Filippino Lippi, le Scuderie del Quirinale ospitano la prima monografica


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    Madonna col Bambino, San martino e Santa Caterina d'Alessandria e i donatori

    Il primo documento che lo riguarda è una denuncia contro il padre e la madre, per la sua nascita: erano un frate e una suora, ed è l’«infamia della natività sua»; poi, declina di andare in Ungheria, a servire re Mattia Corvino, cui manda due tavole ormai perdute; quando Filippino Lippi ottiene l’unica rilevante commissione a Roma, i rivali tenteranno di soffiargliela; e questo artista che «non lo cambierei con Apelle, indicatomi da il Magnifico Lorenzo», come scrive il cardinale Oliviero Carafa, di «bellissimo ingegno» e «vaghissima invenzione» (e questo è Vasari), merita adesso, a oltre 500 anni dalla morte, la prima monografica.

    Svariati dei migliori dipinti, con alcuni del suo maestro, saranno a Roma dal 4 ottobre al 15 gennaio, alle Scuderie del Quirinale: «Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ’400», 60 opere dai grandi musei del mondo, è a cura di Alessandro Cecchi, che dirige la Galleria di Palazzo Pitti, a Firenze. Spiega: «Ho voluto seguire l’ordine cronologico, e rimettere assieme i frammenti». Da quando, a 12 anni, segue il padre a Spoleto, collaborando all’ultimo grande ciclo di pitture in Duomo; a quando lavora con il suo aiutante Fra Diamante; a quando è a bottega da Botticelli; a quando, ancor giovane, si impone. Aiuta già il maestro nella Cappella Sistina, a nemmeno 25 anni: «Già in bottega non era un comprimario, ma quasi un alter ego di Botticelli», racconta Cecchi.

    Il percorso di una vita (1457-1504), poco meno di 40 anni di opere; ogni sezione ha un piccolo corredo di documenti: il contratto per dipingere la Cappella Carafa a Santa Maria sopra Minerva a Roma, e anche la denuncia anonima del 1461. Il padre Filippo era frate, e dipingeva a Prato; la madre, Lucrezia Buti, suora: una dispensa (che Cosimo de’ Medici caldeggia a papa Pio II Piccolomini) farà sì che non resti un illegittimo. Londra ne possiede L’adorazione dei Magi; Washington ha Giuseppe d’Arimatea che regge Cristo tra due angeli; il Metropolitan di New York, la Madonna Strozzi, effigie dolcissima quanto quella di Firenze (Uffizi), che della rassegna costituisce l’icona. Saranno ricostruiti (per quanto si può) due cassoni nuziali di Botticelli: «I loro pannelli frontali sono in musei che non prestano, come quello di Chantilly; mostriamo i laterali, tranne uno del museo Horne di Firenze, che è di bottega: da Ottawa e, in via eccezionale, dalla collezione Pallavicini». Il dipinto, noto come La derelitta, in realtà raffigura Mardocheo che piange (quindi, semmai, un derelitto); e alle mostre, s’è visto raramente: quella dei cassoni a Firenze, e poco di più; ma stavolta, dovrà soltanto attraversare la strada.

    Filippino è reclutato da Lorenzo il Magnifico, insieme con Perugino, Ghirlandaio e ancora Botticelli. Completa poi gli affreschi (Masaccio, Masolino) nella cappella Brancacci del Carmine, Oltrarno; esegue commissioni disattese da Leonardo come la Pala degli Otto, a Palazzo Vecchio; quindi è a Roma per il Carafa; e nel Duomo fiorentino, per la cappella del banchiere Filippo Strozzi (che alla morte, lascerà il suo palazzo al piano terreno). Fino all’influenza di Girolamo Savonarola e al periodo mistico; a un’opera per Ludovico il Moro e la Certosa di Pavia, mai completata; e le estreme, a Bologna, Prato, e all’Annunziata di Firenze: incompiuta per la morte, la termina Perugino. In mostra, ci sarà anche un Crocifisso forse del 1500, lodevolmente acquistato nel 2010 dal Comune di Prato ad un’asta: riproduce, più in piccolo, una pala defunta a Firenze, a San Procolo, sotto le bombe della guerra, nel 1945.

    Filippino e Botticelli, «alfieri in figura di un’epoca in cui, ci ha insegnato Eugenio Garin, Firenze era allo zenith della civiltà europea», dice Antonio Paolucci; «versatile, in un tempo in cui le botteghe facevano tutto, e dalla sua uscivano disegni per le vetrate e per i ricami; per questo esponiamo dei veri capolavori, tratteggiati con la biacca, anche su carte colorate» dice Cecchi; opere che si sposano, sue e del suo maestro. Illuminano il lavoro di un artista, che «haveriamo preposto a tucta Italia» (è bello l’uso del termine Italia nel 1488), come scrive il cardinale Carafa. «Un costruttore della Firenze, del primo Rinascimento, del suo mito», dicono Patrizia Zambrano e Jonathan Katz Nelson dell’immensa biografia (672 pag.) che gli hanno dedicato (Electa, 2004). Lo riscopre Berenson; finora gli era stata negata una mostra tutta per lui: ora, fortunatamente, colma la lacuna Roma, che è stata per lui un punto di svolta e da allora, ogni suo dipinto è documentato con precisione. Per rileggere chi è stato offuscato, in vita, dalla fama di Leonardo e del suo maestro. «Peccato che Copenaghen non ci abbia concesso un quadro; come il Norton Simon di Pasadena, che però non presta per statuto», dice Cecchi. Si passa per tante scene religiose e mitologiche; per ritratti e muscoli perfetti, magari per uno Studio di alato; per i dolcissimi volti; per quadri assai belli che tutti assieme, uno vicino all’altro, finora non era mai stato possibile ammirare, né, tanto meno, porre a confronto. Occasione davvero mirabile.

    Fabio Isman (pubblicato su Il Messaggero il 19 Settembre 2011)

     

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Data: martedì 27 settembre 2011

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