La fine del mondo c’è già stata - Noi siamo ciò che resta


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    Telmo Piaveni, 40 anni, è Filosofo ed epistemologo. Con Vittorio Bo è direttore del Festival delle Scienze di Roma.

     

    Fra cinque miliardi di anni il Sole esaurirà il suo combustibile e si espanderà in una gigante rossa travolgendo la fragile teoria dei suoi pianeti. Ma forse già prima la nostra galassia avrà iniziato a scontrarsi con quella di Andromeda, in una meravigliosa danza stellare che durerà milioni di anni e alla quale nessun umano, forse, potrà assistere. La specie umana, secondo i parametri evoluzionistici, è ancora una bambina: ha «soltanto» 190-180 mila anni. Non solo, essa è rimasta l’unica su questo pianeta da pochissimo tempo, da quando cioè si sono estinte le altre specie umane che popolavano il globo. Secondo i dati più recenti, se un ipotetico osservatore fosse caduto sul nostro pianeta soltanto 40 mila anni fa - una minuscola parentesi del tempo evolutivo - avrebbe incontrato almeno quattro specie umane: i nostri predecessori sapiens, sparsi in tutto il Vecchio Mondo e in Australia, dopo ripetute uscite dall’Africa; i robusti e intelligenti Neandertal, in Europa e Asia occidentale; l’ominino pigmeo dell’isola di Flores, in Indonesia; e il misterioso Homo di Denisova, sui Monti Altai, di cui conosciamo soltanto pochi resti ossei e frammenti del codice genetico.

    Perché allora siamo rimasti soli, e così di recente? Forse nel nostro inizio, tanto espansivo e ingombrante, era già scritta la fine degli alter ego umani. E pensare che noi mammiferi non ci saremmo diversificati in questo modo se i dinosauri (tranne i loro discendenti uccelli) non fossero stati sorpresi da una ben nota catastrofe da impatto, entrata ormai nell’immaginario collettivo. Ma spesso non si ricorda che a loro volta i dinosauri erano i discendenti fortunati di altre «estinzioni di massa» che avevano travolto i dominatori dell’era precedente. Mai dormire sugli allori: nell’evoluzione, la fine del mondo di qualcuno è l’inizio del mondo di qualcun altro.

    Secondo uno dei massimi esperti in materia, il paleontologo Michael J. Benton, in almeno un frangente, alla fine del Permiano, per un pelo la Terra non l’ha fatta finita una volta per tutte con i suoi abitanti: a seguito di un’ecatombe senza precedenti, causata da eruzioni vulcaniche su larga scala, si estinsero il 90% degli organismi marini e il 70% di quelli terrestri. Nella desolazione che seguì, i pochi sopravvissuti impiegarono milioni di anni per riprendersi e per tornare a diversificarsi. Dunque la fine del mondo c’è già stata, in più occasioni, e ogni volta tutto è ricominciato.

    Detto ciò, è pur vero che nel breve arco di tempo che ci separa dalla nostra nascita africana solo noi abbiamo scatenato un’evoluzione culturale e tecnologica rapidissima, tanto che qualcuno pensa che la prossima volta l'asteroide saremo noi. In effetti, contando quante specie abbiamo condotto all'estinzione alterando e distruggendo gli ecosistemi finora, il tasso di decimazione è paragonabile a quello delle cinque maggiori estinzioni di massa del passato. I più pessimisti pensano che questa «sesta estinzione» si tradurrà prima o poi in un’auto-estinzione: saremo i primi a segare da soli il ramoscello evolutivo su cui poggiamo, una poco encomiabile impresa alla quale assisteranno perplessi insetti, batteri e altre specie di successo.

    I fattori solitamente indicati come possibili cause della fine sono numerosi, alcuni più fantasiosi, altri meno: dall’idea di un’intelligenza artificiale che si rivolge contro il genere umano, alla collisione della Terra con una cometa, dal rischio di una pandemia improvvisa e definitiva, agli attacchi terroristici. E poi ancora, guerre nucleari e biologiche, improvvise glaciazioni, ma soprattutto crisi climatiche. Ad accompagnare la discussione, gli aspetti più etici e filosofici del problema: qual è la nostra responsabilità qui e ora per una catastrofe che si potrebbe verificare in un lontano domani? Siamo capaci di un investimento etico per un esito così lontano nello spazio e nel tempo, i cui beneficiari saranno persone sconosciute e di generazioni a venire? Perché molte civiltà e culture in passato sono andate incontro al loro collasso senza fermarsi prima, ignorando segnali evidenti di crisi? E poi, come sarà il mondo quando la specie umana non ci sarà più? Stando alle proiezioni più affidabili, sarebbe un rifiorire di biodiversità.

    Sapere che la fine del mondo c’è già stata, e che noi siamo in equilibrio come surfisti su ciò che resta dell’ultima, potrebbe aiutarci a rendere un po’ più sobrio e positivo il nostro punto di vista. In virtù del principio (a noi italiani peraltro familiare) in base al quale ci si rimbocca le maniche solo quando il rischio è palese e imminente, alcuni scienziati e filosofi difendono oggi la più ottimistica possibilità escatologica secondo cui la giovane specie sapiens sopravvivrà a lungo e magari si diffonderà nella nostra e in altre galassie poco prima che la Terra divenga inospitale. Se poi questo sarà un bene o meno per le altre galassie, è tema per i post-apocalittici che sopravvivranno alla fine del mondo immaginaria del 2012.

     

    Telmo Pievani ( pubblicato su La Stampa il 7 agosto 2011) 

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