La trappola dell’intervento


  • Liberarsi di Gheddafi non è difficile. Basta ricolonizzare la Libia. Sarà per pudore, per ingenuità o perché non amano complicarsi la vita studiando più di una mossa alla volta, ma gli interventisti d'Occidente sembrano rimuovere le conseguenze di ciò che vogliono. In un territorio privo di qualsiasi traccia di Stato, la sconfitta di una parte non significa automaticamente la vittoria dell'altra.

     O meglio delle altre, perché in Cirenaica non c'è ancora un vero capo né un fronte unitario. In Libia il potere era Gheddafi. La differenza con Ben Ali e con Mubarak è che una volta caduto il leader, a Tripoli non c'è rete autoctona che garantisca contro l'anarchia. Dunque: o un potere esterno colma il vuoto, oppure siamo nella Grande Somalia. A due passi da casa nostra.

     Gheddafi e i suoi oppositori divergono su tutto, salvo che su due punti. Primo: non vogliono un pezzo di Libia, la vogliono tutta. Non amano trovarsi stranieri fra i piedi, se non come strumenti della propria lotta. Così il colonnello attinge a variopinti manipoli di tagliagole a contratto, mentre i ribelli gradirebbero dalle potenze esterne protezione dai cieli, armi, forse addestratori, ma non corpi di spedizione che nel vuoto libico inevitabilmente scadrebbero a forze di occupazione. La memoria dei colonialismi europei è troppo fresca, anche fra popolazioni tanto giovani. E orgogliose.

     Per chi l'avesse rimosso, valga la disavventura di un drapello di spie e messi britannici accorsi in non richiesto soccorso delle milizie anti-Gheddafi. Una di quelle missioni da forze speciali che non troppo segretamente impegnano le intelligence occidentali, inclusa la nostra, ansiose di capire chi siano i rivoltosi e come si possa aiutarli a sbarazzarsi (sbarazzarci) di Gheddafi. Scoperti con un arsenale degno di James Bond, i britannici sono stati catturati dai miliziani del Consiglio rivoluzionario di Bengasi e poi riaffidati alla Marina di Sua Maestà, che incrociava al largo. Accompagnati dal paterno monito di uno degli ufficiali ribelli: “Non ci si comporta così durante un'insurrezione”.

     Dopo i proclami iniziali, a Washington come nelle capitali europee sembra prevalere la sobrietà. Nessuna delle fazioni in lotta sembra avere la forza per imporsi sull'altra – o sulle altre, vista l'eterogeneità degli schieramenti e degli interessi, tribali e non tribali. Un lungo stallo è probabile. Con la partizione di fatto della Libia fra Tripoli e Bengasi. E forse altri soggetti. A meno che qualcuno dei suoi non faccia fuori Gheddafi, o che il fronte degli insorti si frammenti sotto l'impulso della controffensiva tripolina.

     Solo l'intervento di una coalizione a guida americana, per cui un mandato internazionale sembra inevitabile, potrebbe disintegrare ciò che resta del regime. Poi però i conquistatori dovrebbero assumere il controllo della terra liberata. Un mandato a termine, che rischierebbe di prolungarsi nel tempo. E che contro le intenzioni degli occupanti li costringerebbe a vestire panni coloniali, direttamente (vedi Bremer in Iraq) o indirettamente (vedi il primo Karzai in Afghanistan).

     Nessuno in America o in Europa vuole conquistare la Libia. Ma nessuno in America o in Europa può escludere di intervenire, prima o poi, per fermare i massacri (e gli esodi). Quelli veri o quelli inventati dalla disinformazione. Risultato: potremmo sentirci costretti a fare ciò che non vogliamo. Chi vuole liberare la Libia rischia infatti di doverla occupare. Vediamo come.

     Il primo passo nella trappola potrebbe rivelarsi la “no fly zone”. Come ricordato dal responsabile del Pentagono, Bob Gates, “no fly zone” è sinonimo di guerra. Comincerebbe con un attacco alla contraerea di Gheddafi. Il quale non perderebbe l'occasione per provocare gli americani sperando di costringerli sul terreno. In ogni caso, impedire ai peraltro scassatissimi aerei del colonnello di bombardare il nemico – e di passaggio la sua gente – difficilmente porterebbe alla liberazione di Tripoli. Mentre coinvolgerebbe l'Italia in guerra, perché gli americani userebbero la nostra base di Sigonella, che senz'altro offriremo.

     A quel punto, due ipotesi. O americani e alleati assistono dall'alto dei cieli libici allo stallo - e quindi al prolungamento dei massacri – che hanno contribuito a creare. O gli americani (forse con un paio di inglesi) mettono gli stivali sulla sabbia e guidano le colonne degli insorti fino alla capitale. Nel primo caso, si produce il contrario del proclamato fine umanitario. Nel secondo, Obama deve grattare il fondo delle risorse militari e delle casse pubbliche, salvo poi accollarsi la gestione di un territorio comunque refrattario.

     Il 25 febbraio, arringando i cadetti di West Point, Gates ha stabilito: “Qualsiasi futuro ministro della Difesa che consigli il presidente di spedire di nuovo una grande armata americana di terra in Asia o nel Medio Oriente o in Africa 'dovrebbe farsi esaminare il cervello', come il generale MacArthur osservò con tanta delicatezza”.

     L'impressione è che il riferimento alla guerra di Libia, esplosa in quelle ore, fosse implicito. Anche per un altro motivo, che a Washington sussurrano appena: “La Libia conta poco. Incrociamo le dita e teniamoci pronti alla vera emergenza: l'Arabia Saudita”.

     

    Lucio Caracciolo ( pubblicato su La Repubblica del 8/03/2011)

      

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