Nell'inferno del Vietnam andava in fumo il razzismo


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    soldati americani trasportano un ferito nella giungla vietnamita nel giugno del 1967 

     

    La storia di questo romanzo è un romanzo, che prima o poi qualcuno dovrebbe scrivere. Nell’ottobre del 1968 Karl Marlantes ha 23 anni, viene da un piccolo villaggio dell’Oregon dedito al commercio del legname, ma è un ragazzo sveglio. Si è laureato prima a Yale e poi a Oxford, con la prestigiosa borsa di studio Rhodes Scholar, proprio come un giovane dell’Arkansas di nome Bill Clinton.

    L’America, violentata da una specie di guerra civile, sta per eleggere presidente Richard Nixon. Karl si arruola come sottotenente nei Marines e finisce al confine tra Vietnam e Laos, nella giungla poco a Nord dell’insanguinata base di Khe Sanh, per sbarrare la strada ai nemici che attraverso il sentiero di Ho Chi Minh riforniscono i vietcong. Vede tutto il peggio che la guerra ha da offrire, inclusa la propria morte, sotto forma di granata che gli esplode in faccia. Ma è difettosa, e quindi lo acceca per qualche giorno, senza ucciderlo. Se la cava, riceve un’altra ferita e cinque medaglie al valore, e nell’ottobre del 1969 torna a casa.

    Mentre è in servizio a Washington, incrocia dei ragazzi che protestano contro la guerra: «Mi urlano oscenità di ogni tipo, dicono che sono un killer di bambini. Io penso: voi non sapete chi sono io, perché mi insultate così?». Qualche tempo dopo invita fuori una ragazza che gli piace. Mentre stanno seduti sul patio di casa, davanti a un tiepido tramonto, lui prende coraggio e le racconta che è un marine appena tornato dal Vietnam: «Lei scatta in piedi e si allontana da me con un gesto di repulsione fisica: voi - mi urla - siete il peggio del peggio. E scappa via».

    Karl non ne può più: «Ero partito per servire il mio Paese. Magari con incoscienza, ma certamente con l’idea di fare solo il mio dovere. Ero sopravvissuto all’inferno, e ora a casa mi trattavano come un criminale». Decide che la risposta è scrivere: «Volevo fissare la mia memoria; raccontare la verità a chi non l’aveva vista e non poteva capirla». In pochi mesi butta giù 1700 pagine: «Era pura psicoterapia, psychodump. Tutto scritto in prima persona: c’erano pure cinque pagine in cui mi lamentavo per la mancanza di calzini».

    Nessuno vuole quel libro, neppure lui: «Ero troppo giovane, ingenuo, non avevo ancora metabolizzato dentro di me l’esperienza della guerra». Posa la bozza da una parte e comincia a riscriverla: nel 1977 l’ha ormai trasformata in un romanzo, di 1200 pagine. Nessuno lo vuole, ma lui continua a limarlo. Si sposa, fa cinque figli che lo prendono in giro per la sua ossessione letteraria, lavora come consulente d’affari nel campo dell’energia, si trasferisce a Singapore, ma non molla.

    «Negli Anni Settanta e Ottanta gli editori mi rispondono che il Vietnam non è una guerra popolare e quindi il mio romanzo non può vendere; negli Anni Novanta mi chiedono se posso ambientarlo nel Golfo Persico, sostituendo la giungla col deserto; dopo l’11 settembre mi suggeriscono di spostare la montagna dove è ambientato il libro in Afghanistan». Marlantes però è un marine, di quelli che non abbandonano mai una missione senza averla completata. Così nel 2010, quarantuno anni dopo il suo ritorno dal Vietnam, riesce a far pubblicare il romanzo da un piccolo editore californiano.

    Si intitola Matterhorn, come la montagna che per noi italiani è il Cervino, perché racconta la storia del giovane sottotenente Waino Mellas condannato a conquistare, abbandonare e poi riconquistare una collina vietnamita, soprannominata come la vetta delle Alpi: «Tipo Parsifal, che per diventare uomo deve raggiungere e abbandonare la montagna madre». Scoppia il caso letterario. Il romanzo rifiutato per quasi mezzo secolo finisce tra i dieci libri più venduti d’America nella classifica del New York Times, e ci resta per 17 settimane.

    Karl Marlantes, perché?
    «Due motivi, credo. Primo, ora siamo impegnati in una missione, l’Afghanistan, che senza saperlo potresti confondere col Vietnam: abbiamo messo il naso in una guerra civile, il nemico può scappare oltre il confine e noi no, noi abbiamo le regole d’ingaggio e loro no, stiamo sostenendo un regime corrotto, e così via. Il secondo motivo è che i ragazzi della mia generazione, i baby boomers, ora hanno tra 65 e 55 anni: hanno cresciuto i figli, completato la carriera, e adesso vogliono finalmente riflettere sulla loro vita per capire cosa gli è successo».

    Cosa vi è successo?
    «Io sono orgoglioso del mio servizio, ma il Vietnam era una guerra strategicamente sbagliata. Non credo alle teorie cospirative: i Presidenti che cominciarono quell’intervento, Eisenhower e Kennedy, avevano combattuto nella Seconda guerra mondiale contro dittature feroci, e temevano onestamente che quello stesso modello stesse per ripetersi. Ma non era così, perché dopo la caduta del Vietnam l’effetto domino non si è realizzato. Era sbagliata anche la tattica. Per paura di provocare la Cina e la Russia in un conflitto mondiale, non marciammo mai su Hanoi. Così però ci impantanammo, mentre magari sarebbe bastato schierare tre divisioni lungo il confine tra il Nord e il Sud per sigillarlo e impedire il passaggio di chiunque. Comunque sia, quella guerra, e la spaccatura ideologica di quegli anni, ci hanno rovinati. Soprattutto perché eravamo troppo giovani e quindi incoscienti, da una parte e dell’altra».

    Che vuol dire?
    «Ho scritto questo libro perché ero stanco di vedere ragazzi come me trasformati nei capri espiatori di quel conflitto».

    Il personaggio migliore di Matterhorn, il tenente Hawke, si lamenta di chi critica la guerra perché a casa ci sono «duecento milioni di assassini» che rispetto a lui hanno solo la differenza di non saperlo.
    «Guardi, non è un caso che l’uomo sia in cima alla catena alimentare. Noi abbiamo questo istinto feroce: è come l’Ombra di Carl Gustav Jung, che secondo lui ci portiamo tutti dietro. Se riconosciamo di avere dentro di noi questo lato oscuro, magari possiamo affrontarlo e contenerlo; ma se lo neghiamo nascono i mostri, come il fascismo, il nazismo e il totalitarismo sovietico».

    Lei è ancora perseguitato dai fantasmi del Vietnam?
    «Una volta entrai nella sala riunioni del mio ufficio a Singapore, e vidi sul tavolo una pila di cadaveri accatastati. Sapevo bene che non c’erano, ma li vedevo. Fu il primo sintomo del mio Post Traumatic Stress Disorder. Cominciai a piangere in ascensore, perché quando le porte si chiudevano facevano lo stesso rumore del portellone degli elicotteri che ci scaricavano nella giungla. Un volta poi, siccome avevo rallentato con la macchina per cercare un indirizzo, un tizio dietro si mise a suonare il clacson e a insultarmi: quando tornai in me, mi resi conto che lo stavo prendendo a calci. A quel punto mia moglie mi costrinse a farmi curare. E ora sto meglio».

    L’America non ha imparato le lezioni del Vietnam?
    «Sul piano tattico siamo molto più bravi: vinciamo tutte le battaglie. Sul piano strategico non sono sicuro. In Afghanistan eravamo andati per cacciare Al Qaeda: ora siamo là da dieci anni e stiamo facendo i poliziotti di un regime corrotto, mentre Osama è morto e i terroristi si sono rifugiati in Pakistan. Sento dire che abbiamo vinto: bene, allora dichiariamo la vittoria e facciamo tornare i ragazzi. In Iraq, invece, le cose non stavano come pensavamo. Non sono un pacifista e sono felice che Saddam non ci sia più, però abbiamo gestito male l’intervento, commettendo un errore che ci è costato caro».

    Matterhorn racconta anche l’odio razziale: militari neri che ammazzavano i colleghi bianchi.
    «Si chiamava fragging, è successo almeno duecento volte. Allora l’America viveva davvero in un clima di guerra civile: nella rivolta di Newark si sparava, le Pantere Nere si armavano, Martin Luther King veniva ucciso, Malcolm X parlava di separarsi dall’Unione. Le forze armate, il Vietnam, erano l’unico luogo dove bianchi e neri si ritrovavano insieme e dovevano aiutarsi. Naturalmente c’erano gli estremisti che non ci stavano, ma io penso che quell’esperienza ci ha aiutato a capire che potevamo fidarci gli uni degli altri. Lottavamo insieme per sopravvivere e poi, quando tornavamo a casa, il mio compagno di trincea non poteva entrare nel bagno dove andavo io? Impossibile sostenere una situazione così. Ora abbiamo un Presidente nero: il razzismo non è finito, ma sono orgoglioso dei progressi che abbiamo fatto».

    A cosa servirà il successo del suo libro?
    «A capirci meglio, spero. Le racconto un episodio. Sto firmando le copie del romanzo in una libreria, quando una donna comincia a piangere davanti a me. Le chiedo cosa abbia. Lei mi risponde che durante il Vietnam suo padre era un militante pacifista accanito, mentre i suoi due zii si erano arruolati nei Marines. Uno dei due era morto in guerra, e quando il sopravvissuto era tornato a casa il fratello pacifista non gli aveva mai più parlato. Quarant’anni dopo lei legge il mio libro e lo regala al padre. Dopo mille preghiere, suo padre accetta di leggerlo. Quando lo finisce alza il telefono, per chiamare il fratello marine con cui non aveva mai più parlato: “Perdonami - gli dice - solo ora ho capito cosa avete passato”».

     

    PAOLO MASTROLILLI inviato a  NEW YORK (pubblicato su La Stampa del 19 giugno 2011)

     

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Data: mercoledì 22 giugno 2011

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