Per una primavera di Milano - il saluto del cardinale alla città


  • Ho sempre avvertito profondo il bisogno di conoscere la Città nella sua complessità, intessuta di risorse promettenti e di pesanti problemi, di ardite speranze e di fragilità inquietanti. Ancora più forte è stato il bisogno di testimoniare il mio amore alla Città: un amore evangelico la cui sorgente inesauribile non può che essere il cuore stesso del Signore Gesù - il «vero e unico» Buon Pastore di tutti noi, suo gregge - e insieme un amore umano come esigenza indistruttibile e risorsa sempre ricuperabile di ogni persona, dalla più fortunata alla più emarginata. (...)

    Anche nei gesti più piccoli e nelle parole più semplici, ma soprattutto in questi Discorsi alla Città, è rintracciabile in continuità la bussola che tutti ci deve illuminare e guidare nella vita, in specie nella comune e condivisa costruzione della Città: il Vangelo nella sua bellezza e nella sua forza profetica, il Vangelo come compimento possibile e sovrabbondante di tutti i valori dell’uomo.

    È la stessa bussola che ha guidato, secoli fa, la parola e l’opera di sant’Ambrogio, la cui figura di Vescovo e di cittadino rimane anche per noi singolarmente emblematica per la sua stringente attualità e la sua incisività straordinaria. Devo riconoscere che il Signore, da quando mi ha dato di essere successore di Ambrogio sulla sua stessa cattedra episcopale, mi ha offerto la grazia di attingere - si può dire ogni giorno - dalla parola e dall’esempio dell’antico Vescovo di Milano una serie numerosa di spunti originali e stimolanti per una lettura sapienziale e per una proposta di orientamenti sicuri per la vita della Città.

    Mi sento di fare mio quanto scritto, più di trent’anni fa, dal cardinale Giovanni Colombo (desidero ricordarlo ora con gratitudine profonda e ammirazione commossa come Rettore del mio cammino verso il sacerdozio e come Vescovo negli anni del mio ministero pastorale in Diocesi). Egli, in Ambrogio, riconosceva e apprezzava «il maestro di umanità, per un’epoca che si fa sempre più violenta e crudele; il maestro di libertà, che ammonisce a non vendere il bene massimo della coscienza a nessun principe, antico o nuovo che sia; il maestro di fede, che, con l’altissima ispirazione religiosa delle sue pagine, può reinfondere un’anima vigorosa e nuova a una società desolata dall’assenza dei valori, inaridita dalle prospettive secolaristiche».

    E siano di sant’Ambrogio le ultime parole di questa prefazione: parole di speranza per la Città e per ciascuno di noi. La nostra è una speranza pienamente affidabile, che riposa in Dio e nell’immancabile amore che egli riserva a tutti. Una speranza, dunque, incisa nel Dna del nostro essere di creature, al punto che - dice sant’Ambrogio - «non sembra un uomo chi non spera in Dio» («Isacco e l’anima», 1,1). La nostra è una speranza che sboccia dall’intimo di una coscienza in possesso di una vera libertà, di quella libertà di cui tutti e sempre abbiamo fame e sete. È ancora il nostro Santo a scrivere: «Libero è colui che lo è dentro di sé. Questa libertà è una conquista e un possesso del nostro coraggio, e non ci viene dal suffragio degli altri» («Lettera 37»). E di nuovo ci ricorda Ambrogio: «È schiavo chi non possiede la forza di una coscienza pura; è schiavo chi si lascia possedere dalla paura o invischiare dal piacere o sviare dalle cupidigie o travolgere dalla collera o abbattere dallo sconforto: ogni passione conduce a schiavitù, perché chi fa il peccato è schiavo del peccato» («Giacobbe e la vita beata», II, 3).

    Solo una vera speranza può rigenerare la moralità della Città e assicurare a tutti i suoi abitanti e a quanti a essa ricorrono una autentica primavera sociale. Sempre a partire da quella responsabilità assolutamente irrinunciabile, e in epoca di una globalizzazione così poco evidente, che è quella dell’interiorità personale, del proprio «io» nei riguardi di tutti gli altri.

    A tutti auguro di accogliere, con serenità e coraggio, il monito di sant’Ambrogio: «La tua ricchezza è la tua coscienza; il tuo oro è il tuo cuore. Custodisci l’uomo che è dentro di te. Non trascurarlo, non averlo a noia come se non avesse valore, perché è un possesso prezioso» («I doveri», I, 11).

    Dionigi Tettamanzi (pubblicato su Il Corriere della Sera l'8 settembre 2011)
     

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Data: martedì 27 settembre 2011

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