Ha senso la "parola di Dio" nella vita quotidiana di oggi?


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    San Gerolamo, il Padre della Chiesa nonché traduttore della Bibbia, in un celebre dipinto di Caravaggio, conservato alla Galleria Borghese di Roma

     

    BOSE (BI)
    Che cos’è la «parola di Dio»? Per i cristiani, da sempre, quella contenuta nei «libri» ( biblia ) del Libro per eccellenza: la Bibbia. Il cristianesimo è una Religione del Libro. Ma confrontarsi con questo Libro gigantesco, travolgente e insieme scomodo, ostico, misterioso, è fin dagli inizi della tradizione cristiana un’impresa tutt’altro che semplice. Alla cerniera tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna è proprio dall’esigenza di «criticare» il Libro — ossia di costituire un testo filologico della Bibbia disponibile a tutti dopo l’invenzione della stampa — che nascono gli immensi conflitti scientifici e anche teologici tra studiosi cattolici e riformati da cui peraltro nascerà la filologia stessa come metodo. D’altro canto la prassi di una lettura personale del Libro e la necessità di una sua interpretazione individuale, in senso spirituale, era già affiorata prepotentemente fin dai primi secoli dell’età bizantina, nella vita ascetica e nella cultura monastica, nei versi di Efrem il Siro come nei detti dei Padri del Deserto. Ed era continuata in quel fondamentale filone della letteratura cristiana che è l’esegesi biblica. I Padri della Chiesa vi si erano misurati senza eccezione, creando, nelle magnifiche opere letterarie in cui interpretavano e commentavano ora l’uno ora l’altro dei libri della Bibbia — dall’Exaemeron ai Salmi, da Giobbe al Cantico dei Cantici — alcuni dei capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi.

    «I Padri della Chiesa e gli eremiti del deserto erano attenti a inserire e incorporare la parola biblica in ogni aspetto della loro disciplina spirituale e vita quotidiana», ha scritto il Patriarca Ecumenico Bartolomeo nel suo messaggio augurale ai più di duecentocinquanta tra teologi e studiosi oltreché prelati delle più alte gerarchie delle chiese ortodosse (dal Patriarcato di Antiochia a quello di Mosca, dalla chiesa ucraina, serba, bulgara, rumena a quella armena) oltre che cattolica (fra gli altri, i cardinali Sodano e Silvestrini), e oltre a monaci e monache provenienti da monasteri ortodossi (Grecia, Russia, Bulgaria, Romania, Monte Sinai, Armenia, Stati Uniti) così come cattolici e riformati (Belgio, Francia, Italia, Svizzera, Ungheria), che — vero «miracolo», come lo ha definito già ieri Michel Van Parys — si incontrano e confrontano, da oggi a sabato, sotto l’egida di Enzo Bianchi nel XIX Convegno Ecumenico Internazionale di Spiritualità Ortodossa di Bose, sul tema, appunto, «La parola di Dio nella vita spirituale».

    Nella tradizione delle Chiese orientali, e di quella greco-bizantina in particolare, la lettura e l’interpretazione della Bibbia non è in effetti mai qualcosa di dato, di chiuso: al contrario, resta sempre provvisoria, interlocutoria, vivente. «Come la Scrittura interroga la vita, così la vita interroga la Scrittura». E la parola biblica, trasformandosi coi secoli sempre più in parola liturgica, si mescola inestricabilmente con l’esistenza terrena, i suoi colori e le sue stagioni, il ciclo prefissato dei suoi riti, le sue mai prevedibili vicissitudini, nella memoria conscia o inconscia di quegli uomini e donne del medioevo per cui, come scriveva Huizinga, «tutti gli eventi della vita avevano forme ben più marcate di quanto non abbiano ora, e fra dolore e gioia, fra calamità e felicità, il divario appariva più grande, e ogni stato d'animo aveva ancora quel grado di immediatezza e di assolutezza che la gioia e il dolore hanno anche oggi per lo spirito infantile».

    Come ha scritto nel suo messaggio augurale al Convegno il patriarca di Mosca Kiril, citando Giovanni Crisostomo, per comprendere il Libro su cui poggia la tradizione cristiana è necessaria «non la sapienza umana ma la rivelazione dello Spirito». Per la tradizione orientale, l’interpretazione della Bibbia, presupponendo quest’ispirazione, non può attuarsi se non in una disposizione, appunto, spirituale, e non solo richiede preghiera ma è preghiera in se stessa.

    Non è forse vero, questo, d’altronde, per ogni grande libro? Non è forse una forma di preghiera quella con cui, anche se totalmente laici, ci disponiamo alla comprensione e ci rendiamo disponibili all’intima percezione, non necessariamente e comunque non solamente razionale, di ogni libro antico e grande, e dunque in quanto tale, anche per un laico, «sacro»? Ogni grande libro, proprio come la Bibbia, a seconda del momento della vita in cui lo leggiamo, ci appare diverso, ci dà risposte diverse, ci sembra addirittura sconosciuto.

      

    SILVIA RONCHEY ( pubblicato su La Stampa del 7 settembre 2011) 

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Data: giovedì 8 settembre 2011

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