Ebrei e cristiani il dialogo cerca nuove vie


  • La firma dell’accordo tra ebrei e cattolici a Gerusalemme nel 1993

     

    Quali sono i «nuovi orizzonti» del rapporto tra la Chiesa di Roma e l’ebraismo? Offre gli spunti per un discorso approfondito sul tema un libretto piccolo, ma denso di riflessioni, di cui è autore Nathan Ben Horin, (Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, ed. Messaggero, pag. 167, 12 euro) diplomatico di esemplare garbo e intelligenza, già addetto stampa d'Israele in Italia, poi, dal 1980 al 1986, protagonista a Roma del lungo negoziato che doveva portare, il 30 dicembre del 1993, alla firma dell'«Accordo Fondamentale» tra Vaticano e Israele. Nel negoziato Ben Horin portava con sé tutti gli interrogativi che deve porsi un ebreo credente, dall’animo aperto al dialogo, sulla «questione suprema». Per citare un grande pensatore ebreo del nostro secolo, Abraham Joshua Heshel, non si tratta di decidere dove stia «la Verità», tra ebrei e cristiani; ma se ci sia «una realtà divina interessata al destino dell’uomo, e se siamo vivi o morti alla sfida e alle aspettative del Dio vivente». Che, ovviamente, non può essere che uno solo, per chi crede nell’esistenza di un Dio creatore, maestro e testimone provvidenziale della storia umana.

    Chi crede non tanto nell’esistenza di Dio quanto nella parola, o meglio nelle parole di Dio come ci sono state tramandate e come vengono predicate (ed è il caso mio), essendo ben coscio dell’importanza che le religioni hanno ancora oggi per i destini dell’uomo, non può non essere profondamente interessato al dialogo inter-religioso, e in particolare modo al nuovo rapporto tra ebrei e cristiani; nella speranza che tutte le religioni predichino le parole giuste, e non ispirino i miti orrendi di quei fondamentalisti religiosi (di qualsiasi fede), che arrivano a progettare e realizzare imprese orrende, dalle Due Torri ad Oslo. Tutte le fedi religiose possono fare molto bene. Ma (non meno delle fedi laiche come il nazismo), hanno anche fatto nella storia, e possono ancora fare, molto male all'umanità.

    Tanto più va lodato l’impegno dei saggi cristiani ed ebrei, che hanno contribuito, a partire dal Concilio Vaticano II, a vanificare i due millenni di odio e di persecuzioni cristiane per i discendenti di quello che era stato il popolo di Gesù e degli Apostoli, e a riportare gli uni e gli altri al riconoscimento di quella gran parte di patrimonio spirituale che le due fedi hanno in comune. Dal racconto di Ben Horin si evince quanto faticoso sia stato lo sforzo della Chiesa, a partire dal Concilio Vaticano II del 1965, per abbandonare gli antichi odi e pregiudizi; sforzo realizzato più compiutamente con i successivi «Orientamenti» (1974) e «Sussidi» (1985) per una «corretta presentazione degli ebrei e dell'ebraismo nella predicazione e catechesi della Chiesa». È stato, e forse rimane ancora molto più difficile per i cattolici riconoscere l’ebraismo, di quanto non sia per gli ebrei comprendere le diverse fedi cristiane; anche se per un ebreo questo non è facile, «data la nozione molto alta e pura che l'anima ebraica possiede della trascendenza divina» (cito dagli «Orientamenti»). Poche sfide sono così esaltanti, per un ebreo, come la restituzione alla storia del pensiero ebraico della grandezza profetica di Gesù di Nazaret e della visione storica di San Paolo. Ma non per questo gli ebrei sentono una particolare necessità di elaborare una loro «teologia del cristianesimo», anche quando ne riconoscono l’origine ebraica, e l’importanza storica. Assai più impegnativa rimane la revisione da parte cattolica della propria tradizionale «teologia dell’ebraismo». Non fu certo facile passare dalla visione della sopravvivenza degli Ebrei soltanto come testimoni del castigo di Dio, condannati a un eterno esilio (teologia che è all’origine dei secoli e secoli di martirio ebraico, e che purtroppo costituisce anche una premessa storica del feroce «antisemitismo laico» dei nazisti, fino alla Shoah), al riconoscimento che la sopravvivenza del popolo ebraico «malgrado tutti i pogrom» è «testimonianza inoppugnabile di una vocazione permanente dell’ebraismo,... di grande significato all'interno stesso della Chiesa» (cito luminose parole del grande Cardinale Roger Etchegaray). Difficile ammettere che il ritorno degli ebrei in Palestina nasce (come fu detto dal Cardinale Martini) da una «promessa messianica della terra». È occorsa del resto, in questa età di grande rinnovamento spirituale della Chiesa, la grandezza di Papa Wojtyla per pronunciare le solenni richieste di perdono agli Ebrei (o per riconoscere che soltanto il Signore conosce le vie alla salvezza di tutti i popoli, e di tutte le fedi).

    La necessità di elaborare, come premessa necessaria del riconoscimento dello Stato d'Israele, una «nuova teologia dell’ebraismo», spiega quanto siano stati lunghi e sofferti i passi che dovette compiere la Santa Sede per arrivare al riconoscimento. La revisione teologica che ne fu la premessa ci appare ricca di grandi, e in parte forse ancora irrealizzate conseguenze.

     

    Arrigo Levi (pubblicato su La Stampa il 12 agosto 2011)

      

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