Escatologia ed economia II - Dare frutti fuori stagione


  • Presentare in chiave escatologica il regno di Dio, quel regno che per il Gesú di Giovanni non è di questo mondo (18, 36), qualificarlo regno ultimo, configurarlo coi profeti in termini di fine della storia, se non addirittura di oltre e altrove, è teologicamente necessario per sottolinearne la trascendenza. Ma è anche gioco retorico che, quando viene tradotto, dalla dottrina ecclesiastica in contrapposizione metafisica: terra-cielo, aldiqua-aldilà, diventa addirittura dirompente. Scardina dalle fondamenta la visione biblica unitaria del rapporto Dio-uomo-mondo, rendendola dualistica, e svuota di ogni efficacia il messaggio stesso dell'Evangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1, 15).

    Allora delle due l'una. O escatologico vuol dire:qualcosa che deve ancora venire, perché appartiene ad uno stadio o ad una dimensione della realtà che è altra e superiore rispetto a quella della vita terrena e che si raggiunge oggettivamente solo come anima dopo la morte; o escatologico indica: la dimensione ultima, finale a cui la realtà terrena presente mira e in cui e per cui, tra l'altro, Gesú nasce, opera, predica, patisce, muore e risorge, trasformandola, per questo stesso fatto, in Vangelo.

    Una dimensione questa non esterna a quella dei comuni mortali; una dimensione interna alla storia, ma anche dinamicamente capace di spingerla a trascendersi. Una dimensione che indica piú una tensione che una condizione, una scelta piú che uno stadio definitivo di vita. Una dimensione che potremmo indicare come capacità di anticipare per fede quanto è oggetto di speranza, di donare per grazia quanto dovrebbe conseguire un'assidua cura, di maturare frutti fuori stagione, lasciando all'Altro e agli altri il compito di un abbondante raccolto.

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    Non c'è nessuno che non noti quanto sia forte la tensione tra l'annuncio del regno di Dio, promosso da Gesú, e la possibilità di una reale concretizzazione del suo invito a farsene protagonisti e agenti attivi nella storia presente. Tutti possiamo cogliere la drammaticità del conflitto che consegue la pretesa evangelica di fare del credente uno che vive nel mondo senza essere di questo mondo (Gv 15, 19; 17, 15-19): uno che vive l'esperienza di un regno che non batte moneta in un mondo, dove il denaro è essenziale strumento di scambio e relazione sociale; uno che riesce a dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (Mc 21, 13-17).

    Come mostrano Mc 8,34 ss.; Gv 12,23 e ss. chi s'impegna nella sequela Christi si trova davanti a scelte che rendono problematico ogni tentativo di mediazione, ogni ipotesi di trasformazione etica tale, anche nell'uso del denaro, da rendere possibile una società modellata sul regno.

    L'irriducibile alterità del regno rispetto alla realtà storica

    Il rischio dell'estremismo rigorista, che rifiuta come tradimento ogni mediazione e come irrimediabile caduta ogni compromesso, è qui chiaramente in agguato. Ma la vera questione non è il rigorismo, né l'esperienza storica, della persecuzione dei cristiani, non sempre dovuta al loro rigorismo. La vera questione è la presa d'atto della necessità di far fronte all'inevitabile tensione tra esigenze del regno e condizione umana. Senza una realistica accettazione della convivenza tra le esigenze pressanti del primo, che chiede conversione, e la realtà di sofferenza e spesso di colpa della seconda, che può trovare riscatto solo nel perdono divino e nell'umana accettazione dei propri limiti, il vangelo stesso diventa inannunciabile e invivibile. Il che è l'esatto contrario della sua stessa ragion d'essere.

    A proposito di questo è indicativa una delle aggiunte apocrife al finale autentico di Marco (1, 8), che presenta il tentativo dei discepoli di giustificare cosí, davanti al Risorto, la propria difficoltà a credere: «Questo secolo di iniquità ... è sotto il dominio di Satana, il quale non consente che ciò che è sotto il giogo degli spiriti impuri concepisca la verità e la potenza di Dio. Rivela dunque fin d'ora la tua giustizia» (Bibbia di Gerusalemme, nota a Mc 16, 19-20).

    Ma non c'è bisogno di questo rimando per capire che già nei testi canonici dei vangeli, degli Atti di Paolo e dell'Apocalisse, questo tema è variamente presente. Se da una parte, infatti, in piú di un'occasione si raccomandano, come altamente meritori ed eticamente doverosi, alcuni modi di uso del denaro (si vedano i casi di Zaccheo o della predicazione del Battista: Lc 19, 8; 3, 10-14), in altri si indicano strade davvero orientate ad andare oltre ogni buon senso etico, sul tipo dell'invito rivolto al giovane ricco a donare tutti i suoi beni ai poveri per seguire Gesú (Lc 18, 18-23). Ma soprattutto, piú e piú volte, si chiarisce che la sequela del regno comporta risarcimenti escatologici per i beati (poveri, miti e assetati di giustizia), ma persecuzioni terrene, quasi necessarie, come segni di autentica fedeltà, per i credenti (Mt 5, 2-12). Passi questi che spesso concludono con versetti di tipo apocalittico o previsioni sulla brevità del tempo che separa il difficile presente del primo discepolato dalla piena realizzazione del regno (Mt 10, 23; Mc 13, 30).

    In quest'ottica, giocata tutta sull'idea che non è necessario pensare ad una vera e propria incardinazione della prima generazione di credenti nella faticosa realtà della storia di peccato, perché questa sta per finire e pagare a Dio il prezzo della propria iniquità. la vera prassi richiesta ai credenti non è una particolare opzione etico-sociale, ma la pura capacità di resistere, sopportare il martirio e attendere perseverando nella fede (Mt 10, 16-32; Mc 13, 9-13; Mt. 8, 19-23; Lc 9, 57-62).

    Ora, tale atteggiamento esistenziale e storico, non individuale ma comunitario, presente soprattutto nei Sinottici, trova nella Prima Lettera di Paolo ai Corinti la sua espressione emblematica: «Questo vi dico fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero, coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non comprassero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno, perché passa la scena di questo mondo!» (7, 29-31). Il tutto non per negare l'indubbio valore umano di ciascuno di questi atti, che di per sé non sono fonte di colpa alcuna, ma per prepararsi a vivere piú intensamente e prioritariamente il rapporto con Dio, che sta per farsi, individualmente e comunitariamente, ormai immediato e strettissimo. (7, 35 e seguenti).

    Se l'attesa si prolunga

    Certo, questa non è né l'unica, né l'ultima posizione del Nuovo Testamento sui modi di vivere la fede. Paolo stesso matura posizioni diverse e nell'epistola ai Romani rilancia la fede come scelta che modifica la vita stessa e rende i cristiani capaci di esperienze umane alternative a quelle delle società pagane e giudaiche, esperienze che possono diventare occasione di trasformazione redentiva per il creato, che molto si attende dalla rivelazione dei figli di Dio (8, 19).

    Ma è soprattutto Luca negli Atti che tenta di prolungare il vangelo nella storia, enucleando dalle vicende delle prime chiese una modalità di vita cristiana capace di tradurne, a tratti, le radicali esigenze di rinnovamento nella prassi sociale ed economica

    Ci riferiamo evidentemente a quel breve ritratto idealizzato che egli presenta della prima comunità di Gerusalemme, in cui «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune»( 4, 32). Si tratta di un ritratto davvero pregnante, ma anche tutto emblematico, che , per quanto non rispondente ad una realtà storica fattuale, ha però una forza esemplare straordinaria nell'unire strettamente la testimonianza di fede nella resurrezione del Crocefisso con la prassi di condivisione di tutto ciò che si possiede, compresi campi e case, per favorire una gestione solidale della ricchezza e dare a ciascuno secondo il bisogno (4, 35).

    Possiamo considerare questa prassi come la compiuta traduzione storica della prassi del regno? Possiamo ritenerla, integrata da quanto dice Giacomo sul dovere di privilegiare il povero rispetto al ricco (Gc 2, 1-11), la realizzazione pratica, nell'uso del denaro e dei vari beni economici, della suprema e ultima giustizia, rispondente alla Caritas? Possiamo, vedere in essa attuato quel precetto dell'amore al prossimo e a Dio, di cui parlano le lettere di Giovanni, nonostante le stesse ci dicano: Noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1 Gv, 3, 2)?

    Per quanto sia alto il nostro apprezzamento del valore esemplare dello stile di vita delle prime comunità cristiane, ne dubitiamo, come abbiamo dovuto dubitare della prassi suggerita da Paolo nella situazione di attesa imminente della fine.

    La Caritas come precetto storico-escatologico centrale

    È chiaro, infatti, che il carattere escatologico del regno e dell'intero Vangelo di Gesú Cristo figlio di Dio (Mc 1,1) non consiste nell'introduzione di una nuova etica, cristianamente orientata e socialmente riconosciuta, anche se l'appello all'etica e alla giustizia umana è indubbiamente, per l'intero Nuovo Testamento, come lo era per l'Antico, una costante e una prima discriminante tra appartenenza al campo del bene o a quello del male, tra il servire Dio o servire Mammona.

    Quello che è presentato come il primo dei comandamenti, la chiave di volta di ogni altro, il comandamento antico e nuovo dell'amore di Dio, unitariamente espresso nell'amore del prossimo, è il vero punto di forza del carattere escatologico dell'annuncio cristiano, e comprende e compendia l'intero senso dell'incarnazione, della predicazione, della passione, morte e resurrezione di Gesú, come rivelazione dell'amore salvifico stesso di Dio.

    In questo l'annuncio evangelico del regno, la presenza e la venuta del regno, con tutto ciò che implica per l'intero impianto etico del vivere, compreso il ruolo centrale che in esso svolgono l'economia e l'uso del denaro, hanno dimensione escatologica, intesa come tensione alla realizzazione del fine della creazione e della storia

    Per evitare il destino del fico

    Esiste dunque, in prospettiva evangelica, una realizzazione storica cristiana in cui la comunità dei credenti possa presentarsi come il regno, od anche solo come una sua prima perfettibile forma? Esiste una società cristiana possibile, un'economia cristiana identificabile? Oppure ogni tentativo di dare a tutto ciò un volto è destinato ad essere provvisoria tappa di un cammino, non sempre lineare e non necessariamente in continuo e sicuro avvicinamento alla meta?

    Oserei rispondere che, in ottica evangelica, non esistono né una società cristiana, né un economia derivabile da una cristiana dottrina sociale. Mai, infatti, la chiesa potrà pretendere di assumere quel ruolo di giudice e guida mondana tra parti mondane in conflitto, che Cristo rifiuta per sé, quando gli viene chiesto di farsi mediatore nella spartizione dell'eredità tra due fratelli (Lc 12, 13 e seg.).

    Esiste, invece, la possibilità, anzi il dovere, di vivere il vangelo come tensione, come annuncio e attesa del regno, come apertura alla sempre nuova presenza di Dio in Cristo e nei fratelli tra noi, con tutto ciò che di volta in volta la fede, unita alla speranza, ci indicherà come la prassi migliore nell'uso del denaro, mossi e finalizzati dall'amore. E, se dovessi esemplificare come questo possa mai realizzarsi in qualche forma concreta e storicamente vissuta e vivibile, non mi resterebbe che ricorrere al modello ecclesiale offerto dalla Lettera a Diogneto, che, tra il II-e il III secolo, descrive come i cristiani, trovandosi in minoranza e in diaspora, non tentano di fondare una società alternativa a quella dei pagani, né tantomeno cercano di imporre le proprie scelta agli altri; ma: «Vivono nella loro patria come forestieri, partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri... Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi».

    Come le superano? Forse cercando di inventare per sé e per gli altri norme di vita ideali non-negoziabili? Forse obbligandosi ed obbligando a rinunce, anche personali. sempre piú pesanti? Forse offrendo a Dio l'intero prodotto intellettuale e materiale, ogni bene della propria vita?

    «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
    e ciò che richiede il Signore da te:
    praticare la giustizia e amare la pietà,
    camminare umilmente col tuo Dio» (Mic 6, 7-8).

    È questo il frutto fuori stagione, che Gesú cerca e non trova presso il fico frondoso sulla strada che da Betania porta a Gerusalemme (Mc 11, 12-13). È questo il dono che Dio s'attende, senza ottenerlo, presso i suoi, ai tempi dei profeti e ai nostri tempi. Il dono gratuito (perché la grazia è di Dio, ma deve anche essere dell'uomo) di cui il Signore lamenta: «Ahime! ... Non un fico per la mia voglia!» (Mic 7, 1) e per cui la Chiesa rischia il destino della perenne sterilità (Mc 11, 14).

    Aldo Bodrato, giugno 2011

      

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