Senza negoziato c'è conflitto


  • Stefano Rodotà è un giurista e politico italiano. Dal 1997 al 2005 è stato Presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali

     

     

     

    “Non dobbiamo ritenere, elevando a modello lo scontro di civiltà di Samuel Huntington, che la negoziazione non sia possibile. Le primavere arabe hanno introdotto un elemento importante: le persone si sono ribellate in nome della libertà e il fondamentalismo islamico ha trovato un muro” Stefano Rodotà punta tutto sulle potenzialità del dialogo interculturale ma ha poca fiducia nella capacità della classe dirigente attuale di gestire le dinamiche di interazione e fissa i paletti per la negoziazione dei principi culturali.


    Qual è il modello migliore per una società multiculturale?
    Io tento sempre di riportare i modelli teorici del multiculturalismo alle esperienze concrete:quello inglese, che è una formula di riconoscimento totale dell’identità dell’altro, ha portato alla costruzione di comunità separate: ciascuna di queste veniva riconosciuta con una notevole pienezza tanto che le comunità musulmane in Inghilterra hanno avuto la possibilità di utilizzare la shari’a come fondamento della regola giuridica e dare quindi legittimazione ai tribunali islamici. Penso che le vicende passate (guerriglia urbana n.d.r.) hanno mostrato come questo modello in realtà incentivi i conflitti perché rafforza l’identità distruttiva. Ciascuno si chiude nel proprio ghetto, dentro la sua sfera personale e disconosce l’altro. Poi c’è l’assimilazionismo francese e l’ormai improponibile melting pot americano.

    Perché improponibile?
    La storia americana è diversa da quella dei Paesi europei; si tratta di uno stato che si fonda sulla diversità di coloro che hanno contribuito a costruirlo, anche intorno al nucleo tradizionale dei bianchi, protestanti e provenienti dall’Europa. L’idea dell’apertura, il mito della frontiera, hanno consentito il melting pot, l’ascesa per tutti. Ora è un modello impraticabile, anche a causa della crisi economica.

    Quale spirito deve prevalere nell’interazione sociale?
    Il punto è assecondare i processi dialogici. In un rapporto dell’Onu sul diritto al cibo, si è affermato che ciascuno deve essere messo nelle condizioni di disporre di una quantità di nutrimento adeguato, ma un passaggio ulteriore ha specificato che l’adeguatezza si misura con le abitudini alimentari della propria cultura. Se io accetto che venga una persona nel mio paese debbo imporgli tutte le mie abitudini culturali? D’altro canto, se io debbo soccorrere popoli in difficoltà (pensiamo a quello che accade nel Corno d’Africa dove più di tre milioni di persone stanno rischiando la vita) posso imporre a un bambino musulmano di mangiare carne di maiale? O devo lasciarlo morire se i loro genitori lo preferiscono?

    Ma questi comportamenti sono distanti dalla tutela dei diritti che contraddistingue la società occidentale. Come è possibile dialogare?
    Noi non dobbiamo ritenere, elevando a modello lo scontro di civiltà di Samuel Huntington, che la negoziazione non sia possibile. Le primavere arabe hanno introdotto un elemento importante: le persone si sono ribellate in nome della libertà e il fondamentalismo islamico ha trovato un muro.

    Da quali argomenti può partire il dialogo fra culture finora distanti?
    Dal rispetto della persona, contro tutte le sopraffazioni fisiche, in primis. Solo se si calpestano questi diritti inderogabili il non negoziato ha un senso; c’è una storia di liberazione delle persone che abbiamo condotto e che non è egemonia culturale. Il banco di prova delle varie culture è il rispetto della corporeità ma non è vero che ci sono due mondi che non possono comunicare.

    Le istituzioni cosa possono fare per favorire il dialogo?
    Qualcuno dice che sarebbe molto più rispettoso del pluralismo consentire a ciascuna comunità di costruire la scuola secondo i propri modelli e valori educativi: dietro questa apparente attenzione per la pluralità c’ è soltanto la rivendicazione di identità che si trova all’origine dei conflitti. Io sogno una scuola pubblica e laica, non intesa come un opposto della scuola cattolica o di altre forme confessionali, ma come lo spazio dove diversi punti di vista si confrontano e si riconoscono. Quando la richiesta da parte dei musulmani di avere una rilevanza ha trovato una sponda da parte cattolica ho temuto il peggio:se si istituzionalizza il momento religioso come costruttivo di un’identità separata evidentemente il rischio è grande, si prepara la società ai conflitti. Quando un bambino che va a scuola e conosce l’altro che ha un’altra pelle, altra lingua, altre abitudini alimentari, egli si abitua a convivere con altre persone, a riconoscerle e non ha bisogno di ricondurle forzatamente alla propria identità. Se io ho un’identità separata non solo non conosco l'altro ma rafforzo il punto di vista secondo il quale la mia è un’identità migliore e da salvaguardare ad ogni costo: l’anticamera del conflitto.

    Quindi con le classi miste si realizzerebbe certamente il modello interculturale
    Il multiculturalismo non è un processo lineare. Quando ero in Parlamento utilizzammo il denaro pubblico non per reclutare delle ragazze ma per fare delle ricerche con le immigrate in Italia: avemmo una sorpresa. Alcune madri mi dissero “se noi fossimo rimaste nel nostro paese d’origine avremmo fatto in modo di evitare l’infibulazione alle nostre figlie ma qui nella comunità a cui apparteniamo, all’interno di un mondo diverso, se noi non seguiamo questa pratica culturale, gli uomini non sposeranno mai queste ragazze!” Evidentemente il gioco è tenere aperta la discussione e non chiudersi mai, ma sono assolutamente contrario ad un tipo di riflessione antropologica che rispetta qualsiasi punto di vista quali che siano poi gli effetti sulle persone.

    La classe dirigente attuale sta assecondando i processi di inclusione e di accoglienza?
    Purtroppo stiamo vivendo una grande regressione culturale e il linguaggio della politica spesso ne è una spia inquietante. Non penso che ci sia dibattito politico quando si portano maiali sul terreno dove si deve costruire una moschea. Si vuole solo creare un’occasione di conflitto. Io credo che in Italia ci siano degli anticorpi forti che però vanno ulteriormente rafforzati; più siamo convinti che le nostre procedure abbiano una validità profonda tanto più dobbiamo consentirne l’accesso a tutti.

    Partecipazione anche attraverso il voto?
    Negli anni del terrorismo si presentò lo stesso dilemma. Un sistema parlamentare aperto, che consentiva anche a gruppi ridotti di essere rappresentati, è stato un potente strumento per dissentire da chi diceva che l’unica maniera per incidere nel processo politico era la lotta armata. Se una società democratica non chiede un atto di fede, non trova dei sistemi di inclusione, come possiamo definirla tale? 

    FLAVIO ALIVERNINI  (pubblicato su La Stampa il 23 settembre 2011)

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Data: sabato 24 settembre 2011

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