo negli ultimi vent’anni, caratterizzate all’espansione delle medie e microimprese, dalla delocalizzazione degli impianti produttivi e dalla frammentazione della classe operaia. Tra i lavoratori e gli imprenditori delle piccole fabbriche si è progressivamente sviluppata l’idea di una comunanza di interessi, sostituendo “corporativismo e identità territoriale all’identità di classe”. La Lega rappresenta soprattutto gli interessi e gli umori di un blocco sociale che ha come figure centrali i piccoli imprenditori, i commercianti e il “popolo delle partite Iva”. L’idea della “Padania” fornisce la copertura ideologica per la conquista dei consensi tra i ceti popolari: “Non più operai e ceti popolari contro i padroni, ma padani contro meridionali, romani e stato colonialista occupante”. I problemi, i disagi e le stesse disuguaglianze sociali che si registrano fra le popolazioni autoctone dell’Italia settentrionale sono attribuiti a un nemico esterno, facilmente identificabile, prima i meridionali e poi gli immigrati. Le analisi dei testi, delle dichiarazioni e delle iniziative prodotte dai leghisti svelano, secondo Peruzzi e Paciucci, il “lato oscuro della Lega”. Un movimento apparentemente pacifico, orientato a promuovere legalità, sicurezza, decentramento e federalismo, rivela i tratti inconfondibili di un ”movimento eversivo, razzista e tendenzialmente totalitario”. La copiosa produzione simbolica della Lega è riuscita a influenzare l’immaginario popolare grazie alla scomparsa delle ideologie tradizionali e di altre grandi narrazioni. Lo spazio sempre più ampio conquistato nella politica e nel circuito mediatico italiano dal partito di Bossi è da addebitarsi in gran parte alla responsabilità dei politici, dei giornalisti e degli intellettuali italiani che non hanno denunciato e combattuto le idee razziste del partito di Bossi, la differenziazione dei diritti su base etnica o territoriale e la violazione dei principi della nostra Costituzione.

    Molto diversa è la rappresentazione della Lega proposta da Dematteo. La scoperta principale è dichiarata fin dalle prime righe e nel titolo del volume: gli elettori lombardi per punire l’arroganza e la corruzione della classe politica hanno votato per la Lega perché sono stati sedotti da un “idiota in politica”, Umberto Bossi. Fare l’idiota o presentarsi come lo “scemo del villaggio” può essere un registro comunicativo efficace per denigrare gli avversari e fare emergere contenuti altrimenti inaccettabili dal discorso politico tradizionale. Viene richiamato anche un altro significato del termine idiota, facilmente sovrapponibile al prima: l’idiota è il soggetto votato “alla più irriducibile autoctonia e al ripiego identitario”. In sostanza, il successo di Bossi si fonderebbe soprattutto sul recupero e sulla valorizzazione di un aspetto della cultura popolare, presentato spesso nelle parate carnevalesche: una maschera capace al tempo stesso di dissacrare e irridere i potenti di turno e di esprimere in modo immediato la propria autentica appartenenza al “luogo”, ai suoi umori e alle sue idiosincrasie.

    Dematteo rievoca più volte la maschera del gozzuto Gioppino, folcloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come “un dono di natura”; e sostiene che, al pari di Gioppino, anche i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità. Il registro comunicativo del “finto sciocco” serve ai leghisti per pronunciare qualsiasi cosa, per rendere udibile l’indicibile infrangendo le norme condivise fino a sedimentare un senso comune che finisce per accettare tutto: “Usano il riso per abbattere le barriere morali e liberare le pulsioni aggressive”. Quando i dirigenti leghisti che hanno cariche istituzionali adottano comportamenti impropri e poco pertinenti per il loro ruolo, offrono una possibilità di espressione ai sentimenti di rivalsa della gente comune.

    Peruzzi e Paciucci mettono in evidenza le forti similitudini delle idee e delle pratiche della Lega con quelle adottate dal Front National di Le Pen e in generale dai partiti populisti della destra populista europea. Le analogie sono molto forti nel contrasto all’immigrazione, nella difesa della “civiltà cristiana” in polemica contro l’islam e soprattutto nell’affermazione di un primato delle popolazioni autoctone per l’accesso al lavoro e ai benefici delle politiche sociali. Lo sviluppo di atteggiamenti xenofobi nell’ambito dei ceti popolari viene letto come il sostituto di quella che era stata in passato la coscienza di classe: orientando il malessere e il disagio contro lo straniero, viene attuata una sorta di “socializzazione del rancore”. La Lega ha raccolto e amplificato paure, pregiudizi e stereotipi diffusi nei ceti popolari, cercando di realizzare un pedagogia di massa che ha reso “dicibile l’indicibile”. Le molteplici ordinanze e direttive attivate dai sindaci e dagli amministratori leghisti per discriminare, e talvolta per umiliare, gli immigrati hanno reso molto più difficile l’integrazione di questi ultimi nelle comunità locali. Si tratta quasi sempre di iniziative con limitati effetti concreti, ma con un forte valore sul piano simbolico allo scopo di alimentare la diffidenza verso i migranti e ottenere consenso elettorale.

    Peruzzi e Paciucci documentano poi la gestione opportunistica che la Lega ha fatto delle religione: da una prima fase segnata dalle polemiche contro la “Chiesa romanocentrica”, dalla riesumazione dei riti celtici il partito di Bossi è approdato a una valorizzazione intransigente della tradizione cristiana, dei suoi principi e dei suoi simboli, allineandosi con le tendenze cattoliche più integraliste che si sono manifestate in Europa.

    Anche Dematteo paragona spesso la Lega ai partiti populisti europei, e trova diverse analogie soprattutto con il Front National. Il Carroccio appare però una formazione atipica perché “si tratta di un partito etnoregionalista e populista”. L’antropologa francese analizza soprattutto i registri comunicativi del populismo leghista, gestiti sia all’interno che all’esterno del momento. Con la derisione e l’autoderisione, i leghisti riescono a far passare messaggi fortemente trasgressivi: “Le battute xenofobe permettono di aggirare il tabù che inibisce l’aggressività suscitata dall’outsider”. La rabbia delle classi subalterne viene orientata su “colpevoli” esterni alla comunità locale (i meridionali o gli immigrati). Il Carroccio può operare così un rovesciamento che rappresenta un “vecchio trucco del populista di destra”: i contrasti di natura economica sono sostituiti da conflitti nella sfera culturale. La presunzione di coloro che sanno è percepita come più intollerabile di quella esibita da coloro che hanno: l’ostilità popolare viene gestita orientandola contro le alte sfere della politica e della cultura, senza investire le élites economiche.

    Dematteo interpreta il rapporto fra leghismo e cattolicesimo in un prospettiva storica di lungo periodo, al di là delle svolte tattiche attuate da Bossi. L’autonomismo del Carroccio può essere ricondotto alla tradizione cattolica antiliberale e al riflesso antigiacobino del clero legittimista che valorizzavano il governo locale e le autonomie, collegandosi alle insorgenze popolari delle valli pedemontane. Negli anni cinquanta si erano formati, in alcune province periferiche, diversi movimenti autonomisti ai margini della Dc, espressioni di un diffuso senso comune. Lo stesso giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e dallo stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. La ricostruzione storica delle fonti dell’autonomismo nordista nella provincia di Bergamo realizzata dall’antropologa francese fornisce molti spunti per spiegare perché vi sia una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste.

    Con la partecipazione personale alla vita e alle attività dei militanti di base del Carroccio, Dematteo ha ricostruito molti aspetti importanti del movimento leghista. La ricercatrice ha vissuto un’esperienza difficile, quasi traumatizzante: “Mi sono lasciata ‘imbrogliare’ dai loro ragionamenti alla rovescia al punto da sentirmi coinvolta nella loro finzione ideologica”. Per resistere, l’antropologa ha dovuto dissimulare il disagio e la rabbia, ma anche assumere alcuni degli atteggiamenti di ironia e derisione diffusi fra i militanti leghisti, scavalcarli talvolta nelle affermazioni più estreme.

    Secondo Dematteo, la Lega Nord riproduce un modello di partito di tipo leninista per la leadership carismatica, la struttura piramidale, il modo di fare propaganda dei militanti, la volontà di inquadrare il quotidiano della gente attraverso diverse forme di associazionismo. I militanti leghisti non sono solo un gruppo sociale, ma “formano anche quello che gli psicologi chiamano un ‘gruppo psichico’ poiché è identificandosi con il capo che introiettano i valori del partito politico”.

    L’atmosfera e gli atteggiamenti che si possono cogliere frequentando le sedi del Carroccio sono molto diversi da quelli degli altri partiti. Domina un clima informale e familiare, simile a quello di molti bar dei piccolo centri del Nord. Si manifestano però anche forme di socialità “sovversiva”, con l’esibizione di comportamenti socialmente indecorosi trasformati in atti di ribellione. I nuovi arrivati si abituano facilmente a vivere in una sorta di “guscio regressivo” cementato dall’ostilità che si percepisce pervenire dall’esterno. Dematteo riconosce di aver provato, svolgendo la sua ricerca sul campo, “lo stano sentimento che il ‘vero’ razzismo si trovasse all’esterno della Lega”.

    I leghisti distinguono chiaramente al loro interno i “matti” dai “presentabili”, la base militante dai candidati alle cariche pubbliche. I “matti” sono spesso oggetto di apprezzamenti ironici e di derisioni, ma hanno la funzione di esprimere apertamente i sentimenti e l’ideologia sotterranea condivisa dagli altri. La corsa alle poltrone è severamente condannata fra i “duri e puri”. I “presentabili”, candidati come sindaci e amministratori, sono destinati a essere eletti solo perché si presentano sotto le bandiere della Lega, non per le loro qualità personali. Non mancano gli eletti che hanno “approfittato dell’ondata leghista per fare i propri interessi”: per questa ragione si sono registrati conflitti e risse in diverse municipalità della provincia di Bergamo.

    La ricerca etnografica di Dematteo arricchisce indubbiamente la comprensione dei registri comunicativi originali della Lega e delle forme assunte dalla militanza di molte persone in passato estranee alla politica. La figura dell’“idiota in politica” può essere però solo una delle possibili articolazioni delle strategie comunicative attuate da una leadership carismatica e populista. Dematteo sostiene che “i francesi non ridono di Le Pen come fanno gli italiani di Bossi, poiché quest’ultimo non incute alcun timore, suscita solo compassione”: ma forse non è questa la ragione principale del sostegno che raccoglie il Carroccio.


    Roberto Biorcio (pubblicato su L'indice on line del mese di Ottobre 2011).

    R. Biorcio insegna scienza della politica all’Università di Milano Bicocca 

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Data: giovedì 13 ottobre 2011

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