Quei trabocchi tra cielo e mare


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    ​Creature fantastiche dall’ossatura fragile, drammaticamente sospese fra cielo e mare, come strani e giganteschi artropodi in agguato. I trabocchi appaiono così all’occhio inesperto del viandante, che visitando l’Abruzzo si imbatte in queste magiche strutture di legno, lungo l’omonima costa che va da Ortona a Vasto, proseguendo fino al Gargano.

    Qui, partendo dalla città che ospita il castello Aragonese meglio conservato della zona e scendendo a sud fino a San Salvo, quasi ogni insenatura ha passerelle dirette a una piattaforma "povera" di pesca. Hanno nomi buffi, che spesso rimandano alle caratteristiche della roccia a cui sono aggrappati.Ecco che allora c’è Punta Lunga, oppure Punta Cavalluccio, e ancora poco distante Punta Punciosa, perché il trabocco è costruito su scogli ricchi di ricci di mare. «Un ragno colossale», lo definì invece Gabriele D’Annunzio, in "Il trionfo della morte", quando per la prima volta vide dal suo eremo di San Vito Chietino la «strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e travi». Cercare l’origine della parola significa, comunque, tornare indietro al Medioevo, a una macchina da guerra con bracci oscillanti e funi simili alla catapulta, il trabucco appunto. Anche adesso, in fondo, questa rudimentale costruzione combatte quotidianamente una lotta tutta particolare, quella contro i marosi e le intemperie. Oggi sulle spiagge vicine ai trabocchi, porgendo l’orecchio all’orizzonte, sembra ancora di sentire il rumore dell’argano e delle carrucole impegnati a far calare periodicamente la rete. Gesti che raccontano di una tradizione marinara ormai estinta, «quando si poteva vivere di pesca e riuscire a far studiare i figli», ricordano con nostalgia gli anziani della costa. Ma parlano anche di un diverso rapporto con la Natura, «che tutto può», e del rispetto per il mare. Ecco che così i trabocchi sembrano naturali prosecuzioni delle scogliere, tra baie ghiaiose, olivi e ginestre, e appaiono quasi timorosi di fronte al mare aperto davanti a loro. Nell’elementarietà delle tecniche di incastri e contrappesi, sfruttando solo materiali di recupero, questo «scheletro di anfibio antidiluviano» (il copyright è ancora d’annunziano) sa resistere, però, alla furia del mare e alle sollecitazioni delle grandi reti (anche di nove metri di diametro).

    Ora non ne restano in piedi più di trenta lungo i cinquanta chilometri della costa dei Trabocchi, appena sette quelli ristrutturati dove è possibile mangiare. Quello del traboccante è un sapere che si tramanda di padre in figlio, con tanto di segreti per far vivere a lungo il proprio mezzo di sostentamento; da qualche anno sono proprio i nipoti dei pescatori d’inizio Novecento ad aver riscoperto le passerelle sul mare. Prima di raggiungere il trabocco, che dista anche trenta metri dalla riva, difatti, si deve procedere in fila indiana per il camminamento, che non di rado, si lascia portare dal dondolio delle onde. Terra e mare, legati da sempre: il trabocco, in realtà, è il tentativo dei contadini di conquistare l’acqua, di pescare senza uscire in barca (anche l’argano rimanda, ad esempio, al funzionamento del frantoio). «I traboccanti non sono marinai» ricorda Pietro Cupido, che nel libro "Trabocchi e traboccanti e briganti" ha racchiuso il passato di queste macchine, «non rispondono alla legge del mare, anzi spesso non sapevano neanche nuotare». Tecnica di pesca semplice, insomma, niente «riti e tabù di quella in barca».

    La storia del territorio si impasta tra corde e pali, con uno spartiacque: «Il 1863, quando arriva la ferrovia – aggiunge Cupido – da allora bulloni, pezzi di traversine, fili di ferro entrano nella struttura del trabocco». Bruno Verì, classe 1965, è erede di una delle dinastie più antiche di traboccanti: «Dieci anni fa ho deciso di ridar vita a quello di famiglia, aggiungendo alla pesca anche un ristorante». Verì inizia a raccontare di quel cimelio alle sue spalle mentre porge il passo all’ingresso del suo trabocco "Pesce Palombo" a Fossacesia (Chieti)... È un movimento ormai divenuto naturale, imparato da bambino, quello di muovere l’argano centrale per far sì che le reti scendano lentamente fino a toccare il fondale cristallino. Il trabocco di Pesce palombo ha una lunga storia e un nome che deriva da quell’animale acquatico che da questa "palafitta" si catturava in gran quantità. «È stato costruito dal mio bisnonno, è antecedente al 1923, non era più grande di due metri per tre – continua – ed è formato da scarti di rotaia e legno di acacia».

    Per renderlo più stabile, secondo la saggezza popolare, infatti, doveva essere edificato proprio con travi di acacia, «un legno dal midollo particolare: con l’acqua salata diventa più resistente, anziché logorarsi». Ma sarebbe durato anche cent’anni, solo il tronco usato veniva «tagliato durante la luna calante di gennaio».

     

    Alessia Guerrieri  (pubblicato il 15 settembre 2011 su Avvenire)

      

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Data: giovedì 29 settembre 2011

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