Don Chisciotte contro la mafia


  • Un libro che è quasi un ex voto. Protagonisti Pippo Fava, il giornalista assassinato dalla mafia nel 1984; la città di Catania, narcisista, ironica, fatalista e anche cieca; i giovani appassionati che lavorarono con Fava al mensile «I Siciliani», libero giornale che con le sue inchieste di denuncia del malaffare e dei poteri criminali padroni della città, silente o complice, colpì nel segno e le sue documentate verità costarono la vita al direttore.

    Antonio Roccuzzo è uno dei ragazzi dei «Siciliani»e tanti anni dopo ha scritto di quella storia tragica e ribelle: Mentre l’orchestrina suonava «Gelosia» (Mondadori, pp. 166, € 17,50). Indimenticabile quel breve periodo per gli allora ventenni redattori di Pippo Fava. Alcuni di loro hanno seguitato a fare i giornalisti - Roccuzzo è ora caporedattore del Tg La7 - e i dieci corposi numeri dei «Siciliani», un anno di vita, sono rimasti nel sangue, non soltanto nella memoria, a far da guida a quei ragazzi generosi, pieni di coraggio, che si batterono in nome di una società pulita.

    Era quasi un dogma, nella classe dirigente catanese, che nella «Milano del Sud» la mafia non esistesse. Veniva detto e ridetto, non soltanto dai cementificatori che avevano messo le mani sui quartieri di Catania, degradandola, e anche dalla loro vasta cricca, dai politici di governo, dagli uomini delle istituzioni, mentre l’opposizione era più che prudente e la magistratura sonnecchiava o fingeva di non vedere le connessioni indecenti e criminali, alla luce del sole, tra mafia, imprenditoria e pubblica amministrazione. Chi a Catania osava parlare di mafia veniva accusato di diffamare la città.

    Poi, il 10 agosto 1982, Giorgio Bocca intervistò per «la Repubblica» il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa e il generale - a poco meno di un mese dalla sua morte - parlò di Catania, senza ambiguità: «Oggi mi colpisce il policentrismo della mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. È finita la mafia geograficamente limitata alla Sicilia occidentale. Oggi la mafia è forte anche a Catania. Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?».

    La mafia ha bisogno di silenzio. Pochi mesi dopo, quando esce «I Siciliani», si rompono gli equilibri. Fa scandalo quel giornale eretico che arriverà a vendere 10 mila copie al numero, conosciuto anche a Roma, a Milano, altrove. Suscita disapprovazione, sconcerto, ira, sentirsi spiattellare verità che in molti sospettano. Pippo Fava è un nome noto. Ha lavorato per i giornali locali e per i giornali del Nord, ha pubblicato romanzi, da Bompiani; Luigi Zampa ha tratto un film da un suo libro; Florestano Vancini ne ha fatto un testo teatrale. Fava non ha uno stile né delicato né raffinato, va all’assalto all’arma bianca. Il suo tema dominante è la mafia a Catania. Attacca «i quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa », denuncia lo scandalo del palazzo della pretura e dell’appalto del Palazzo dei congressi a Palermo, rivela lo scandalo dell’evasione fiscale, in cui sono coinvolti i nomi più importanti della finanza catanese, si batte contro i missili di Comiso, denuncia gli scandali della Regione Sicilia, gli intrighi, i trasformismi, i conformismi della società.

    Figuriamoci com’è amato dai più, intellettuali compresi, che criticano la sua rozzezza. Catania - è lo scudo difensivo - continua a essere la capitale della «Sicilia babba», la «sciocca» Sicilia orientale dove la mafia, una volta, non aveva radici.

    Antonio Roccuzzo racconta, tra rimpianto e risentimento: il mestiere di un giovane cronista, i compagni, Claudio Fava, figlio di Pippo, Riccardo Orioles, Miki Gambino, tra gli altri, e poi i «biondini» di redazione, i loro caratteri, le poche persone solidali - qualche professore, qualche magistrato - e poi la città ostile, il clima di isolamento che avvolge «I Siciliani» e il loro direttore, un don Chisciotte all’avventura ben cosciente del suo destino. Scrive Roccuzzo che fare «I Siciliani» era semplice: «Bastava raccontare la penetrazione degli interessi criminali e della cultura mafiosa nelle viscere della città. Bastava descrivere la realtà e le gesta dei potenti dell’isola. Era una questione elementare: fare cronaca».

    L’assedio a «I Siciliani»diventa via via sempre più soffocante. Viene fatta mancare la pubblicità, seguono due tentativi di acquistarne la testata. «Nessuno potrà comprare la nostra coscienza», scrive allora Fava. Ma ormai l’avventura della libertà è finita. Pippo Fava viene ucciso la sera del 5 gennaio 1984 davanti al Teatro Stabile. Cinque colpi di 7,65 tra la nuca e la tempia sinistra. Ad Antonio Roccuzzo e ai suoi compagni tocca in sorte di portare sulle spalle il loro amato direttore accarezzando con la guancia il legno della bara.

    Corrado Stajano (pubblicato sul Corriere della Sera il 15 giugno 2011)

     

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