Canali su Marte!


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    «I Marziani costruiscono due immensi canali in due anni» Un'affermazione perentoria seguita da un sottotitolo altrettanto esplicito «Immensi lavori di ingegneria fatti in un tempo incredibilmente breve dai nostri vicini planetari». Se state pensando ad un racconto di fantascienza, siete assolutamente fuoristrada.


    È la traduzione del titolo del lungo pezzo apparso sul New York Times 100 anni fa il 27 Agosto 1911. Si tratta di una intervista a Percival Lowell, un aristocratico bostoniano che, dopo una parentesi come scrittore di successo sulle sue esperienze in Estremo oriente, è stato folgorato da Marte. Per essere più precisi, Lowell è stato affascinato da quello che su Marte ha scritto il nostro Giovanni Schiaparelli, uno dei maggiori astronomi della fine dell'800. Diventato famoso grazie alla scoperta della natura delle stelle cadenti, che dimostrò essere materiale cometario concentrato lungo le orbite di particolari comete, Schiaparelli si era avventurato, un po' per caso, a studiare la superficie di Marte. Aveva un ottimo telescopio, ottenuto grazie ai buoni auspici del suo vecchio amico Quintino Sella, e voleva provarlo su un soggetto che non aveva mai osservato. I dettagli che vide sul pianeta rosso lo spinsero a ripetere le osservazioni ad ogni opposizione, il momento nel quale Marte è più vicino alla Terra, un'occasione si ripete all'incirca ogni due anni.


    Opposizione dopo opposizione, Schiaparelli mappò in dettaglio la superficie di Marte disegnando su decine di taccuini schizzi di quello che vedeva (o credeva di vedere) notte dopo notte. Nella visione di Schiaparelli, Marte aveva vaste zone scure, che chiamò mari, collegate con linee più o meno diritte, che chiamò canali. La mappa, pubblicata negli annali dell'Accademia dei Lincei, ebbe vasta eco. Fu ripresa nell'Astronomie Populaire di Camille Flammarion che notò che il lavoro era stato fatto sotto i cieli calmi e limpidi di Milano. Sul tetto dell'osservatorio di Brera, il telescopio di Schiaparelli, restaurato di recente, è perfettamente funzionante ed aperto a visite del pubblico. Quello che è cambiato (e non in meglio) è il cielo di Milano. Le luci della città hanno spento le stelle e gli astronomi milanesi si sono trasferiti prima in Brianza, poi in luoghi sempre più remoti. Del resto, già alla fine dell'800 era chiaro che per trovare le condizioni migliori per le osservazioni astronomiche bisognava allontanarsi dalle polverose città e, se possibile, salire ad alta quota in zone desertiche. L'aria secca e le poche precipitazioni sono condizioni necessarie per l'astronomia di punta. È esattamente quello che decise di fare Percival Lowell. La ragione gliela aveva fornita proprio Schiaparelli: lo studio dei canali di Marte. Il suo entusiasmo era basato su un fatale errore di traduzione. Leggendo nel testo italiano la parola canali Lowell la tradusse con quanto di più vicino l'inglese avesse da offrire: canals, canali, appunto, ma solo di origine artificiale. Meglio avrebbe fatto a utilizzare channel, che ha significato più generale. Un errore di traduzione gravido di conseguenze: se Marte è attraversato da canali artificiali, qualcuno deve pure averli fatti. Un qualcuno intelligente e bene organizzato, visto che si tratta di lavori di vastissime proporzioni che coprono migliaia di chilometri. Nasce quindi il bisogno di una civiltà progredita: i marziani, ovvero i nostri vicini planetari. Lowell ne è assolutamente convinto: scrive libri sulla vita sul pianeta Marte mentre, sulle montagne dell'Arizona, a partire dal 1894, il Lowell Observatory si focalizza sullo studio dettagliato del pianeta, continuando il lavoro che Schiaparelli, quasi cieco, aveva dovuto interrompere intorno al 1890. Da una opposizione alla successiva i canali cambiano, a volte sembrano raddoppiare. L'aveva notato anche Schiaparelli che aveva chiamato il fenomeno "geminazione". Dal momento che Schiaparelli pensava che i canali fossero larghe strisce di vegetazione che rifiorivano allo scioglimento delle calotte polari, nella primavera marziana, era ragionevole credere che il corso dei canali potesse cambiare nel tempo. Succede anche ai fiumi sulla terra, dopo tutto.


    I resoconti all'Accademia dei Lincei non vanno oltre, tuttavia l'ingegnere idraulico Schiaparelli si era fatto una sua idea sulla vera natura dei canali di Marte e la descrive in diversi articoli scritti per la rivista «Natura ed Arte». Dice chiaramente che lascerà lavorare la fantasia ma le considerazioni che fa sono tutt'altro che irrealistiche. Marte è un mondo molto secco ed arido, lo aveva capito senza ombra di dubbio dalle sue accurate osservazioni. L'unica acqua disponibile era nelle calotte polari che si scioglievano una volta ogni due anni terrestri, nella primavera marziana. L'acqua era quindi una risorsa da gestire con grande oculatezza a livello planetario. Sicuramente influenzato dal socialismo utopico di fine '800, Schiaparelli pensava che su Marte dovesse esistere un governo di tipo planetario con il «grande prefetto delle acque» che decideva quando aprire le chiuse ed allagare i canali, un po' come succedeva nelle risaie del natio Piemonte. Lowell andò un passo avanti, ipotizzando la costruzione di nuovi canali a ritmi di lavoro impensabili sulla terra. Il ben più limitato canale di Suez aveva richiesto 10 anni di lavori, e circa 8 sarebbero stati necessari per ultimare il canale di Panama che era in costruzione al momento della pubblicazione dell'articolo del New York Times. Parlare di canali era un soggetto di attualità all'inizio del '900. Ma anche i marziani sembrano godere del favore popolare: tutti erano pronti ad accettare l'idea della loro esistenza. Oggi sappiamo che i canali di Marte non esistono: sono un tentativo del nostro cervello di organizzare in strutture una realtà confusa. Nel 1966, utilizzando i dati della sonda Mariner 4, Carl Sagan disse l'ultima parola: i canali di Marte sono un problema psicofisiologico, non astronomico.

     

    Patrizia Caraveo (pubblicato su Il Sole 24 Ore del 14 agosto 2011)

      

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Data: mercoledì 17 agosto 2011

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