Dal Talmud a Internet è dolce il naufragare


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    Un rabbino alle prese con il Talmud: la parola ebraica significa "oggetto di apprendimento" e indica la cosiddetta "Torah orale", cioè l’immenso corpus di discussioni rabbiniche intorno alla Torah "scritta"

     

    Tanto nel tempo quanto nello spazio, l’ebraismo ha da sempre un bislacco senso dell’orientamento: il mondo si estende verso quattro irraggiungibili angoli, che in ebraico sono detti «venti» (nel senso di folate, non di numero). Il tempo, dal canto suo, scorre lungo una linea ma ha anche un andamento circolare: in tale doppia, forse inconciliabile dimensione, il passato ci sta di fronte mentre il futuro è alle spalle, come insegna anche l’ Angelus Novus di Walter Benjamin. Nello spirito ebraico spazio e tempo si confondono, si scambiano i ruoli in un continuo ripensare se stessi. Spesso si dice infatti che per duemila anni gli ebrei hanno abitato il tempo e non lo spazio, la storia invece della geografia. Sparso ai quattro angoli del mondo e cacciato di qua e di là dai capricci dell’esilio, il vero territorio esistenziale del popolo d’Israele sono stati i libri. Sotto l’angusta porzione di cielo che concedevano le mura dei ghetti, gli ebrei hanno vissuto dentro, sopra i libri.

    In questa geografia alternativa fatta di pagine e parole, c’è un luogo che ha un posto centrale, che tutto divide per unire: è il Talmud , parola ebraica che significa «oggetto di apprendimento» e indica la cosiddetta « Torah orale», cioè l’immenso corpus di discussioni rabbiniche intorno all’altra Torah , quella «scritta», quella per antonomasia - il Pentateuco . Il Talmud ha anche altri nomi, più o meno confidenziali. Ma è, come viene detto in ebraico, soprattutto un «mare»: yam ha-talmud .

    Questa poetica metafora si addice certamente a un testo dalle dimensioni spropositate, in cui è facile perdersi. Ma non è solo questione di quantità. Nel Talmud si naviga davvero, si spazia con quell’anarchia irrefrenabile dettata dal senso ebraico dell’orientamento. O meglio, dalla sua beata assenza. E la giornata europea della cultura ebraica di quest’anno, giunta alla XII edizione, bene ha fatto a cogliere questo risvolto così antico e anche moderno del popolo d’Israele: il tema conduttore è «Ebr@ ismo 2: dal Talmud a Internet». Dove, per l’appunto, la strada non è affatto lunga come si possa pensare, malgrado i secoli e millenni: perché quando si abita il tempo periodi così diventano una passeggiata.

    Se il Talmud è un mare, come tutti sappiamo in Internet si naviga. E non è una pura coincidenza lessicale. Il modo in cui si affronta il testo rabbinico, infatti, è molto simile alla tecnica che si usa cliccando e scorrendo con il topo informatico. Una pagina centrale - la home -, una serie di links che ti portano di qua e di là, in una sequenza illogica e niente affatto lineare in cui di rado per non dire quasi mai torni al punto di partenza. Basta aprire una pagina a caso del Talmud per rendersi conto di quella strabiliante somiglianza evidenziata dal titolo di un libro a suo modo profetico: Il Talmud e Internet. Un viaggio tra mondi di Jonathan Rosen (tradotto da Einaudi nel 2001). Sarà sicuramente evocato nel dibattito che si terrà domenica alle 10 a Torino nel centro sociale della comunità (piazzetta Primo Levi): «Il Talmud : un ipertesto ante litteram ?».

    In parole povere, non è solo una questione di forma, di somiglianza grafica per cui una pagina del Talmud , con al centro una breve porzione di testo e tutt’intorno una serie di rimandi, note, riferimenti, commenti e supercommenti, assomiglia a una schermata di Internet. È anche e soprattutto una questione di metodo, di sinapsi mentali e spirituali che questa forma del pensare innesca. Nel Talmud di solito funziona così: un maestro dice una cosa, un altro dice più o meno il contrario, arriva un terzo che invece di conciliare decide che o hanno ragione o hanno torto tutti e due, pesca una parola o una lettera dal contesto in cui si trova e con una disinvolta acrobazia mentale cambia radicalmente argomento e lascia beatamente in sospeso il contenzioso. Intanto, tutt’intorno a questi tre si innesca un ventaglio di riferimenti, talvolta pertinenti talaltra arditi ma sempre immancabilmente «fuori luogo»: fatti apposta per portarti lontano di lì, in un altrove ancora tutto da definire. Proprio come capita fra un clic e l’altro nell’universo di questa rete che, inutile negarlo, ci ha cambiato la vita mettendoci a disposizione un universo di conoscenze in cui l’unico orientamento possibile resta l’intuito, purché condito di fantasia.

     

    ELENA LOEWENTHAL (pubblicato su La Stampa il 1 settembre 2011)

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Data: giovedì 1 settembre 2011

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